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Design of desire

Design of desire - 29/11/2018

Il teatro Marigny di Parigi rivive grazie a un architetto italiano

Incontro con Gianluca Caputo che dopo 3 anni di restauro, ci ha illustrato il luogo d'arte creato da Jean-Louis-Charles Garnier. Ora tutto rinnovato.

A tre anni dall’inizio dei lavori di restauro, riapre i battenti uno dei teatri più prestigiosi della Ville Lumière: il Marigny. Il teatro d’arte drammatica si trova nella piazza Marigny dietro i giardini di Champs-Élysées. A recitare il ruolo del protagonista nella “remise en forme” dell’edificio è stato l’architetto italiano Gianluca Caputo, che, destreggiandosi tra interventi strutturali complessi e l’adozione di soluzioni scenotecniche all’avanguardia, ha contribuito alla rinascita di uno dei palcoscenici più famosi della capitale francese.

L’architetto Gianluca Caputo fotografato da Sergio Grazia, all’interno del teatro Marigny di Parigi.

Parigi ha accolto con entusiasmo l’inaugurazione del Marigny, una volta punto di riferimento per gli appassionati della prosa classica nel variegato panorama culturale della città, oggi “teatro della leggerezza”.

Il “nuovo corso” del Marigny è stato affidato al direttore Jean-Luc Choplin, che, forte della popolarità ottenuta al Théâtre du Châtelet, si è lanciato in un’audace avventura professionale, rompendo con la tradizionale programmazione della sala parigina e scommettendo sulle potenzialità della commedia musicale. Choplin ha scelto un inizio di stagione travolgente, con un adattamento teatrale del celebre film Peau d’âne di Jacques Demy. L’opera, andata in scena per la prima volta lo scorso 14 novembre, ha riscosso grande successo e rimarrà in cartellone fino al prossimo febbraio.  Si procederà poi con il musical americano Guys and Dolls e con l’operetta vaudeville Mam’zelle Nitouche, alternati a numerosi spettacoli di intrattenimento musicale, il tutto in assoluta coerenza con la linea programmatica impressa al teatro.

E così, con un nuovo appeal, torna a battere il cuore del Marigny, la cui storia affonda le sue radici nella seconda metà del XIX secolo, quando Garnier, architetto dell’Opéra, progettò l’edificio nella sua forma dodecagonale all’interno dei giardini degli Champs-Élysées. Tuttavia solo a partire dal 1910 il teatro si è imposto sulla scena parigina come regno indiscusso di pièce raffinate e performance attoriali di spessore.

Gli ultimi lavori di ristrutturazione e restauro, iniziati nel 2015 e appena conclusi, sono stati condotti sapientemente dall’architetto italiano Gianluca Caputo per Clé Millet International con la collaborazione di Jean-Michel Wilmotte. Sono numerosi i risultati prodotti sia in termini architettonici che funzionali, con una spesa complessiva finale di circa 20 milioni di euro: il ripristino in facciata delle decorazioni ottocentesche, pesantemente modificate dal restauro degli anni ’60, il consolidamento delle capriate di copertura e della cupola, oggi sospesa non più al tetto ma ad una nuova struttura di legno e acciaio, l’adeguamento impiantistico e la riorganizzazione, secondo un linguaggio contemporaneo, degli spazi interni non sottoposti a vincolo. Il binomio cibo e teatro trova anch’esso una sua interessante declinazione al Marigny, dove in luogo dei due foyer originari e grazie all’aggiunta di due ali vetrate concentriche e simmetriche aperte sui giardini degli Champs-Élysées, sono stati realizzati un unico ampio foyer-bar e un ristorante de charme firmato Costes.

Al di là  degli interventi propriamente architettonici, Gianluca Caputo si è occupato anche del rifacimento completo della macchineria scenica. Questa operazione presuppone competenze molto specifiche, che Caputo ha saputo declinare dotando il teatro di un equipaggiamento all’avanguardia interamente motorizzato.

Una volta riaperto al pubblico il teatro, l’architetto ragusano, formatosi a Venezia, che oggi vive tra Parigi e l’Italia, commenta con entusiasmo i risultati a cui è approdato il suo lavoro.

Mettere le mani su di un prestigioso teatro nel cuore di Parigi, firmato peraltro in origine da Jean-Louis-Charles Garnier, è già di per sé motivo di soddisfazione. Ma oltre a questo compiacimento personalissimo quanto effimero, il risultato maggiore risiede nell’avere svolto – mi sembra – con successo il compito al quale sono stato chiamato”.

Caputo prosegue: “Le opere architettoniche sono organismi costruiti per servire l’uomo, di cui influenzano notevolissimamente la qualità di vita, dai bisogni primari alle dimensioni più astratte. Di conseguenza, portare a termine il restauro di un edificio antico, dando risposta concreta, nel rispetto dell’architettura esistente e dei suoi vincoli, alle necessità tecniche e funzionali contemporanee di un teatro moderno, affinché esso possa continuare a vivere e a servire pienamente la società, costituisce il raggiungimento dell’obiettivo principale del mio mestiere”.

In virtù dell’esperienza maturata sul campo, Gianluca Caputo, tra i pochi professionisti a livello europeo specializzati in architettura teatrale e, nel contempo, in scenotecnica, chiarisce con precisione le peculiarità del suo ruolo  e della sua attività.

I teatri appartengono a una categoria particolare di edifici, assai complessi non solo per le dimensioni, spesso considerevoli, della fabbrica e dell’investimento economico, ma anche in funzione delle diverse modalità di fruizione degli spazi di spettacolo da parte del pubblico, dei lavoratori teatrali e degli operatori del settore, tenuto conto del tipo di programmazione e dell’evoluzione delle forme d’espressione artistica. Queste sono il frutto del progresso continuo e incalzante delle tecnologie sceniche che sostengono lo sviluppo dell’azione drammatica e comprendono, in estrema sintesi, la macchineria scenica, la luministica e la diffusione sonora”.

Bisogna rispettarne le peculiarità, anche in sede di restauro: “Se da un lato dunque una delle principali caratteristiche dei teatri è la loro unicità, che finora ha rifiutato ogni serialità e standardizzazione, d’altro canto l’evoluzione della scenotecnica ne ha fatto ancora di più un tipo assai specifico di edificio. Per questi motivi la conoscenza profonda degli aspetti non solo architettonici e tecnici ma anche tecnologici della macchina teatrale è imprescindibile”.

Per l’architetto si è trattato quindi di un duplice impegno: “Comunemente la progettazione di un teatro riunisce un architetto esperto in sale da spettacolo e un progettista scenotecnico: l’uno si occupa di tutto ciò che è statico e appartiene pienamente alla costruzione, l’altro si dedica a tutto ciò che si muove e che fa muovere le scenografie. Questo provoca una sorta di disallineamento, a volte recuperabile, a volte no a discapito dell’opera terminata. Il mio caso è da questo punto di vista atipico: mi dedico sia alla parte architettonica che alla scenotecnica, con l’obiettivo di una sintesi esauriente e armoniosa dei due ambiti”.

Non è certo casuale la predilezione di Caputo per il mondo del teatro. Il palcoscenico e tutto ciò che ruota intorno ad esso, esercitano da sempre un forte fascino sull’architetto.

“L’amore per il teatro ha avuto origine nei lunghi pomeriggi d’inverno in cui, da bambino,  ero solito accompagnare i miei agli spettacoli messi in scena nel piccolo teatro all’italiana della mia città. Da allora ho iniziato a coltivare quest’amore da spettatore: ricordo con particolare affezione le opere classiche messe in scena al teatro antico di Siracusa e le pièce  moderne del teatro Goldoni di Venezia. In seguito ho deciso di avvicinarmi al teatro come architetto e, per apprendere i segreti del mestiere, sono andato a Parigi, dove le occasioni di lavorare in questo settore, grazie ad un’adeguata politica di promozione culturale, sono maggiori che in Italia”.

Caputo, nato e cresciuto in Sicilia, pur avendo lasciato l’isola da giovane, è ad essa profondamente e saldamente legato.

Per chiarire meglio l’intensità che caratterizza il legame con la mia terra, cito Sciascia, prendendo in prestito il termine  Sicilitudine, una parola che suggerisce, più che un insieme fermo di caratteristiche, un perenne stato vagante dell’anima. Un’identità forte, quasi eccessiva, eppure lontana dal localismo.

Quest’identità, in ebollizione continua, mi ha aperto per aspre “trazzere” orizzonti assolati. La sicilitudine alimenta tenacia, curiosità e ironia, condizionando ogni giorno il mio lavoro e influenzando costantemente i metodi e le relazioni umane, centrali in un mestiere che ruota attorno alla trasmissione paziente di un’idea a interlocutori assai diversi.

Possa dunque un giorno saldare il debito con la mia terra, quell’isola in cui incessantemente la vita assume i modi del teatro!

La storia professionale dell’architetto Caputo e l’attività svolta al Marigny dimostrano come la parte più illuminata del nostro paese continui a sfornare talenti in grado di superare i confini nazionali e di imporsi magistralmente nel resto d’Europa e del mondo.

 Théâtre Marigny Carré Marigny, 75008 Parigi

 

Testo a cura di Giuseppe Licitra



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