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Fashion - 18/03/2016

Daniele Tamagni ci apre l’orizzonte dell’eleganza globale

Daniele Tamagni è un antropologo che ha usato il suo obiettivo fotografico con intelligenza e in un’ottica globale. I suoi libri di foto sull’eleganza del “Sud del mondo” hanno fatto scuola. Gentlemen of Bacongo e Fashion Tribes sono negli uffici stile delle maison di tutto il mondo e le foto di uomini e donne che usano l’apparire glamourous fuori dalle capitali del fashion occidentale hanno smosso le coscienze, aperto un orizzonte nuovo, riempito gallerie in molte città da entrambe le sponde dell’Oceano. Daniele Tamagni con le sue foto è il perfetto incontro tra un cool hunter e uno storico del suo tempo, perché ci mostra che l’eleganza per molti è anche simbolo di riscatto.

Imperdibile il suo racconto su quello che ha vissuto, fotografando l’ambizione e l’eleganza a latitudini, per così dire, insolite. Un privilegio ascoltare quello che ha da dire un orgoglio dell’arte italiana, che è stato riconosciuto da numerosi premi internazionali.

Daniele Tamagni

Fashion Tribes di Daniele Tamagni ha fatto scuola.

Come hai iniziato a interessarti al fenomeno degli eleganti dei paesi poveri?

Ero in Congo per un altro progetto e mi sono accorto di questo movimento molto interessante dei Sapeurs, dal francese “se saper”, forma familiare per “vestirsi con cura”. Loro si sentono parte della Sape, acronimo di Société des ambianceurs et personnes élégantes, società di creatori del gusto e persone eleganti.

 

Che anno era?

Ho iniziato nel 2007 con il lavoro su questi dandy neocoloniali, un po’ furi dal tempo. Si vestono in modo creativo, hanno un’eleganza affascinante e mi sono documentando in biblioteche e ho approfondito e sono tornato l’anno successivo, raccontanto i sogni di questi gentlemen. Hanno stile, eleganza, portamento ma anche attenzione all’accessorio, c’è dietro un mondo, non sono dei ricconi ma persone semplici.

Come fanno a spendere per i vestiti in realtà così disagiate?

Vivono di lavoretti semplici e non son mossi tanto dalla voglia di spendere ma di vestirsi bene e avere cose che danno lustro alla loro persona. Questo è uno degli aspetti che cerco di fare emergere col mio lavoro.

 

Come si è evoluta la ricerca?

Gentlemen of Bacongo è stato pubblicato e da lì è partito tutto. Solange Knowles, la sorella di Beyoncé, mi ha portato a Cape Town per registrare il video di Losing you, diretto da Melina Matsoukas, già al lavoro con Rihanna, Lady Gaga e ka stessa Beyoncé. Per l’edizione italiana ho avuto un’introduzione dello stilista inglese Paul Smith e di Paul Goodwin, curatore della Tate Gallery di Londra.

 

Paul Smith dice del loro look che è “stupefacente perché è raro incontrare uomini vestiti in maniera così elegante nelle grandi capitali come Parigi e Londra, mentre loro lo fanno in contrasto con le condizioni dell’ambiente in cui vivono”. Tu cosa hai percepito stando con i Sapeurs?

Esprimono con un culto del vestire, nei luoghi pubblici, nei bar, ai concerti, ai funerali. Vogliono stupire la gente che li considera con ammirazione o a volte come dei pazzi. Fanno arte coi vestiti ma sono di più di classici dandy. Oltre alle foto si coglie anche il contesto, il contrasto, la realtà in cui vivono e quello che è il loro sogno e la società dell’apparenza.

 

Le foto ritraggono anche un modo di accostare l’occidente e le loro tradizioni molto personali. È un tentativo maldestro di imitazione?

A volte sì, il mito di Parigi ed Europa è la chiave di tutto, la globalizzazione è entrata anche nel Sud del mondo con la mitizzazione del mondo della moda occidentale. C’è un’emulazione, forse sono più democratici nelle parate che fanno, chi può si veste così per affermarsi, si nota sempre un minimo di gusto, una cultura dell’eleganza a volte migliore della nostra.

 

Esagerano?

La moda è anche questo. Alcuni di loro sono un po’ attori, calcano sull’aspetto eccentrico e mimico. Io ho iniziato con i Sapeurs e poi ho continuato con altri progetti, in continuità con il concetto di eleganza un po’ trasversale, diverso dal solito, non volevo raccontare mode fini a se stesse.

 

Spendono anche in altre cose che non siano vestiti?

Principalmente spendono per la moda, le loro case sono kitsch molto spoglie povere nel senso che espirmono grande dignità. Anche questi vestiti e scarpe che per loro sono l’oro, valgono più del letto, ti accorgi che li tengono arruffati nel guardaroba. Ci sono anche Sapeur di estrazione alta, ma in generale non sono ricconi con ville e piscine.

 

Il mondo della moda occidentale come reagisce?

Una collezione di Paul Smith è stata ispirata a queste foto eccentriche. Spesso non si sa nemmeno di che origine siano questi vestiti che loro indossano. Per esempio, il completo rosa della copertina di Gentlemen of Bacongo ha un’etichetta che riporta il nome D’Antonio, come il tuo, ma non credo che esista uno stilista conosciuto con quel nome.

 

Uno dei pregi del tuo lavoro è quello di allargare l’orizzonte e toglierci quel centrismo in cui l’Occidente cade spesso. Questa per te è una rottura?

Raccontare le tendenze e l’identità di certe persone che si esprimono con l’apparire significa segnalare uno stile, far emergere un bisogno di una fetta di popolazione che usa espressioni creative rompendo i canoni rigidi.

 

Cosa hai visto di strano o inusuale in altre parti del mondo?

I metallari del Botswana sono abbastanza singolari. Il loro look è occidentale ma alle borchie e alla pelle hanno aggiunto lo stile cow boy con dettagli prettamente afro. Una chiave inedita. È un Paese conosciuto per parchi naturali e poco popolato, e non ti aspetti un fermento di rockettari. Poi c’è Cuba che è un mix di Africa e latinità. La Bolivia, dove sono andato per un libro e ho deciso di conoscere le donne eleganti che fanno wrestling. Un culto dell’eleganza diverso, ripreso dalla tradizione e coniugato all’amore per l’esibirsi.

 

Ci sono mode per noi “passée” che risorgono in questi Paesi?

I gruppi sudafricani che si rifanno al vogueing di New York degli anni 80 sono spettacolari. Usano quella danza per affermare la diversità, il loro essere gay. I punk in Birmania hanno caratteristiche politiche perché in un Paese in trasformazione, essere punk per loro è la ribellione, il riappropriarsi di uno stile libero, per noi anni 70, british e demodè. Lì ritrova linfa in un contesto di passione per degli ideali in un momento di transizione.

 

Che lezione hai imparato conoscendo tutte queste Fashion tribes?

Che ci sono tanti popoli che stanno cercando di lanciare dei messaggi al mondo, alla ricerca dell’identità. Ma soprattutto ci sono delle persone che usano la moda per farsi rispettare ed esprimersi in maniera forte.



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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