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Society

Society - 23/11/2017

Arancia Meccanica, 40 anni e più per un film senza tempo

Mario Moscati ci parla del capolavoro di Kubrick che dagli anni 70 continua a ispirare generazioni. "Preferiva la versione doppiata in italiano".

Musicale Eccitante Bizzarro Spiritoso Politico Emozionante Terrorizzante Metaforico Comico Sardonico Beethoven Satirico Buffo. Guglielmo Tell, sì certo. Di cosa sto parlando? Di Arancia meccanica naturalmente e del gusto di scrivere la sequela di aggettivi che accompagnarono il trailer nel 1971. Arancia meccanica torna, mi piacerebbe scrivere prepotentemente, ma così non è, torna con stile ed eleganza nel bel libro di Mario Moscati, Arancia meccanica. Quarant’anni ma non li dimostra. Lo straordinario caso di un film senza tempo. Si tratta della terza edizione del libro che ha celebrato i quarant’anni dell’uscita del capolavoro di Kubrick arricchito di nuove immagini e novità solo recentemente scoperte. Moscati non svela solo i segreti del film, ma ne analizza il significato profondo, i particolari nascosti, i personaggi, il gergo, il doppiaggio e soprattutto i dialoghi.

Dalle pagine del libro di Mario Moscati.

Dalle pagine del libro di Mario Moscati.

Moscati, Arancia meccanica è davvero un film senza tempo? Perché?

Arancia meccanica è un fenomeno particolare, nel senso che l’ha reso così, senza tempo, il libro di Anthony Burgess dal quale è tratto. Si riferiva alle bande giovanili degli anni ’50 che iniziavano a costituirsi come tali e a sentirsi come una categoria a sé. Questo è l’aspetto che mi ha interessato di più perché prima della guerra i giovani non esistevano come “categoria”;  solo dopo la guerra la “categoria giovani”, diciamo così, inizia ad avere voce in capitolo. Il romanzo di Burgess è del 1961 e proprio lui inizia a delineare i giovani, il film di Kubrick, tratto dal suo libro, è del 1971 ma perde un po’ certi elementi distintivi di Burgess trasformandoli in movimenti giovanili, su questo aspetto infatti ho scritto una lunga introduzione sull’evoluzione dei movimenti a partire dai Teddy boy degli anni ’50, fino ad arrivare ai Rocker anni ’60 e ai movimenti studenteschi; ecco, poi credo che Kubrick abbia toccato le medesime corde dei giovani del ’71 anche e soprattutto attraverso il gergo e i dialoghi surreali. Aggiungerei anche che è un film esclusivo tenendo conto che all’epoca non c’era la visione domestica ma solo quella cinematografica nelle sale. Tornando al film però, si tratta di una rivoluzione sui generis nel senso che è un singolo ad uscire dal gruppo, infatti, Arancia meccanica non è un film sulla contestazione giovanile ma su un giovane che è mosso solo dai suoi istinti. Sarà poi la cura Ludovico e quindi il condizionamento della società a riportarlo indietro e a farlo combattere contro se stesso in modo fallimentare come poi si vedrà. Un altro aspetto distintivo è l’estetica del film, la ripresa degli elementi Pop e sicuramente la commistione musica/immagini, questo mix non fa risentire affatto il passare del tempo.

Arancia meccanica di fatto, proprio per gli elementi che porta, è quasi un’opera d’arte più che un film nel verso senso del termine, cioè, è un cinema che va oltre? Anche al di là della violenza narrata e dell’inconsapevole affezione verso il protagonista?

Sicuramente sì. Opera d’arte, cinema oltre il cinema certo. Nonostante tutto ciò ricordo che uscì in tv la prima volta in Italia nel 2007 trasmesso da La7 e per “preparare” il pubblico il film fu introdotto da Alex Infascelli con uno speciale intitolato La meccanica dell’arancia. Erano presenti nel programma sia Achille Bonito Oliva che lo definì appunto non un film ma un’opera d’arte e Raoul Montanari il quale disse che se avesse incontrato un extra terrestre sicuramente gli avrebbe presentato Arancia meccanica come un’opera d’arte. La violenza nel lavoro di Kubrick è una farsa, cioè è tutto farsesco, dalla corsa in macchina dei drughi, al pestaggio dello scrittore nella sua villa  sulle note di Singing in the rain cantata, improvvisando tra l’altro, da Alex/Malcom McDowell, fino alla violenza finale sulla donna uccisa con una sua stessa scultura a forma di enorme fallo. Tutto quanto assume un tono farsesco ed è un altro punto di forza del film ma questo probabilmente non è mai stato compreso fino in fondo tanto da farlo passare quasi solo come un film di violenza, ma non è così. Kubrick poi è stato ben accorto su questo tanto da condire il tutto con estrema ironia, da Mr. Deltoid, l’assistente sociale che beve l’acqua dal bicchiere con dentro la dentiera della madre di Alex, al capo delle guardie del carcere che parla solo urlando e per frasi fatte. E poi le inquadrature, i colori, l’arte onnipresente e la scena fantastica del negozio di dischi dove Alex aggancia le due ragazze.

Malcom McDowell è rimasto prigioniero del suo personaggio tutta la vita?

Malcom fu superlativo. Alex gli è rimasto appiccicato addosso sempre. Fu talmente bravo che un po’ si bruciò la carriera a venire, e aveva solo 28 anni. Con alti e bassi proseguì ma per tutti è rimasto il drugo Alex DeLarge.  In un’intervista lamentò molto il fatto di essere stato poco considerato da Kubrick al termine delle riprese, tanto che non si preoccupò nemmeno di lui quando si rovinò una cornea a causa della scena col divaricatore oculare durante la cura Ludovico, ma Kubrick era così, a lui non interessavano i rapporti umani sul set e sicuramente nemmeno fuori, cioè non era tipo che ti faceva la telefonatina per chiederti come stavi.

Nel tuo libro dedichi anche un ampio spazio al doppiaggio, è vero che Kubrick dichiarò di preferire la versione italiana a quella inglese?

Sì è vero, lo dichiarò in un intervista ma devo dire che il nostro doppiaggio fu spettacolare, soprattutto adattando i dialoghi e il gergo del film, voglio anche ricordare voci straordinarie come quelle di Adalberto Maria Merli che doppiò Malcom McDowell e Silvio Spaccesi che diede la voce a Patrick Magee (lo scrittore) e poi ancora Romolo Valli, Renzo Montagnani, Oreste Lionello (Mr. Deltoid) e Paolo Ferrari. Nel libro ho messo un’ampia pagina con le foto dei protagonisti e dei loro doppiatori.

Sei d’accordo con Tatti Sanguineti quando dice (sottovoce) che Arancia Meccanica è il film più sfigato di Kubrick?

(ride) Sì! E ha ragione, è vero se parliamo in termini di budget, di fatto è il film più povero di Kubrick, fatto davvero con poco, un piccolo impegno produttivo, tieni conto che veniva da 2001 Odissea nello spazio.

Enzo Latronico
Sceneggiatore e giornalista, laureato in Scienze dell’educazione e della formazione, Enzo Latronico è il nostro esperto del grande schermo. Ha scritto il documentario "I musei di Palazzo Farnese" e ha diretto per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il docu-movie "A memoria d'uomo". Autore del libro "Ugo Pirro. Indagine su uno sceneggiatore al di sopra di ogni sospetto" e della sceneggiatura del film "Solo di passaggio" (regia di Alessandro Zonin, ispirato alla novella di Dino Buzzati, Il mantello), in concorso ai David di Donatello tra i corti. Al Palazzo Farnese di Piacenza ha curato la grande mostra sul cinema "Le macchine del sogno. Dai Lumière al cinematografo". Fondatore e direttore del blog/magazine cinemascritto.wordpress.com, è studioso della cinematografia di James Bond e Star Trek.
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