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Una giornata col creativo

Una giornata col creativo - 15/08/2018

Hani Gergi: “Io docente siriano a Milano vi dico che la ricchezza è la conoscenza”

Incontro con il giovane professore di lingua araba all’Università Cattolica. Che è anche un apprezzato musicista e ambasciatore della cultura della sua patria.

Una condizione Hani Gergi l’ha posta prima di incontrare The Way Magazine. “Si può parlare in maniera positiva della cultura araba e della Siria?”. Certo, non vedevamo l’ora, anche perché di disgrazie e disastri c’è già il mondo intero che ne parla. E noi vogliamo con questo incontro far emergere la sensibilità e il mondo di un giovane docente, siriano trasferitosi a Milano da pochi anni, che sta facendo molto per la cultura e la conoscenza non solo del proprio paese.

Hani Gergi durante la performance al Mercato Comunale di NoLo a Milano con Emanuele Le Pera

Perché Hani partecipando ai momenti di scambio culturale che Milano offre, è un tramite, spesso inconsapevole, di scoperte e integrazioni preziosissima. Noi l’abbiamo scoperto quando si esibiva al Mercato Comunale di NoLo con l’italiano Emanuele Le Pera in una serata di poesia e musica araba che incontrava la tradizione siciliana. Un racconto-incontrto incredibilmente simbiotico tra due mondi molto vicini.

Oggi incontriamo HAni tra le vie principali di Milano, lì dove percorre ogni giorno le sue tappe professionali tra il lavoro di docenza all’università e gli impegni di musicista, che è il suo hobby di cui vogliamo sapere di più.

Quando sei arrivato in Italia?

A settembre 2015, per motivi di studio, volevo imparare la lingua italiana, avevo 29 anni e soprattutto volevo trovare un futuro più sicuro. Ho studiato e ho trovato posto in una famiglia italiana che mi ospita ancora oggi, che ho un permesso di lavoro.

Cosa facevi in patria?

Prima ero insegnante di matematica, mi sono laureato ad Aleppo e poi la situazione è precipitata. Sono scappato dalla guerra, volevo sicurezza, principalmente. E la fortuna, non so se posso chiamarla così, ha voluto che sul mio cammino capitasse l’Italia, che è tanto uguale alla Siria.

Davvero?

Sì, io guardo al mondo come una grande casa da abitare. Alcune stanze si assomigliano. Noi abbiamo Mediterraneo che ci tocca entrambi, abbiamo le stesse culture, il cibo, la musica. La musica napoletana credo che sia una delle scoperte più interessanti, mi tocca personalmente e mi parla. Cosa che non mi succede con altra musica europea.

Oggi cosa fai?

Oggi sono docente all’Università Cattolica di lingua araba. C’è molto interesse, è una lingua importante e avrà un futuro sempre più florido per la sua diffusione. I migranti economici sono ambasciatori della propria lingua e la diffondono in questi anni di grandi cambiamenti. Sono sicuro che contribuiranno alla sua popolarità.

Ci sono delle differenze, però, da entrambe le parti.

Il primo ostacolo per i due popoli è l’alfabeto, la scrittura è una diversità. Sembra davvero nuovo tutto per un italiano che deve imparare l’arabo e viceversa. Per chi ha studiato l’inglese come me, il primo scoglio è superato. Per chi inizia a volte è però anche una gioia, la scoperta e il divertimento di scrivere, da destra a sinistra, anche il libro che si apre al contrario fa sorridere.

La differenza è bellezza?

Certo, la conoscenza della cultura nuova è bella. Gli studenti restano stupiti principalmente sulla personalità di noi siriani. E poi dallo scoprire un paese sconosciuto. Purtroppo non sanno che c’è un bel paese oltre la guerra. In Siria c’è il deserto ma anche le montagne, le colline, il mare, questa bellezza non è conosciuta in Italia. Non abbiamo avuto buona pubblicità. Cerco di spiegarlo e mi vedono come un ambasciatore culturale, anche se io resto fermamente lontano dalla politica. Sono più contento di rimanare con la musica e un libro in mano.

Come sono gli italiani che incontri in questo percorso professionale a Milano?

Molti si interessano al mondo arabo, lo trovano affascinante, un universo che ha contribuito a costruire le basi dell’Europa. L’Italia mi piaceva molto anche prima di conoscerla, da cattolico per me è la sede del Papa, pensavo che tutti fossero iper-cattolici. La prima cosa che mi ha stupito arrivando qui è vedere le persone che vanno poco a messa. Chi popola le chiese è prevalentemente coi capelli bianchi, non me lo aspettavo.

Altre sorprese?

Il cibo: non pensavo fosse così buono ma anche diverso da noi. La colazione da noi è importante mentre a Milano è molto veloce, si lavora tantissimo, credo questo sia il motivo. Il pranzo qui è veloce e la cena è solitamente un pasto grande in Italia. Da noi il pranzo è importante ma la cena è leggera.

I numeri sono vostri!

È vero, i numeri arabi li usate voi, noi usiamo i numeri arabi orientali, quelli che vengono detti numeri indiani.

E di Milano che dici?

Milano è l’incontro di tutte le etnie, trovi tanti cittadini da tutto il mondo quindi la mia impressione è di un popolo contrasti. Ci sono amici che ti aprono il cuore e individui molto chiusi, sai quelli che pensano che il cibo italiano o la musica italiana siano le cose migliori e non vanno oltre. Riconosco che è bello vederli molto orgogliosi ma sono poveri perché non aprono la loro anima. Fuori dall’Italia ci sono cose brutte ma impariamo le cose belle e facciamole parte della nostra vita.

Cos’è la ricchezza per te?

Per me la ricchezza è conoscenza, conoscere il mondo, non sono ricco se ho una cultura unica. È più ricco chi fa la pasta in mille modi o saper apprezzare il Maklubeh, che è un piatto siriano o il cous cous? Anche il cibo è una ricchezza, la diversità delle lingue, aprire la mentalità vuol dire imparare a conoscere l’altro.

La musica è parte della tua vita. Come hai imparato lo strumento con cui ti abbiamo fotografato?

Si chiama Oud che si legge con una lettera araba in più iniziale, simile alla R. Si tratta di uno strumento a undici corde e si suonano musiche tradizionali, con le scale arabe conosciute in tutto il mondo. Non è una passione che mi porto dietro da bambino, anche se la musica ce l’ho nel sangue. Sin da quando ero piccolo avevo questa passione per la musica, ed ero particolarmente affascinato dalla melodia degli strumenti suonati dal mio vicino di casa, come il violino, Oud, Busok. Ma l’Oud già all’epoca era il mio preferito ed era entrato nel mio sangue. Pensa che quando andavo in chiesa mi siedevo vicino al coro ascoltando le canzoni e guardando l’organo che mi affascinava.

Come l’hai coltivata questa passione?

Purtroppo essendo in un paesino piccolo non avevo la possibilità a studiare la musica, l’unica cosa che ero riuscito a ottenere era quella di unirmi al gruppo del coro della chiesa, sono rimasto 8 anni in questo coro, fino ai miei 18 anni; a seguito di un traferimento ad Aleppo per complitare i miei studi in università e trovandomi così in una città grande, ho avuto la possibilità di inserirmi in un gruppo musicale nel quale venivano suonati diversi strumenti. Da lì ho deciso di comprare l’Oud suonando e cantando anche con il gruppo, con il quale facevamo serate musicali con frequenza assidua.

Cosa hai fatto poi?

Tale attività musicale mi consentiva durante la giornate di effetturare le prove canore presso il coro della chiesa di S.Francesco che è la chiesa prinicipale ad Aleppo nella quale ho avuto la possibilità diventare il direttore di questo importante coro.

Una particolarità della musica che si può fare con il Oud?

Il rast è una scala molto orientale che contiene il quarto di tono che dà la dimensione orientale alla musica. Io continuo a cantare su questa musica. Stavo pensando di organizzare un coro all’Università con un approccio nuovo: voglio partire dalle canzoni di chiesa e arrangiarle con questo strumento e far cantare gli italiani che vogliono conoscerlo.

Cosa ti colpisce della musica italiana?

L’armonia in Italia è fortissima, una ricchezza peculiare dell’Italia. Per me Luciano Pavarotti è la perfezione, è come Fayrouz, una cantante libanese. Fairouz è lo pseudonimo di Nouhad Haddad, lei è un’artista conosciuta anche con il soprannome di Nostra ambasciatrice presso le stelle. Poi mi piacciono Andrea Bocelli e Mina. L’elettronica non riesco ad ascoltarla. A me piace la parola, la melodia e non il rumore.

Grazie per averci fatto conoscere un aspetto nuovo dell’immigrazione in Italia. Tu come ti descrivi?

Sono un docente che ama la musica. Amo la tranquillità, il verde, la montagna e il mare. Vengo in città volentieri per vederne la grandezza, vengo per gli amici, mi piace la città per vivere la professione. Ma la mia dimensione è la natura e tanti posti belli attorno a Milano ci sono eccome!

Fotoservizio ad Hani Gergi: Christian D’Antonio per The Way Magazine.



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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