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Leisure

Leisure - 25/01/2018

C’è molta Giamaica nel film di Grace Jones. Ed è un peccato.

Il documentario GRACE JONES: BLOODLIGHT AND BAMI, presentato in anteprima in Italia all’ultimo Torino Film Festival, sarà distribuito in sala come evento il 30 e 31 gennaio

Prima regola dello showbiz: non scavate nelle memorie di una diva. Soprattutto se è ancora in vita e in attività come Grace Jones, icona dell’androginia minacciosa ed elegante degli anni 80.

Se lo si fa, come nel caso del film che esce il 30 e 31 gennaio al cinema, si entra nel suo mondo di bambina e si scoprono tante cose terribili dietro le sue fantasiose maschere. Oltre ai cappelli di Philip Tracey c’è l’inevitabile storia di abusi che ci saremo volentieri risparmiati. Continuandola a idolatrare per quella che è stata negli Ottanta. Che poi lei è durata ben oltre: aveva iniziato nei 70 con una cover epocale di La Vie En Rose ed era finita nei 90 a Hollywood con Conan Il Barbaro.

grace live

Poi qualcosa si è inceppato ed è lì che affonda le radici questo GRACE JONES: BLOODLIGHT AND BAMI, diretto da Sophie Fiennes che prova a tratteggiare, a modi e volontà della protagonista, gli ultimi due decenni di vita della leggenda. Che è pregevolmente scoperchiata e umanizzata dalla pellicola in quesione anche se il “fuori dal comune” a volte è bene che resti un mistero.

Quindi, non aspettatevi ricostruzioni di dietro le quinte di A View To A Kill o rivelazioni piccanti del suo periodo parigino quando tutte le star erano ai suoi piedi. Qui dentro Grace Jones ci ha voluto mettere soprattutto le sue radici, la sua terra, assolata e polverosa, mille miglia indietro rispetto ai luccichii da superstar. Mentre lo spettatore si aspettava, dopo anni, una cavalcata a cuore aperto sugli incontri e personaggi che hanno contribuito al suo splendore.

Si capisce quando torna in Giamaica che l’effetto-Madonna è dietro l’angolo, anche se qui l’ego è abbastanza contenuto. A casa sua la divina pantera è una delle tante. Anche il suo accento cambia, e il rullino dei ricordi è fin troppo personale, quando passa dalla camaleontica artista globale che ancora va in tv a fare capricci (“mi serve per pagarmi il disco”) a giamaicana in cerca di parenti e amici che riemergono dal passato in strade non asfaltate, ieri come oggi. Il documentario GRACE JONES: BLOODLIGHT AND BAMI, presentato in anteprima in Italia all’ultimo Torino Film Festival, farà felici i fan della diva che divorerebbero qualsiasi materiale inedito sul mito-Grace Jones, tanto avara è stata lei di dettagli sul suo privato in passato. Solo che qui tutto in una volta si eccede, e si torna a casa a caccia di quel vecchio vinile di Slave To The Rhythm. La musica è sempre un bene rifugio.

Foto d’apertura: Grace Jones ritratta da Jean Paul Goude



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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