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Society

Society - 17/11/2017

Claudio Trotta: “Intuito e rispetto per il pubblico, ingredienti per il tour perfetto”

Lo storico organizzatore di concerti si confessa a The Way Magazine in occasione del lancio del suo libro. Che il 19 novembre è presentato a Milano a BookCity.

Una delle scene più memorabili del libro di Claudio Trotta “No Pasta No Show – I miei 40 anni di musica dal vivo in Italia” (Electa Mondadori) è il ricordo del backstage nel 1984 nel primo tour con i Queen. Trotta, che all’epoca lavorava con Franco Mamone e che dopo avrebbe fondato con successo la sua agenzia, Barley Arts, dice:Freddie Mercury sembrava uno di noi, un uomo del Sud”.

Nel 2014 ad Assisi con Bruce Springsteen: Claudio Trotta ha degli aneddoti davvero unici con The Boss che racconta nel libro.

Nel 2014 ad Assisi con Bruce Springsteen: Claudio Trotta ha degli aneddoti davvero unici con The Boss che racconta nel libro.

Star planetarie viste dal punto di vista di un imprenditore italiano davvero appassionato di musica. Fondatore di Barley Arts, famoso da noi per essere l’unico a cui Bruce Springsteen si affida quando viene a suonare in Italia. Ma Claudio è anche un uomo generoso che con la sua attività ha regalato gioie a tante generazioni di appassionati di musica. E che ora consegna alle stampe quello che ha vissuto e che ha imparato in un godibilissimo libro scritto come un romanzo.

Trotta, applaudito dall’intero stadio San Siro nel 2016 per volere dello stesso Boss che lo menziona davanti al suo pubblico, si posiziona tra i pochi imprenditori indipendenti, manager di se stessi che riescono a fare ciò che amano non pensando solo al guadagno.

“No pasta No show” è la storia di 40 anni di musica dal vivo in Italia e 15mila eventi live: una galleria di personaggi indimenticabili e delle loro storie, raccontate dal backstage. Ed è anche l’affresco di un’epoca, di un pezzo di storia italiana di cui abbiamo approfondito molti aspetti in questa intervista.

 

Stai presentando il tuo libro al pubblico di tutta Italia in queste settimane e lo presenterai a BookCity a Mlano domenica 19 novembre. Che risposta stai avendo?

La risposta è molto positiva e variegata. Mi piace conoscere nuove persone, mi sta arricchendo questo giro nelle città. Ho notato interesse sia nei giovani che negli adulti. La cosa che più mi fa piacere è che il libro non è vissuto in superfice, la narrativa e gli aneddoti non sono componenti principali del libro. Molti ne colgono l’anima e lo spirito. Non ho fatto un libro per sentirmi figo perché conosco gli artisti. Volevo raccontare la storia, la mia, quella di un ragazzo che ha iniziato a 16 anni, a 60 si sente ancora un ragazzo. Amo il lavoro, la vita, la musica, amo dei valori che sono fondanti e che non possono essere persi.

Come è cambiato il tuo mestiere negli anni?

Sicuramente è cambiato il mio, quello delll’artista, del discografico, è cambiato il pubblico. Ma è cambiata l’attitudine verso il lavoro. Per me la gavetta è un dono non una tassa da pagare. La dignità nasce dal credere in quello che si fa. Fare esperienza è una fortuna, troppi arrivano velocemente e perdono pezzi della loro vita. E quando il successo va via velocemente, psicologicamente è un danno. Ma ciò riguarda il lavoro in generale, la vita, e anche altri campi, il cinema o lo sport.

Con Brian May, durante uno dei tour più recenti dei rimanenti Queen.

Con Brian May, durante uno dei tour più recenti dei rimanenti Queen.

Che tipo di libro volevi fare?

Ci stavo pensando dal 2008. Mi è sempre piaciuto scrivere, da ragazzo avevo iniziato un romanzo, volevo fare il giornalista e da quando ho iniziato la mia attività ho sempre detto ai miei collaboratori che saper scrivere è un passo fondamentale nel nostro lavoro. Il mio non è un libro di memorie di promoter, è un racconto, è un romanzo. C’è storia, politica, in certi passaggi credo ci sia poesia. Alcuni riferimenti agli anni 70 sono molto sentiti, perché in quell’epoca si sperimentava tanto e io ho avuto la fortuna di trovarmi lì. L’ultimo capitolo è “Cosa farò da grande” e vive su un dualismo. Il racconto tecnico ma comprensibile della deriva terrificante della filiera della musica dal vivo, non mi riferisco solo al secondary ticketing. Poi c’è la nuova scena musicale italiana, con qualità e proposte che lasciano ben sperare. La capacità di un mondo di piccoli manager, etichette, artisti, radio e artisti, di creare interesse enorme. Questo sta succedendo non a Milano, ma a Roma, Bologna, qualche volta in Toscana e Veneto.

Il guadagno dai live è diventato cruciale nel music business?

È una scusa di questi anni. Si tende a dimenticare, da presuntuosi, che l’epoca in cui viviamo è un piccolo pezzo di storia. Pensiamo che la musica sia più importante quando è riprodotta. La storia dell’uomo vede la musica ampiamente dominante nella dimensione dal vivo. Quella riprodotta è nulla, è recente rispetto agli oltre 2000 anni della storia dell’umanità. Pensare che la musica dal vivo debba costare di più perché quella venduta non rende, è fasullo e sbagliato. Probabilmente ci sono stati degli arricchimenti esagerati con quella riprodotta, che è ripetibile, cosa che non è unica come l’esperienza live.

Elvis Costello, con Claudio Trotta volle fare un tour dove ogni sera cambiava spettacolo.

Elvis Costello, con Claudio Trotta volle fare un tour dove ogni sera cambiava spettacolo.

Cos’è la musica per te?

La musica è la gente, poi ci sono gli artisti. Un meccanismo sbagliato è stato privilegiare chi sta sul palco, ci siamo dimenticati di chi lo ha messo lì. L’arte, la musica, è un messaggio straordinariamente universale. Genera emulazione, benessere, alimenta e segna le giornate degli esseri umani, si suonava e cantava nel lavoro dei campi, nelle prigioni, per addormentarsi, ai matrimoni e ai funerali. Quella è l’essenza. Oggi lo guardiamo come un prodotto, un consumo. Ma in sostanza è una componente della vita, come la bellezza della natura e il benessere.

Hai fatto un esercizio mirabile di memoria per scrivere in 200 pagine 40 anni di storie!

Ad alcuni potrà sembrare pure troppo, ma per quello che ho vissuto me ne sarebbero servite migliaia di pagine. La memoria si modifica andando in avanti con l’età, tendi a memorizzare di più episodi a discapito di altri. Per fare un’operazione del genere ho chiesto a tanti amici e collaboratori di ricordarmi delle cose. Ma la colonna portante è il racconto del percorso umano. Ho pianto dalla gioia quando mi è stato detto: questo libro dà coraggio. È un segnale che ho fatto qualcosa di utile, non c’è autocelebrazione, non c’è risentimento, anche se ne passo di tutti i colori ancora oggi. Sono una persona che vive pensando di lasciare memoria, del resto quotidianamente con i social facciamo proprio questo.

Vestito come i Kiss: Claudio Trotta ha il vero spirito da rocker. Ha riportato la band sul palco riunita nel 2015.

Vestito come i Kiss: Claudio Trotta ha il vero spirito da rocker. Ha riportato la band sul palco riunita nel 2015.

A chi ti sei ispirato per la tua carriera?

Ho cominciato soprattutto riferendomi a colui che ha messo a sistema l’organizzazione dei concerti, che ha supportato la nascita dei service collaterali, Franco Mamone, un riferimento professionale, con cui ho iniziato a lavorare negli anni 80. Ricordo di aver letto nel libro del grande organizzatore di concerti Bill Graham che il promoter è al centro di innumerevoli variabili e alla fine l’unica cosa mai certa è che il concerto si farà.

Ti fa effetto ripensare a quando i Cure ti scrissero prima di una conferenza: “Ora è tempo di prendere tu il centro del palco”?

Beh, Robert Smith è stato premonitore perché all’interno della International Live Music Conference mi dedicarono uno spazio, This Is Your Life che era una prima volta assoluta per un promoter. Non mi sono mai nascosto per la verità, non sono uno che ha lavorato nell’ombra, mi piace essere riconosciuto, mi piace il contatto con le persone e per questo credo che questo libro non resterà unico. A Venezia l’altro giorno l’autista di un autobus ha abbassato il finestrino e mi ha gridato “Viva il Boss”. Mi piace pensare che quello che ho fatto l’ho fatto bene e che generi affetto.

I Level 42 di "Lessons in Love" nel 1986. Per Claudio Trotta "sono stati fondamentali, il mio primo contatto con un gruppo pop molto famoso".

I Level 42 di “Lessons in Love” nel 1986. Per Claudio Trotta “sono stati fondamentali, il mio primo contatto con un gruppo pop molto famoso”.

Ci sono anche fallimenti e sogni mancati nella carriera di chiunque. Tu non li nascondi, è difficile scriverne?

Penso che la vita sia un continuo saliscendi, gli affetti, la salute, il lavoro specie fai impresa è un continuo saliscendi. Ho visto successi e fiaschi. La cosa che mi ha salvato psicologicamente è l’essere impermeabile agli uni e agli altri. Se faccio cose trionfali dal punto commerciale o di critica, non penso di essere un genio. Se faccio dei flop, non li nascondo, perché quelle cose le ho fatte perché ci credevo. Non mi abbatto. Cerco di capire il perché.

Mika realizza i suoi tour italiani con Claudio Trotta di Barley Arts.

Mika realizza i suoi tour italiani con Claudio Trotta di Barley Arts.

E ti sei dato una spiegazione? 

Premesso che alla Barley Arts c’è la stessa attenzione per chi lavora e per chi partecipa a un concerto da 50 persone e da 160mila, certo fa effetto dover ricordare negli anni 90 David Bowie all’Olimpico cn 4mila paganti. Anche gli Stones non hanno mai venduto tanto da noi per esempio, tranne alcuni casi come San Siro e l’ultimo a Lucca, che resta secondo me un pagina brutta della musica dal vivo in Italia. Poi ricordo gli A-Ha, corteggiati da 9 promoter, io che li ingaggiai e fecero poche migliaia di spettatori in 8 palasport. Il mio mestiere è fatto di intuito ma anche di condivisione. La dimensione degli spettacoli si cerca sempre di condividerla con i manager. Poi tutto può succedere, dipende anche dalla tempistica. Quell’anno Bowie era in calo. Ci sono poi dei meccanismi strani per cui alcuni artisti all’improvviso risalgono.

E che idea ti sei fatto su questo punto?

Che è vero che c’è una multinazionale, Live Nation, che governa a livello globale tutta la filiera. Ma se una cosa funziona esplode lo stesso. Ci sono delle radio indipendenti che sostengono delle realtà bellissime, dei piccoli manager che fanno fare esperienza a ragazzi in gamba. Per noi che dobbiamo organizzare tour, spesso anche le statistiche non vanno: le views, i passaggi, le vendite, non indicano nulla. In determinati casi o mercati quello che fa la differenza è lo spessore o la storia, la qualità della proposta. Il bello della musica è che spesso succedono cose ingovernabili. Il pubblico decide e si affeziona, e quell’artista che era di nicchia si ritrova a riempire spazi enormi.

Racconti nel libro del periodo difficile dei concerti italiani negli anni 70, che è poi il periodo in cui hai iniziato. Cosa manca all’Italia oggi?

In questo Paese la musica non è vissuta a dovere. Abbiamo avuto l’opera, i più grandi editori, abbiamo dato nomi ai movimenti e alle sinfonie, abbiamo avuto artisti come Verdi, siamo nei leader nel jazz e nella world music lo siamo stati nella Progressive music, penso non solo PFM ma a decine di gruppi oscuri che hanno lasciato il segno. Eppure da noi non è stato costruito con denaro pubblico una struttura per la musica contemporanea. Siamo sempre ospiti: dello sport, delle discoteche, dei teatri della lirica. Non c’è una sede, siamo in prestito ad altro intrattenimento. Le stesse leggi non ci sono, ci toccano per estensione.

Claudio Trotta sarà a BookCity Milano domenica 19 novembre al Teatro Dal Verme.

Claudio Trotta sarà a BookCity Milano domenica 19 novembre al Teatro Dal Verme.

Però di cose bizzarre ne succedono da noi, vero?

Se pensi solo al fatto che non c’è equivalenza sulla popolarità all’estero e in Italia di un cantante. Del resto siamo un Paese unito da 150 anni, siamo un mix di gusti, culture, nature diversissime. L’Italia è davvero lunga, e cambia molto. Poi ci sono fenomeni che reggono solo da noi, come gli Skunk Anansie e Genesis, che hanno sfondato prima in Italia e poi all’estero. Penso anche ai Simply Red e Mika che ora lavora con me.

Claudio Trotta con i Bon Jovi all'epoca del primo tour italiano con il disco d'oro dalla Polygram.

Claudio Trotta con i Bon Jovi all’epoca del primo tour italiano con il disco d’oro dalla Polygram.

Spesso ci si chiede: ma i promoter portano in tour solo chi obbedisce al loro gusto?

In 40 anni devo ammettere che ho chiamato a suonare chi mi piaceva, ma non dimentichiamoci che ho un’azienda e devo far tornare i conti. Spesso non funziona, o magari mi sfilano l’artista, come è capitato al primo tour dei Take That che volevo a tutti i costi. Ho anche l’inclinazione ad ascoltare e rispondere a tutti quelli che mi scrivono, anche se certe volte mi chiedono delle imprese assurde.

Tutte le foto del servizio sono estratte dal libro No Pasta No Show (Mondadori Electa)
Il video di Claudio Trotta è stato realizzato davanti al murales dell’artista Mate.
Claudio Trotta presenterà No Pasta No Show a Milano – Domenica 19 Novembre 2017 Teatro Dal Verme (Via San Giovanni sul Muro, 2 – ore 18) nell’ambito di Bookcity e anteprima di Milano Music Week. Con Luca De Gennaro (conduttore radiofonico e Dj) e Gian Paolo Serino (critico letterario), Giampiero Ingrassia (attore che leggerà alcuni estratti del libro) e Franco Mussida (musicista PFM). Ospite: Stefano Boeri
Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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