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Society

Society - 13/05/2019

Lorenzo Caglioni: “Gli hipster, ultima fenomenologia della società moderna”

Partita da New York, la moda delle barbe e degli stili di vita alternativi raccontata da un giovane ricercatore italiano. Che ne ha fatto una mostra.

Se provavate a chiedere a qualcuno degli attenti intervenuti alla recente mostra sugli hipster a NoLo, Milano, sulla loro appartenenza al gruppo, pochi vi avrebbero risposto in maniera convinta. La raccolta di foto curata da Lorenzo Caglioni, e da lui stesso scattate in giro per il mondo, tentava proprio di mettere in evidenza il carattere identitario e anche individualista degli hipster, gli alternativi degli anni 2000 che sono stati incorporati inesorabilmente nei radar delle multinazionali dei prodotti di consumo. Da popolo inafferrabile e autoriferito a fonte di trend da mercificare?

Caglioni, dottorando in Sociologia presso l’Università Cattolica di Milano, racconta: “Partivo da una considerazione sul collezionismo dei Lego da parte degli hipster e mi chiedevo: la mia generazione ha la tendenza a ricordare l’infanzia e il passato con nostalgia. Anche per questo, oltre che vederli, questi hipster li ho voluti far esprimere a parole e le ho messe ai muri del locale che ha ospitato l’esposizione delle foto fatte quartieri più cool di Milano e Londra”.

Un tratto distintivo degli hipster è quello di abitare con orgoglio in quartieri in processo di gentrificazione. L’altro è il rifiuto della moda dominante e quindi il ricorso al vestiario da seconda mano. Tutto l’immaginario hipster è stato codificato dallo scrittore di Williamsburg, Brooklyn, Robert Lanham, nel 2003 nel saggio “The Hipster Handbook”.

Le immagini di Caglioni hanno raccontato sui muri di Hug Milano, lo spazio di condivisione che a NoLo è uno dei luoghi che più richiama l’estetica hipster, la ricerca sociologica dell’autore. Lì tutti i semi che compongono l’immaginario di una parola spesso usata in accezione negativa, hipster. Spesso la pronunciamo per indicare i tipi snob e forzatamente fuori dal coro, e questa indicazione ha finito per allontanare molti, ma nasconde e incarna molti paradossi della nostra società e della generazione dei Millennials, la “generazione della crisi”. Non dimentichiamo che in altri momenti del Novecento Hipster, che deriva da “hip”, colui che conosce il tempo che vive, persona “in the know” che ha conoscenza, aveva avuto accezioni diverse.

Perché gli hipster nascono proprio in questo periodo storico di crisi? “Hipster: la subcultura della crisi?”, realizzata in collaborazione con ModaCult, centro per lo studio della moda e della produzione culturale dell’Università Cattolica di Milano, ha fornito delle risposte. La moda delle barbe e dei risvolti, con tante altre implicazioni sociali, si è fatta strada soprattutto con ideali di coscienza e rispetto ambientale che hanno fatto sviluppare abitudini salutiste e pedalate infinite in bicicletta come meccanismi identificativi per il gruppo.

E della musica chi ne parla? “Musica indie come modalità di produrre la musica, che richiama all’artigianalità, è sicuramente hipster – dice Caglioni – . Come tutto quello che è prodotto non per la massa, senza accenni di conformismo, o tutto quello che è fatto per piacere. O generi musicali sono indie rock, elettronica indipendente, chill music, si varia molto. In questo gli hipster hanno degli aspetti di continuità con altre subculture e altri di rottura. Come il punk prima della globalizzazione con meno mobilità, non c’era Internet. Si diffondevano in modo diretto con l’incontro di persone. Le fanzine per i punk erano un veicolo.

Ora con Internet l’Hipsteria si è diffusa rapidamente e dopo anni dal suo emergere, è anche facilmente mercificabile. “Ma ha fatto in modo che si creassero altri pezzi della stessa cultura – dice Caglioni – che rigenerandosi sono tornati nell’alternativo. Ora che l’hipster è ritrovato nell’abbigliamento o nella musica di massa, appena arriva l’etichetta i veri hipster si allontanano, rivendicano la loro origine e nessuno si riconosce in quell’etichetta”.

Sarà, ma è più duraturo come fenomeno, rispetto agli Emo o i Cyber punk? “Sono convinto che sia duraturo – dice il giovane studioso – , sta durando da 20 anni, da quando è nato il fenomeno a New York, in realtà è stato esportato intorno al 2010, e ho trovato molta letteratura sul tema dal 2008 in poi, che è l’anno che tutti ricordano per la crisi finanziaria. Non ci sono dinamiche di causa ed effetto, ma ci sono delle corrispondenze tra eventi storici e fermento culturale”.

Il boom negli USA per il movimento c’è stato nel 2012, in Italia nel 2015. Quindi sono sono solo 4 anni che nel nostro paese la parola hipster è entrata nel lessico comune, eppure già c’è ampia documentazione: “Mi piace documentarli, ho 28 anni e riconosco caratteristiche generazionali comuni anche se non mi definirei un hipster, mi considero contaminato dall’estetica hipster, mi accorgo di quanto le appartenenze sono sempre parziali oggi. Non possiamo più parlare di adesioni totalizzanti a questi movimenti come gli hippy o i teddy boy, i rocker, era il gruppo che totalizzava in quei casi. Perché, soprattutto, quei fenomeni giovanili si collocavano in un’età inferiore, tra i teenager, quando il gruppo è fondamentale e ti riconosci. Oggi le subculture interessano persone più adulte. Gli hipster sono quarantenni e i primi militanti hanno cinquantanni”.

Pensando proprio a questo aspetto, il dopo-hipster, quale potrà essere? “Gli hipster possiamo considerarli come un esito di un processo di tradizioni di subculture”, dice Caglioni, asserendo che saranno probabilmente gli ultimi di un genere. “Già oggi chi è hipster, non vuole esserlo perché i Millennials vogliono essere tutti diversi, individualisti, odiano il conformismo. E in futuro reggerà sempre meno questo desiderio di appartenza al gruppo. Forse è arrivato il momento di pensare ai giovani come soggetti individuali che decidono per sé”.

 



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