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Leisure

Leisure - 26/09/2018

Warhol e la Pop Art 30 anni dopo

A Bologna e Torino nuove mostre per indagare su un fenomeno che non diminuisce d'appeal. Tutti vogliono un pezzo di leggenda.

I miti si valutano con la distanza. Andy Warhol ha dato il meglio di sé dagli anni 60 agli 80, ma essendo morto nel 1987, la Pop Art da allora ha avuto status di leggendaria epoca irripetibile. Ancora dopo 31 anni dalla scomparsa del mito pop, la mitizzazione aumenta, coinvolgendo nuove generazioni di appassionati. E appare sempre più mitica quella Biennale di Venezia del 1964 in cui Robert Rauschenberg premiato come pittore, ruppe definitivamente i canoni estetici del dopoguerra.

Il mito ovviamente si alimenta anche con mostre, e questo autunno in Italia non si sottrae alla salvifica magia dell’esposizione Pop Art, foriera di sicuri incassi e, si spera, di ulteriori indagini e divulgazioni.

Si è appena conclusa “Rockstars dell’Arte” la mostra organizzata dall’Assessorato alla Cultura di Peschiera del Garda e curata da Matteo Vanzan di MV Eventi, dal nome esemplare che ha fatto sicuramente gola a più di un esperto. I più grandi interpreti della Pop Art e della Street Art si sono messi in mostra su materiali di recupero, fotografie, video, manifesti, disegni, fumetti e molto altro per ripercorrere le tappe fondamentali di un rinnovamento culturale globale che ha rivoluzionato il modo di concepire l’opera d’arte confrontandosi con la cultura di massa e con i mass media.

Roy Lichtenstein di recente in mostra a Peschiera del Garda.

In mostra i nomi celebri di Keith Haring, Roy Lichtenstein e Andy Warhol. Il curatore Matteo Vanzan li ha paragonati, “in popolarità su scala mondiale famosi come Mick Jagger e John Lennon. Come i collezionisti di Elvis Presley, gli amanti dell’arte contemporanea vogliono circondarsi di oggetti che, proprio in virtù della firma autografa, si trasformano in opere d’arte. D’altra parte il dollaro non è altro che una moneta come l’euro, ma una volta firmato da Warhol diventa un’opera d’arte di Andy Warhol a tutti gli effetti”.

Keith Haring, esprimendo concetti universali, come nascita, morte, amore, sesso e guerra, con il primato della linea e l’immediatezza del messaggio, è stato in grado di richiamare l’attenzione di un vasto pubblico, trasformando il proprio segno nel linguaggio visivo del XX secolo. Le sue opere sono invase da bambini, cani, angeli, mostri, televisori, computer, figure di cartoon in una iconografia che vuole veicolare messaggi immediati su diversi temi della sua epoca.

Diversamente Roy Lichtenstein scelse la tecnica del linguaggio puntinato, utilizzato per realizzare i fumetti, non solo per esplorare un altro metodo espressivo ma anche per criticare la tecnica pittorica dell’astrattismo e per trovare una nuova forma artistica che coniugasse arte e cultura popolare. È un modo nuovo di contaminare l’arte, con stili presi dalla cultura “bassa”. Sono fumetti, è vero, ma realizzati con la visione propria dell’artista.

La ripetizione è poi alla base delle opere di Andy Warhol, artista istrionico che, sai sobborghi di Pittsburg, scala le vette dell’arte internazionale diventando ben presto il re di New York. Prendendo immagini pubblicitarie di grandi marchi commerciali, o immagini d’impatto come incidenti stradali o sedie elettriche, riesce a svuotarle di ogni significato rendendole quasi banali. La sua arte, che portava gli scaffali di un supermercato all’interno di un museo o di una mostra d’arte, è provocatoria: secondo il più grande esponente della Pop Art l’arte doveva essere “consumata” come un qualsiasi altro prodotto commerciale. In queste sue opere non vi è alcuna scelta estetica, ma neppure alcuna intenzione polemica nei confronti della società di massa. Semplicemente documentano l’universo visivo in cui si muove la “società dell’immagine” e dei consumi.

BOLOGNA – A Bologna il focus artistico d’autunno è sulla New York degli Anni Ottanta con la mostra Warhol&Friends. New York negli anni ‘80. Dal 29 settembre 2018 al 24 febbraio 2019 a Palazzo Albergati di Bologna in mostra circa 150 opere che raccontano Warhol, la sua vita e la sua produzione. Ma non solo.

Tra storie di eccessi, trasgressione e mondanità, i protagonisti del vivacissimo clima artistico di una sempre nuova New York come Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat (quest’anno ricorre il trentennale della sua morte), Francesco Clemente, Keith Haring, Julian Schnabel e Jeff Koons, con circa 150 opere dal 29 settembre saranno a Palazzo Albergati di Bologna nella mostra Warhol&Friends. New York negli anni ’80.

Letti troppo spesso come il decennio del disincanto e della superficialità, gli anni ‘80 hanno un loro modo di fare politica in un’esplosione di colori e figure dove l’arte non è solo esperienza visiva.
A raccontare il fermento irripetibile di un decennio che ha visto combinarsi arte, musica, cinema e letteratura – nel momento in cui gallerie e mercato internazionale decretano il clamoroso successo del ritorno alla pittura – a Bologna arrivano Warhol, Haring con Untitled (1983), Schnabel con Dunciad (Trances of Bouboul) del 1983, Koons con Art Magazine Ads (1989), Basquiat con Untitled (1983) e Bertoglio con Grace Jones e Madonna (1983), solo per citarne alcuni.

In mostra con 36 opere e 38 polaroid Andy Warhol che, dopo essere stato vittima nel 1968 di un terribile attentato, proprio all’inizio degli anni ‘80 torna al centro della vita artistica e sociale di New York realizzando alcuni tra i suoi cicli più interessanti presenti in mostra come Shoes, Hammer & Sickle, Camouflage, Lenin, Joseph Beuys, Vesuvius, Knives.

Con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e del Comune di Bologna, la mostra Warhol&Friends. New York negli anni ’80 è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia e curata da Luca Beatrice.

Claudio Cintoli (1935-1978). Mezza bocca per G.D., 1965. Olio su tela, 100 x 80,5 cm. Courtesy collezione privata. Fotografia di Pietro Notarianni © Eleonora Manzolini Cintoli

TORINO – La mostra CAMERA POP. La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co. ripercorre la storia della trasformazione del documento fotografico in opera d’arte, giunta al culmine negli anni ’60. Dal 21 settembre al 13 gennaio a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, saranno esposte oltre 150 opere tra quadri, fotografie, collages, grafiche, che illustrano la varietà e la straordinaria vivacità di questa grande vicenda.

La Pop Art è stata un fenomeno mondiale, esploso negli anni Sessanta negli Stati Uniti e in Europa, e diffusosi rapidamente anche nel resto del mondo “che ha rivoluzionato – è l’opinione di Walter Guadagnini, direttore di CAMERA e curatore della mostra –  il rapporto tra creazione artistica e società, registrando l’attualità in modo neutro, fotografico, adottando gli stessi modelli della comunicazione di massa per la realizzazione di opere d’arte. In questo senso, la fotografia è stata, per gli artisti Pop, non solo una fonte di ispirazione, ma un vero e proprio strumento di lavoro, una parte essenziale della loro ricerca”.

Allo stesso tempo, l’affermazione della cultura Pop ha liberato energie sorprendenti anche all’interno del mondo dei fotografi, che si sono misurati direttamente non solo con il panorama visivo contemporaneo, ma anche con le logiche della trasformazione del documento in opera d’arte.

Tra i protagonisti presenti in mostra si possono citare gli americani Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jim Dine, Ken Heyman, Ed Ruscha, Joe Goode, Ray Johnson, Rosalyn Drexler; gli inglesi Richard Hamilton, Peter Blake, Allen Jones, Joe Tilson, David Hockney, Gerald Laing, Derek Boshier; i tedeschi Sigmar Polke, Wolf Vostell; gli italiani Mario Schifano, Mimmo Rotella, Michelangelo Pistoletto, Franco Angeli, Umberto Bignardi, Gianni Bertini, Claudio Cintoli, Sebastiano Vassalli e tanti altri.

Tra i fotografi, si sottolinea la presenza di Ugo Mulas – cui viene dedicata un’intera sala, dove verranno esposte le serie realizzate negli Stati Uniti e quella della Biennale di Venezia del 1964 – e di Tony Evans, fotografo dei protagonisti della Swinging London dei primissimi anni Sessanta.

Immagine d’apertura: foto dalla mostra Andy Warhol – Late Dreams and Early Thoughts, Ravizza Brownfield Gallery Honolulu.

 

 



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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