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Leisure - 14/11/2018

Intervista a Christian Sands: “Il piano è la mia vita”

Le nomination ai Grammy, i successi internazionali, la data al Blue Note. Ma anche la sua fascinazione per lo stile: intervista al divo del pianoforte internazionale.

Christian Sands, 30 anni il prossimo aprile, è un musicista tra i più celebrati e ricercati in ambito jazz negli ultimi tempi.

Il suo piano e il modo in cui lo suona lo hanno portato a girare il mondo non ancora trentenne e a fare delle session in dischi altrui come quelli di Christian McBride e Gregory Porter.

Il pianoforte è parte della sua vita da quando aveva 2 anni e ora ha guadagnato cinque nomination ai Grammy Award, tra le quali anche quella per “Best Latin Jazz Piano Solo”. Wynton Marsalis lo ha definito “jazz star of the future “, e per anni è stato il pianista del trio di Christian McBride.

Christian Sands e i suoi musicisti fotografati al Blue Note di Milano per JAZZ MI 2018. Eric Wheeler | contrabbasso, Ryan Sands| batteria (foto Gianni Foraboschi – The Way Magazine, novembre 2018).

Sands passa dallo swing, al bebop, al progressive jazz, alla fusion ed alle sonorità brasiliane e afro-cubane. Nel 2016 firma con la prestigiosa etichetta Mack Avenue Records e realizza il suo album di debutto REACH (2017) visto dal vivo di recente al Blue Note di Milano. Sands non ha mancato l’obiettivo di far capitolare anche il pubblico italiano ai suoi piedi. C’è stato il repertorio di Reach and Reach Further – EP, e ora è il tempo del nuovo Facing Dragons dove Sands si riconcilia con il groove e anche influenze di world music che ben sposano la sua eleganza stilistica.

Come hai scelto questo titolo così…vigoroso per il tuo nuovo disco?

Ho scelgo il titolo perché non credo che solo io ma tutti nel mondo hanno ostacoli che vogliono superare. E in qualche modo tutti devono superare l’ignoto, io stesso ho fatto l’album in un momento di transizione nella vita personale. Quando faccio un disco voglio fare piazza pulita dei pensieri e incastrali in una capsula ma in qualche modo quello che creo ne risente. Stavo trasferendomi da una città all’altra e dovevo diventare un artista con un’etichetta affermata. Un periodo denso.

Che sensazioni provi in studio e dal vivo? Sono mondi diversi per un pianista?

Non c’è una profonda differenza tra la performance in studio e arrivare direttamente alle persone. Io la vedo così: con la registrazione della musica si fa una storia documentata, e portare questo alle persone è renderle partecipi di questa storia.

Che peso ha la tradizione per un musicista jazz?

Sicuramente quando si ha a che fare con la musica dobbiamo sapere dove siamo stati e cosa hanno fatto i grandi. Credo che ogni musicsta debba capire dove vuole andare, cosa è stato fatto bene e cosa è stato fatto male per evitare errori. Io guardo al passato e immagino a come posso introiettarlo nel moderno. Credo che l’esperienza, anche altrui, serva sempre.

Come componi?

Penso che il mio modo di scrittura sia basato sulle mie esperienze ed è come per gli altri artisti, si stabilisce un parallelo con chi ascolta. Scrivo la mia storia e se è narrata con onestà ci saranno senz’altro persone che hanno una connessione con me. La musica è un modo per stabilire intimità con chi ti ascolta. Le amicizie, le cose semplici e le esplorazioni personali sono il fulcro della mia creazione.

Cosa sapevi dell’Italia prima di venirci?

Ho visitato altre volte il Paese, ma l’Italia per me è molto filtrata dai miei amici americani che hanno origini qui. A me sono sempre sembrati molto passionali e molto divertenti. E quando sono venuto qui da musicista, tutto questo l’ho ritrovato. Ho avuto tutto l’amore e supporto caloroso che mi aspettavo. Ovviamente confermo che quello che si dice sul cibo vostro è tutto vero!

Hai delle ambizioni?

Volgio fare molte cose, produrre molta musica. Vorrei scrivere per altri e fare collaborazioni. Mi interessa anche molto la musica per i film, infatti al momento sto lavorando per un paio di produzioni indipendenti. E anche per orchestre. Ho partecipato un progetto a Copenhagen che si chiama Christian’s Jazz Kids che è un programma educativo che usa la musica per la crescita dei bambini. Un sacco di musicisti fanno questi programmi educativi e voglio dare il mio contributo.

Hai molto stile nelle foto e sul palco. Cosa prediligi?

 

Anche il mio stile elegante è basato sulla mia esperienza, mi piace indossare completi, mi piace come mi sento e adoro il rispetto che generano. Ovviamente sono giovane e ci sono dei momenti in cui mi piace indossare capi casual ma sempre in un modo interessante. Credo di essere un creativo anche quando mi vesto. Posso davvero dire che mi interessa la moda e voglio far si sta muovendo qualcosa ora per me in questo campo. Voglio lavorare a stretto contatto con la tecnologia, la moda e il design che sono tutte sfaccettature dell’essere creativo.

L’artista Christian Sands mostra al Blue Note di Milano la copertina del suo vinile “Facing Dragons”, affrontare i draghi, un disco che simboleggia il superamento degli ostacoli. (Foto di Gianni Foraboschi per The Way Magazine).

Dal vivo Christian Sands si esibisce col bassista Yasushi Nakamura e il batterista Ryan Sands, occasionalmente spalleggiati da una chitarra, due fiati e due percussionisti. Le foto del servizio sono scattate da Gianni Foraboschi al concerto di Christian Sands al Blue Note di Milano in occasione di JAZZ MI 2018.



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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