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Leisure - 07/09/2018

Vent’anni senza Battisti: “Lo volevano anche i Beatles”

La Sony ripubblica il catalogo in cd. E Donato Zoppo esce con un libro, "Il nostro caro Lucio" per far chiarezza su molte scelte artistiche misteriose.

Come si poteva ipotizzare 40 anni fa di passare dall’arte perfetta della musica pop alla sperimentazione linguistica, alla ricerca sonora, al rischio lontano dal marketing? Lo faceva un illuminato, Lucio Battisti, e infatti siamo ancora qui a commemorarlo. Oggi che sono 20 anni dalla sua morte e che la Sony Music Italy riedita per la prima volta tutti gli album originali in cd in formato Vinyl Replica.

Una straordinaria pubblicazione (20 dischi) in edizione limitata numerata in altissima qualità dai masters originali restaurati e rimasterizzati.

Per la prima volta in CD anche Lucio Battisti Vol. 2 pubblicato nel 1970 solo in versione musicassetta. Quello che è cosiderato il più grande artista italiano, per merito anche della formidabile accoppiata con il paroliere Mogol ancora deve sbarcare sulle piattaforme digitali, ma viene riascoltato sul formato su cui erano nate queste pietre miliari della cultura popolare italiana.

«…Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte. ». E noi per farci raccontare i segreti delle sue scelte artistiche abbiamo parlato con Donato Zoppo, autore di un libro appena uscito, “Il nostro caro Lucio”, che indaga sulla carriera più inimitabile, e per certi versi imperscrutabile, della pop music italiana.

Il libro firmato da Donato Zoppo, “Il nostro caro Lucio”.

Donato, tu sei famoso per libri sul progressive rock. Che c’entra Battisti in quel mondo?

Tanto. Sono vicinissime le due cose. Il suo disco Amore non Amore era in odore di progressive, un concept album con brani con l’orchestra. Personalmente mi sono specializzato sul progressive ma ascolto di tutto, lavoro in radio quindi ho orecchio per tutto.

Il titolo del tuo libro contiene quel “nostro” che indica come Battisti sia patrimonio collettivo.

Sono d’accordo. Anche un suo amico, Ivan Graziani diceva: nel momento in cui pubblico la canzone quella non è pù mia, è di chi l’ascolta. Battisti aveva un approccio differente, la politica protezionista della vedova non nasce all’improvviso, è una posizione rigida secondo me ma nasce da una motivazione artistica.

Quale sarebbe?

Se l’artista deve aggiungere qualcosa alla musica vuol dire che ha fallito. Lui ha rinunciato alle interviste, era legato alla musica da ascoltare sul 33 giri. E il divieto dell’approdo sul web risponde un po’ alla logica che lui aveva immaginato per i suoi brani. Per apprezzarli devi passare al vinile e rispettando l’ordine.

Aveva così tanto controllo della sua produzione in vita?

Certo. Anche quando si mise a lavorare con i produttori stranieri negli anni 80 fu produttore di sé stesso. Ogni cosa si sente in quei dischi è frutto della sua volontà, la musica liquida lo snaturerebbe.

C’è però un innegabile eccesso nel proteggere quel repertorio che è patrimonio della cultura italiana.

Trovo eccesso nella politica conservativa per quanto riguarda gli eventi. Battisti è patrimonio collettivo vuol dire anche memoria, tributo. Rispetto l’idea di preservare integrità artistica, tutti si possono spacciare per amico e confidente, ma bisognerebbe lasciare la libertà di poterlo ricordare. Anche perché così facendo si limita la sua eredità. Possono esserci intere fette di pubblico a cui la sua musica non arriva.

Ci sono molte leggende sulla sua produzione. Gli inediti, per esempio?

Tutte le canzoni non incluse nei dischi grossomodo si conoscono. La più famosa è forse “Il Paradiso non è qui”, che Mogol voleva pubblicare, e che Ron e Biagio Antonacci volevano eseguire in pubblico negli ultimi anni, risale al periodo di “Una Giornata Uggiosa”, ed è anche molto attuale perché ha riferimenti all’immigrazione. Poi c’è “Il Gabbianone” escluso da “Don Giovanni”.

Il famigerato album-fantasma a cui Battisti stava lavorando prima della sua scomparsa nel 1998?

Mi sembra che anche Mara Maionchi abbia negato l’esistenza di pezzi post-1994, dopo il suo ultimo album “Hegel”. Dall’86 in poi Battisti non aveva contratti pluriennali e vuol dire che realizzava il disco solo con gli 8 pezzi che gli venivano commissionati. Questo ovviamente non vuol dire che non registrasse canzoni per provare. Nel 1978 nell’ultima intervista aveva detto di avere 50 melodie e ma poi ne usò poche.

Che idea ti sei fatto, tu biografo, del repertorio Battisti-Panella, in opposizione alla prima fase, quella con Mogol?

Credo che la svolta abbia scaldato gli animi al contrario, abbia creato rabbia. Personalmente ho l’imprinting del Battisti con Panella, per motivi anagrafici. È difficilissimo entrare in sintonia con quella fase, l’intento era di demolire il Battisti prima maniera. E in un certo senso si è avuto proprio questo.

Credi ci sia in atto una rivalutazione anche dell’ultimo Battisti?
Non c’è un grande interesse ma abbiamo piccoli segnali, come l’album tributo “La Bellezza Riunita” dove gli indie italiani hanno omaggiato quel periodo. Sono segnali incoraggianti per storicizzare quel periodo, secondo me gradualmente avverrà.

In definitiva si può dire che gli inglesi hanno avuto i Beatles e noi abbiamo avuto Battisti?

Come forza rivoluzionaria sì, è così. Ma per lui era Dylan il riferimento concettuale principale, più che musicale. Battisti ha rivoluzionato la pop song in Italia come i Beatles all’estero. Ma attinge prima al Rhythm n’ Blues e poi al folk rock. Sono due fenomeni analoghi e lui ha avuto tempo di avere evoluzione. Aveva contaminato synth pop e funk nel suo mondo. I Beatles dal 1970 cessano di essere una band.

Però una connessione ulteriore c’è tra i due mondi. Ce la spieghi?

Si dice che Paul McCartney si sia interessato al suo catalogo, anche ai suoi testi , voleva sapere se lavoravano in esclusiva assieme Battisti e Mogol o potevano collaborare con altri. Non è inverosimile come ipotesi. Battisti frequentava molto Londra. Era un provinciale ma con rapporti legati all’estero.

E Mogol?

Tutto parte dal papà di Mogol che era dirigente della Radio Record che aveva in catalogo pezzi dei Beatles. Mogol era traduttore di tanti brani dall’inglese, il rapporto editoriale c’era con la Gran Bretagna. Il management dei Beatles, inoltre, aveva offerto un tour internazionale a Battisti ma lui l’aveva rifiutato. Per motivi economici. Mogol gli aveva suggerito di accettare, che una condizione così non si sarebbe più verificata. Ma lui era irremovibile: voleva di più perché sapeva di valere di più.

Come si scrive un libro su un mito?

Il libro arriva dopo 50 volumi disponibili sul mercato. Io ho offerto il mio punto di vista di narratore rock cogliendo alcune cose come la personalità di Lucio, ho indagato sui luoghi della sua vita. Come Poggiobustone, Rieti, dove ha trascorso i primi anni. Vedendo quel posto mi sono fatto delle idee molto precise sulla sua proverbiale riservatezza.

Un posto che per coincidenza non è lontano dall’Umbria….

Dove c’è la scuola di Mogol, il CET. Che so avrebbe avuto piacere ad averlo ospite ma non è accaduto mai. Credo che per un artista l’influenza ambientale sia molto importante. Battisti ha vissuto in vari posti e l’influenza dell’ambiente ce l’ha avuta ma in maniera diversa.

Contrariamente a quanto si pensa è stato molto più milanese che romano, giusto?

Milano è stata determinante per Battisti musicista, il 90% dei suoi strumentisti erano milanesi, lui stesso è discograficamente un prodotto milanese, gli studi a cui era legato erano a Milano. Particolarmente c’era uno studio della Ricordi in via dei Cinquecento che era sede di un cinema parrocchiale. Lì sono stati registrati parecchi successi. Poi ha vissuto in città anche se non credo ne abbia assunto lo spirito.

 

 

Che cosa ti hanno rivelato i suoi contemporanei che hai intervistato?

Mi hanno illuminato sulla vita e sulle motivazioni artistiche, sui motivi di scelte molto audaci. Ho capito il perché passa dal pop alla sperimentazione o alla disco music. Ho intervistato musicisti che hanno lavorato con lui. Robby Matano, il cantante dei Campioni, la band dove militava Battisti come chitarrista tra il 1963 e 1966. Fecero molti giri nei night in Europa. Robby e lui cominciarono assieme a scrivere le canzoni. È stato fondamentale per la sua formazione. Ma in definitiva, tutti gli altri musicisti che ho sentito mi hanno detto che Battisti aveva un solo unico interesse. Niente politica, niente moda, niente altro che la musica. Credo avesse trovato la sua dimensione artistica lungamente cercata.

 

In occasione, il 9 settembre per tutto il giorno RTL 102.5 dedicherà il suo Millennium Hit trasmettendo le canzoni del più grande hitmaker italiano.

Donato Zoppo presenta il suo libro “Il nostro caro Lucio” a Milano, presso “Lo Spirit de Milan”, domenica 9 settembre 2018.



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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