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Leisure - 09/10/2018

Andrea Candolfo: “Mi piace essere la voce della gente”

A 26 anni il cantautore milanese ha fatto gavetta e ora è amato da un pubblico che cerca il pop romantico. "Non c'è separazione tra come sono e come appaio".

 

Non ha grandi manovre di marketing o sostegni poderosi alle spalle, ma quello che colpisce di Andrea Candolfo è l’empatia che stabilisce col suo pubblico. È seguitissimo sui social media ed è anche popolare tra i colleghi.

Il cantautore 26enne milanese, di recente invitato a The Big Show su Italia Uno, ha fatto una sorpresa a una giovane cantante, Anna Danieli, davanti a tutto il pubblico del teatro Manzoni di Milano, ripreso dalla tv che ha amplificato il gesto. Un anno di successi per Andrea che ha pubblicato a inizio 2018 il disco “Non racconto l’amore” che ha prodotto l’ultimo estratto “Il Profumo Delle Tue Mani”, una ballata con piano e archi davvero spiazzante in questo panorama di rap e rap. La sua musica si distingue per la vena cantautoriale italiana. E anche per la cura dei video che accompagnano le canzoni, come l’ultimo girato nel nuovo centro di Milano diretto da Sergio Negrogna.

 

“Io e il mio autore Luigi Andrea Cimini – ci dice incontrandoci in città nella stessa location del suo ultimo video, l’avveniristica piazza Gae Aulenti – siamo tornati a scrivere pezzi nuovi. È ancora presto per parlare di un album, ma sto passando le giornate accarezzando la mia chitarra e canticchiando testi lasciati a metà anche dal passato. Solitamente non mi impongo nulla altrimenti non creo nulla”.

Hai 26 anni e una passione per il canto italiano romantico. Come mai?

La passione nasce da dentro, sono sempre stato legato alla musica senza avere un percorso alternativo in mente. Ho iniziato quando ero ragazzino a frequentare un corso legato al movimento, danza e musica. Inizialmente non mi piaceva poi ho avuto la scintilla, la musica predominava sulle altre cose. E mi piaceva la melodia.

Poi cosa hai fatto?

Alle scuole medie ho iniziato a studiare uno strumento, e mio padre mi spingeva a perfezionare la conoscenza della chitarra. Così ho militato in gruppo acustico e iniziato a scrivere canzoni. A casa ascoltavo i cantautori, Battisti, De Gregori, i mostri sacri. Oggi mi rendo conto che esiste il rap e il resto e ascolto di tutto perché bisogna sapere cosa succede intorno. Ma se dovessi fare una preferenza, la musica cantautoriale italiana predomina.

Ora hai un presente da solista.

La musica bisogna prenderla seriamente e se lo fai obbligato, non porta a niente. Da adolescente io trainavo e gli altri non avevano il mio passo, ho avuto problemi in questo con i miei coetanei e ho continuato da solo. Però scrivo con Luigi Andrea Cimmini il mio co-autore, che è con me sin dall’esordio di “Andata e Ritorno”, il primo album nel 2009 una produzione casalinga.

Andrea Candolfo a piazza Gae Aulenti, durante l’intervista con The Way Magazine.

Cosa ricordi di quel primo disco?

Genuino ma mancava la qualità delle registrazioni, chiunque lo ascoltava se ne accorgeva. Il produttore artistico che ho poi conosciuto ha voluto lavorare su qualcosa di nuovo, non tornare indietro, perché a quell’età si cresce in fretta. Mi ha dato il consiglio di dedicarmi a qualcosa di nuovo. Mi ha aiutato a non soffocare la voce, non la tiravo fuori abbastanza perché ero timido.

Il tuo rapporto con gli strumenti?

Ho iniziato come batterista, che è un ruolo bello ma un po’ limitato, poi sono passato alla chitarra, voce e chitarra e scrittura è davvero quello che voglio fare. Quando scrivo penso a quando devo eseguire le canzoni in prima persona, perché non mi sono mai sentito a mio agio a cantare i pezzi degli altri. Ecco perché non mi vedo in uno show televisivo a fare cover.

Hai ambizioni?

Il mio più grande sogno è scrivere per gli altri. Sentire le mie parole pronunciate da un cantante maschile o femminile non ha importanza, ma sarà sicuramente un passaggio bellissimo. E poi voglio migliorarmi sempre. In questo ultimo disco vedo che il parere degli altri è molto importante per me che scrivo. Mi dicono che sono maturato, c’è un lavoro dietro e si percepisce che nulla è fatto a caso. E di questo sono soddisfatto.

L’atteggiamento giusto per fare musica oggi?

C’è chi scrive, chi suona e chi arrangia, ho imparato a stare in un team. Ho bisogno dell’occhio e dell’orecchio esterno e fino a due anni fa non me ne rendevo conto, facevo tutto io. E invece con grandi musicisti abbiamo sintetizzato tutte le esperienze in un solo lavoro. Che è il mio e mi ha arricchito molto. Bello passare da un provino a una canzone pronta per essere ascoltata.

C’è però anche molta fatica per farsi ascoltare, giusto?

Siamo vincolati molto dalle radio e dal marketing, il ritornello deve essere entro il primo minuto della canzone, per esempio. E quando un giovane cantautore che vuole farsi sentire deve parlare sempre d’amore, si perde un po’ la spontaneità. Per questo quando ho iniziato a scrivere questo disco volevo raccontare qualcosa che non parlasse d’amore, perché è considerato un sentimento scontato. Poi mi sono ricreduto ma il titolo è rimasto. “Non racconto l’amore” è un titolo impossibile, una contraddizione, una raccolta di 5 pezzi non può non esserci l’amore.

La magia della musica è?

È possibile raccontare a parole tante cose che si hanno dentro. Ognuno può dare un’interpretazione a una canzone, la musica ha questo potere. Io stesso quando ascolto gli altri mi faccio prendere.

Cosa prediligi?

L’armonia è la prima cosa, la melodia, quando poi combacia col testo, …non credo ci sia cosa più bella.

Senti quello che fanno gli altri?

Non ho artisti preferiti, apprezzo molto Cesare Cremonini, penso che abbia avuto un grande coraggio a uscire con un pezzo come “Poetica”, con una bellissima armonia. Eros Ramazzotti è un amico, l’ho conosciuto molti anni fa, sono cresciuto con la musica italiana e con la sua musica. Abbiamo per fortuna un bel rapporto, per me è un grandissimo artista. Sono ovviamente in trepidante attesa per la sua nuova musica. Ho sempre da imparare da lui, sia come artista che come persona.

Una persona del suo calibro dà dei consigli?

Io gli mando sempre quello che faccio ed è sempre disponibile a darmi un parere, è una fortuna per me. Preferisco persone come lui che mi dicono realmente quello che pensa. La critica deve essere costruttiva e mai offensiva ed è per questo che non mi abituerò mai agli insulti o ai confronti scortesi.

Anche il look è importante per un cantautore emergente. Tu come ti curi?

Ho fatto un percorso estetico, ho migliorato molto il coordinamento da quando ho iniziato a comunicare sui social media. Se ho qualcosa da far sapere al mio pubblico, una blogger mi dà una mano. Federica Volpicelli è una mia collaboratrice, mi aveva intervistato in una radio e siamo rimasti in buoni rapporti e ora mi cura le pagine web perché da solo non riesco.

Ti senti a tuo agio?

Certo, c’è sempre quel filo di timidezza che devo vincere. La musica mi ha fatto superare molto, nel momento in cui sali sul palco non deve più esistere nessuna barriera. Non è una cosa che ho imparato da qualcuno e a volte penso che in una personalità possa coesistere la voglia di esprimersi e un velo di timidezza.

Come vedi i tuoi coetanei?

I miei coetanei, quelli che frequento, fanno tutti i lavori del mondo. La mentalità dell’Italia forse è quella di non dare troppo spessore all’arte come lavoro. Per chi lo fa da emergente, il percorso è difficoltoso, ma di solito è quello giusto. Ogni mestiere ha la sua difficoltà, anche aprire un’attività è difficile, oggi in Italia. Io ci provo da quando sono piccolo e non mi sono perso d’animo. La famiglia ha sempre appoggiato le mie decisioni, entro i limiti della ragionevolezza.

Ti chiedi mai cosa hai di speciale?

Ho la famiglia che mi offre la possibilità di avere serenità, le persone che mi seguono che non voglio definire fan che mi supportano. Non mi sento nessuno, ma l’essere sempre disponibile e umile fa molto. Tanti emergenti che hanno sogni di gloria a volte sono ridicoli.

Sei un cantante pop, un cantante delle persone.

Sono il cantante della gente? Ti ringrazio per la definizione, mi piace molto. Il mio pubblico credo mi abbia teso un abbraccio lungo. Ho dei testi che parlano, riflettono come mi sento. Anche nei video metto gli aspetti della mia vita, non cambia niente tra la mia persona e il cantante.

Che rapporto hai con Milano?

Milano è la mia città, ho un legame fortissimo, volevo celebrare anche la bellezza della città moderna che si accosta alla storia. È anche la città delle opportunità che però non sono gratuite, nel senso che è selettiva. Quando mi sposto in città dell’Italia o all’estero ho difficoltà a trovare qualcosa che mi faccia sentire a casa. Parigi è un’eccezione, quello è un posto incantevole.

Dove sei ascoltato e seguito?

Dal mese scorso ho visto che sono molto seguito in Messico e in alcune parti della Spagna. Il bello è scoprire perché mi cercano, credo succeda anche perché mi sentono italiano. Credo che quello che faccio a Milano in altre parti del mondo possa funzionare molto di più. Perché in Italia si è troppo sottovalutati all’inizio. Mi piace viaggiare, ma non sarei pronto per partire e abbandonare la mia città.



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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