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Leisure - 01/12/2018

Vincenzo Incenzo: “Riscopro il valore della canzone testimone del suo tempo”

Intervista col grande autore di Zarrillo e Renato Zero. Pubblica un album solista e dice: "La scrittura deve sollevare grandi questioni raccontando piccole cose".

Vincenzo Incenzo, cantautore romano, classe 1965, ha indissolubilmente legato il suo percorso artistico a successi scritti per Renato Zero e Zarrillo. Sue le canzoni diventate ormai classici come “Cinque Giorni” (1994) e “L’elefante e la farfalla” (1996) di Zarrillo che fecero stragi di cuore ai Sanremo degli anni 90. Con Renato Zero ha scritto molti degli ultimi album della discografia del cantautore di “Scrivimi”. Ma anche il teatro lo ha visto protagonista nella scrittura: Dracula Opera Rock, 2006, Cassandra e il Re, 2010 Serena Autieri, recital sinfonico, 2012 La Sciantosa, 2013, Romeo & Giulietta, ama e cambia il mondo, 2013, Vacanze romane, 2015.

Oggi esce “Credo” il suo album solista prodotto da Renato Zero su etichetta Tattica, con 13 brani da lui scritti tra cui anche “L’acrobata” e “Cinque Giorni” dove duetta con lo stesso Zero. Gli abbiamo chiesto come si sente a questo debutto in altra veste, dopo tanti premi come autore.

Prima di tutto Vincenzo, ci facciamo interpreti della volontà di sapere da parte di tanti fan del musical “Rome e Giulietta”. Tornerà in scena prima o poi?

Da come me l’ha raccontata Clemente Zard, il del papà David prevedeva una chiusura senza ripresa e non voglio dire che c’è la parola definitiva, perché anche Notre Dame era stato fermato e poi ripreso in seguito a tante richieste. Quindi al momento non si prevede nulla.

Tu hai lavorato tanto a quel musical, quasi fino a diventarne parte, per il pubblico, anche se non salivi sul palco. I tuoi ricordi?

Fantastici perché ho fatto in tempo a godermi Zard nell’ultimo percorso e mi ha fatto piacere essere stato richiamato dopo l’esperienza con la PFM in “Dracula Rock”. Era una vita che volevo incontrare Shakespeare e dare una nuova chiave di lettura all’opera mi appassionava. Pensa che sono stato così immerso che dopo sei giorni avevo finito tutta l’opera e ho dato i capitoli piano piano per non dare idea che il lavoro fosse stato avventato. Ma ovviamente mi ero fatto trovare pronto, quando mi avevano assegnato il compito avevo studiato molto. E poi tutta l’esperienza con gli attori è stata bellissima, credo sia stato un ottimo gradino per arrivare a questo disco. Perché in fin dei conti la scrittura cambia ma costruisci un rapproto sentito col pubblico, che dopo ogni rappresentazione mi scriveva come se fossi stato in scena.

Hai in mente chi ti segue?

Molto di quel pubblico me lo ritrovo e sono persone che amano la musica e vogliono sapere della genesi. È importante raccontare come nasce l’altre e soprattutto quando il lavoro è artigiano, io tendo a lavorare da solo a casa, e lo scheletro è bello farlo vedere prima che ci sia il vestito, è importante anche per me.

Come hai iniziato la tua carriera?

Ho cominciato tanti anni fa al Folk Studio un locale a Roma dove ci si esibiva al massimo con una chitarra scordata e dovevi sempre rendere l’idea di spettacolo. E quel processo deve restare puro ma anche lo spettacolo deve essere coerente, perché dovevo reggere il palco e farmi un viaggio anche senza costumi e scenografia. Così è per le canzoni, la comunicazione deve partire da un semplice canto a cappella, c’è bisogno di essere sinceri. Senza alibi, senza dare la colpa agli arrangiamenti sbagliati, per dirne una.

Come passi dallo scrivere all’interpretare in prima persona?

Anche quando scrivo per altri, l’approccio da cantautore resta sempre. Per essere credibile e per essere autogratificato mi cantavo canzoni e mi trovavo anche prima a maneggiare per intero tutta la pasta della situazione. La musica, gli argomenti sono sempre stati condivisi prima da me e poi da chi li riceveva da me. Oggi ho libertà nuova, è come non avere limiti alla creatività.

L’interprete oggi come è? E tu come sei?

L’interprete, giustamente, tende a usare codici propri, il materiale invece qui, in questo disco “Credo”, viene da me ed è una prateria meravigliosa, sforno continuamente canzoni anche in questo periodo che il disco è uscito, perché si tratta di un’apertura nuova che ho avuto alla musica, da quando ho deciso di pubblicare un disco in prima persona.

Canti anche “Cinque Giorni” di Zarrillo, ma con Renato Zero.

La versione che avevo preparato era nata per cantarla io per non generare sovrapposizione, poi con Renato ha avuto vita diversa. Siamo partiti da come era nata negli anni 90 la canzone in origine, siamo tornati  al momento in cui sono state scritte quelle parole, con musiche basilari, voce, chitarra per dare l’idea  delle origini.

Che autore sei stato, secondo te?

Ho avuto la fortuna di essere autore molto visibile, tanti Sanremo in cui vieni nominato e arriva la riconoscibilità. Poi lavorare con Renato Zero alla costruzione dei suoi spettacoli, già ti garantisce l’affetto di tanta gente. Arrivo al disco con un piccolo zoccolo duro di pubblico, con fan dei musical che ho fatto in teatro.

Dilemma costante: cosa conta di più, la canzone o chi la esegue?

Non so se c’è empatia con la canzone da parte del pubblico oggi, ma forse ce n’è di più con chi leacanta. Dove sta andando la musica? La tendenza ci dice che il personaggio sia più forte delle canzoni. Negli anni 50 gli interpreti cantavano canzoni diverse. Oggi succede questo perché le canzoni hanno smesso di raccontare secondo me. La stagione dei grandi cantautori è in ombra e le canzoni sono un accessorio a qualcosa che facciamo durante la giornata. Il suono è omologato, stesso colore, stesso beat, e quindi si presta meno attenzione al tutto. Mi piacerebbe contribuire in piccola misura a riscoprire il valore della canzone testimone del suo tempo. Quella che guarda le piccole grandi cose e solleva questioni.

Il primo singolo, Je Suis, e anche il titolo dell’album, Credo, sono due verbi in prima persona. Avevi necessità di affermare te stesso?

Je Suis è un bussare alla porta di questo nuovo mondo per me, del cantautorato, e porre un punto e capo. Farsi un selfie in vista di un percorso nuovo che non aveva previsto la tua faccia finora. Per quanto riguarda Credo, è un titolo scelto da Renato, significa credere nelle canzoni che possano sollevare coscienze…parola grossa che sembra quasi dia fastidio, ma non è così.

Quel “Je Suis” rimanda anche ad altro…

La canzone nasce da uno slogan per gli attacchi terroristici di Parigi del 2015 e diventa slogan per sollevarci la coscienza, sembra quasi di partecipare alle rivoluzioni stando sul divano. Va bene guardare con occhi partecipati alle tragedie del mondo, ma c’è bisogno del corpo e della faccia per proporre qualcosa.

Oltre ai citati, hai lavorato con: Lucio Dalla, PFM, Sergio Endrigo, Ron, Antonello Venditti, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Franco Califano, Tosca e Albano. Hai preso qualcosa da questi grandi?

In ogni canzone di questo disco rispondo alla domanda: cosa avrebbe detto Lucio Dalla o Franco Califano se avesse sentito questa canzone? Mi piace pensare di non tradire le aspettative di un percorso avviato. Ci sono state collaborazioni brevissime come con Sergio Endrigo, che aveva attenzione a dare peso a ogni parola, non c’è spazio per una parola accessoria nel suo repertorio, tutto deve essere significante. Lucio Dalla aveva la capacità di dire una frase in mille modi diversi. Di Zarrillo ammiro la musicalità. Degli altri ricordo la forza espressiva di cercare sonorità particolari della PFM, quattro teste diverse in una grande band. Da ognuno ho assorbito qualcosa, questo rigore che ti dice: i grandi non bluffano e non c’è niente di gettato al caso. Con loro, non c’è casualità nelle produzioni.

Per fare un disco da solista a quali musicisti ti sei affidato?

I musicisti che hanno lavorato a questo disco hanno lavorato anche in altri dischi a cui ho partecipato, devo riconoscere di essere stato fortunato. Mantenere alta l’asticella quando passavo dall’altra parte non era scontato, ma mi sento di dire che grazie a loro ci sono riuscito. Sono forte, mi osservano quelli che non ci sono più e devo per forza esserlo.



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