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Leisure - 08/04/2019

Giacomo Coerezza: “La mia natura raccontata con i corti della riflessione”

Il regista che da Varese ha viaggiato spesso a piedi per ispirarsi, esporrà il suo corto "The Lost Song" a Casa NoLo nella Milano Design Week 2019.

Giacomo Coerezza ha fatto dell’osservazione della natura la sua cifra stilistica, in pochissimi anni di attività come video-maker. Nato a Varese nel 1992, diplomato alla Scuola Civica di cinema e televisione Luchino Visconti nel 2016 a Milano, ricorda un primo lavoro dal titolo emblematico (tutto attaccato) “Humanature”: una dichiarazione di intenti su quello che sarebbe stata l’evoluzione della carriera. La natura e l’umanità, nel senso di genere e di tratto distintivo dell’uomo, lo interessa e lo sprona a cercare un immaginario sempre singolare e unico, come testimoniano i corti che vi proponiamo in questo articolo.

Abbiamo incontrato Giacomo alla vigilia di un impegno importante, quello con Casa NoLo nella design week di Milano 2019. Giovedi 11 aprile in un incontro aperto al pubblico, sarà al Q21 di via Padova a Milano a incontrare gli animatori della Social District più in voga della città e racconterà a Giulia Marziali e Silvia Rudel, conduttrici di Ginocchio da Cinema su Radio NoLo, il suo operato e la sua ispirazione.

IL PROGETTO “THE LOST SONG” è un cortometraggio sci-fi drammatico. Scritto, diretto e prodotto in associazione con QD Design, dal regista ventiseienne Giacomo Coerezza, girato nella provincia di Varese nel 2018. Ha messo assieme le abilità di altri giovani aspiranti addetti ai lavori nel campo della cinematografia .Il progetto è stato scritto nel 2017, anno in cui ha avuto inizio la pre-produzione, che ha riguardato lo storyboarding del film, la progettazione del design e la realizzazione del costume del Cercatore, il tutto rappresentato dall’art direct Francesco Pisa. La pre-produzione si è avvalsa inoltre delle abilità di artigiani della provincia per la realizzazione della maschera del protagonista, ad opera di Emilio Negretti. L’Artefatto è stato realizzato ad opera di Amedeo Capelli (Fagus Artifex Studio).

Cosa ricordi di quel primo lavoro?

lo girai con una videocamera per i film vacanze con mia sorella ritraendola in una passeggiata, durava 5 minuti. Fu un breve esperimento grezzo, con un linguaggio ancora da definire ma che ben si inserisce in quello che mi interessa fare oggi. E cioè il cammino e l’osservazione delle persone.

 

È vero che per avere ispirazioni fai delle lunghe passeggiate?

Più che passeggiate sono delle avventure, come quelle in solitaria che ho fatto in Norvegia o in Scozia. Quando sono a Varese, per fortuna ho una natura vicina che permette l’estraniarsi quando si vuole. Detto ciò mi piace molto anche la città, ma ho bisogno dei miei silenzi per raccontare meglio la natura.

 

Quindi in natura c’è silenzio?

Almeno sembra. Perché poi quando ci sei a contatto costante noti di quanta vita ci sia anche in quello che chiamiamo silenzio. Gli scandinavi sono abituati a questo contatto, e per opposizione hanno creato un genere musicale metal che è tutto riempitivo, non ci sono assenze, è un tappeto di suoni. Come vedi è tutta una questione di assenze e riempimenti. Ma anche di equilibri, perché sono una persona sociale a cui piace stare anche in compagnia.

 

Parlaci del tuo corto più completo, “The Lost Song”.

È un racconto drammatico che mette in luce attraverso il dramma stesso la necessità di umanità per un futuro megliore attraverso l’espediente della fantascienza. In un lontano futuro un esploratore interstellare alieno, il Cercatore, insieme all’intelligenza artificiale Adhara, atterra sul pianeta Terra in cerca di dati sull’esistenza dell’umanità. Le risposte lo cambieranno per sempre.

Cosa ti ispira la natura?

La natura è il tema centrale di tutti i miei lavori. “Roots”  è un esperimento visuale sul ciclo della natura. Ho realizzato anche un altro progetto, “Extremity 2” che è esposto alla Triennale per un evento di alcuni mesi fa, il “premio Gianfranco Brebbia”, sotto il brand “Kings Road Films”, che è il mio progetto cinematografico con cui pubblico i miei lavori.

 

Come entra quel mondo naturale in una dimensione cinematografica così peculiare?

Sono nato in una zona dove la natura è presente, a 10 chilometri da dove vivo mi trovo in montagna e ho sempre apprezzato molto tempo da solo. Il trascorrere giornate intere nel silenzio, con la lettura, connesso a questa dimensione del silenzio, dove le cose crescono piano piano, fa parte di me. Sento l’acqua, il fruscio, il rumore diverso di ogni stagione, spuntano i fiori nel bosco senti la vita che ritorna. Io vedo nella natura uno specchio della vita che è estremamente poetico.

Come hai iniziato ad appassionarti alle immagini in movimento?

La mia scoperta è stata la fascinazione del disegno, immaginavo storie disegnate da piccolo. Pensa che molte me le immaginavo e disegnavo, ma col passare del tempo mi è stato chiaro che la telecamera poteva raccontare qualcosa che non potevo fare in nessun altro modo.

 

È il solo mezzo di espressione che hai toccato?

Ho suonato anche in una band metal, suonavo chitarra, attraverso il genere estremo di quel metal ho sperimentato suoni come narrazione. Molti confronti su come incanalare la mia vena creativa sono arrivati con amici musicisti, con un caro amico batterista.

 

Una certa estetica nordica pervade i tuoi lavori. Da dove deriva?

Beh, in Scandinavia hanno un legame profondo con la natura perché ce l’hanno presente e ingombrante. Sono una persona con grande curiosità, mi sono interessato al fenomeno di Burzum, un personaggio molto controverso in Norvegia, espressione di un malcontento collegato alla rinascita dei miti nordici in contrapposizione al cristianesimo. Negli anni Novanta in quei posti ci sono stati dei fuochi neri terribili che hanno avuto anche delle vittime.  Credo che da un sentimento profondo e di passione, possano arrivare anche delle estremizzazioni che portano alla distruzione. Inutile ignorarle, fanno parte dell’animo umano.

Giacomo Coerezza, qui e in foto d’apertura, fotografato al Museo Mudec di Milano da Christian D’Antonio per The Way Magazine.

Dove hai girato “The Lost Song”?

In una grotta nel parco del Lanza che è una zona selvaggia. Mi sono vestito adeguatamente per quelle riprese fatte d’inverno, mi equipaggio per girare perché voglio essere protetto e determinato. L’ho scelta in quel periodo dell’anno per una questione di luce e natura, volevo evitare un clima post-apocalittico e ho privilegiato la luce invernale bianca, molto crepuscolare. Il tutto riconduceva alla terra disabitata. L’entità antropomorfa che prende consapevolezza della sua condizione, non potendo esprimersi in dialoghi, è un essere puramente logico, si confronta con l’emozione tipicamente umana. L’attore principale si chiama Marco Bruno Fontichiari, l’ho voluto perché non dovendo trasmettere espressività facciale, doveva essere una presenza fisica forte e lui lo è. La voce femminile è di Valentina Masi, mentre l’attrice che recita la madre è Cinzia Bavelloni. Gabriele Miotto è invece il coadiuvatore per la fotografia.

 

Le persone ti interessano?

Mi ha affascinato il tema dell’uomo solo che si trova a relazionarsi con l’altro. Quando si incontrano i propri traumi la soluzione è nella comunicazione dell’altro, vorrei che questo fosse il tema fondante del mio prossimo corto con Alberto Ruffa, un creativo conosciuto attraverso la civica di Cinema. Stiamo sviluppando un linguaggio unificante, ho delle idee e voglio approfondirle. Il film parlerà del rapporto tra due persone in due momenti di incontro nella vita, in prima istanza lui non è pronto a conoscere lei e poi questa inadeguatezza si ripercuote successivamente. L’incontro è una questione di tempo, sempre relazionato alle persone.

Il backstage di “The Lost Song”. Il film è stato integralmente girato nella provincia di Varese, comprendendo la Valle del Lanza e varie zone del Parco Campo dei Fiori. Il set up luci scelto dal direttore della fotografia Gabriele Miotto per la cava. Nella foto Giacomo Coerezza, Marco B. Fontichiari, Olga Galbiati.

Ti senti figlio del tuo tempo?

Non mi sento figlio del mio tempo per certi versi. Anzi, non so ancora se lo sono, sto cercando di capirlo forse con la mia ricerca capirò anche me stesso. Non separo l’arte che voglio fare con la ricerca di vita.

 

Confronti col cinema del passato, ne fai?

Non mi piace darmi limiti con libri, pittura o film. Se c’è verità merita di essere vista e assaporata. Per me la musica e il cinema sono emotività, buona parte della mia ispirazione arriva dalle suggestioni come le esperienze di vita. Ad esempio è centrale viaggiare, sono stato in Scozia e a piedi per 700 chilometri in Norvegia in un piccolo gruppo. Avevamo il minimo di modernità che ci serviva per sopravvivere. Stare lontano dalle sicurezze fa scoprire molti limiti e costringe al loro superamento. E tutto ciò diventa materiale che può essere scomposto e ricostruito.

Cinematograficamente, intendi?

Non solo. Molte cose che scrivo in solitudine diventano anche poesia in prosa, mi interessa molto la comunicazione attraverso la parola. Spesso la poesia diventa soggetto di qualcos’altro, tendo a scrivere dopo esperienze che mi segnano e poi forse diventano sceneggiatura.

Come ci si accorge se un soggetto funziona?

Mi accorgo che è valido perché sento che è una radice che scava profondamente dentro di me, se  è abbastanza universale, la sensazione deve diventare comunicazione. Potrei fare film per me, ma a me interessa comunicare, toccare gli altri a livello emotivo. È questo che ci rende esseri umani. Il sentire è un obiettivo.

 

Hai parlato molto di natura. Ma gli animali?

Tendo a vedere tutto come una sola cosa, l’osservazione degli animali anche se non siamo in un Paese dove la fauna è impressionante, la trovo sempre molto interessante.  Sono una versione di noi molto più sincera. Il merlo che cerca il suo cibo, le colombe che vanno in coppia, sono parte del tutto che mi piace osservare.

 

Cosa ti stimola da spettatore?

Sono una persona attratta da tutte le idee o da un sentimento di qualche genere in qualunque espressione umana. Un dialogo in strada o un’architettura o un brano musicale, c’è dietro il pensiero umano e dove c’è sincerità e comunicativa è una calamita per me. Un artista che mi piace come autore è Andrej Tarkovskiy. Lo trovo commovente nei suoi dubbi esistenziali sia nei confronti di Dio che con gli uomini. Trovo nel suo cinema verità e sincerità, la sua più grande sofferenza e gioia è pura fonte di ispirazione. È fondamentale essere così con lo spettatore.

Dove vuoi arrivare?

Quello che voglio fare non so se in Italia o all’estero, sarà una ricerca continua per me. Girare corti è un ottimo esercizio perché bisogna essere concisi, un espediente saggio per non perdersi. Al momento non potrei fare un lungometraggio, sto cercando di capire come sviluppare la carriera e accedere ai fondi che sono importanti. In quel modo non hai interferenze sul soggetto e rimani fedele all’idea iniziale.

 



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