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Society - 09/08/2019

Lorenzo Ceva Valla: “L’arte di fotografare le pozzanghere diventa Parashoot”

L'immediatezza della foto con lo smartphone. E la cura e ricerca dei particolari che riportano all'anima. Nostra e di quello che spesso osserviamo distrattamente.

Ammirando le foto di grande formato di Lorenzo Ceva Valla della serie “Parashoot”, viene spontaneo chiedersi se è possibile che sia fatto tutto con lo smartphone. Che queste bellezze inespresse e desiderose di affondare radici nella nostra memoria, siano frutto di un semplice scatto fuggente, spesso fatto guardando in strada nelle nostre città. Lorenzo è artista di grande sensibilità, ha nobilitato perfino le pozzanghere con la sua arte e ha creato un immaginario estetico che ci parla di dettagli e fragilità. Aiutato con dei titoli a effetto, il fotografo si sta facendo conoscere per un progetto che dice, essere nato per caso. L’amico e critico Vittore Buzzi lo descrive così: La fotografia non è un mezzo per riprodurre la realtà: Ceva Valla, con il suo progetto lo dimostra ampliamente. Il linguaggio fotografico  viene utilizzato per interpretare  e restituire allo spettatore un sistema opaco in cui parzialmente si riflette.  Queste immagini diventano pretesto di indagine del contemporaneo, l’uomo, il paesaggio modificato e i suoi simboli emergono prepotentemente nella loro caotica decadenza. Il suo obiettivo orienta la visione in un tentativo malinconico di comprensione. La fotografia di Parashoot diventa così un gesto d’amore nei confronti di se stessi e degli altri una speranza per costruire un ponte che aiuti ad accettare e ad accettarsi senza condizioni preconcette mettendo a nudo i nostri pregiudizi e  le nostre debolezze”.

Come hai iniziato a lavorare su queste foto di strada?

Parashoot è un progetto artistico nato nel 2016. Le peculiarità degli scatti è che sono realizzati tutti con un telefonino, in formato quadrato e il fatto che riguardano dettagli di strade e marciapiedi urbani o oggetti ritrovati casualmente a terra. Parte fondamentale di ogni opera è la post produzione digitale che diventa essenziale per l’espressione emozionale ed estetica.

Ti ricordi il primo scatto fatto a tal proposito?

Il primo Parashoot, certo… una freccia che indica verso terra, mi ha indicato di abbassare lo sguardo sulla strada, come luogo di forte valore simbolico. Sull’asfalto della mia città ho affrontato un percorso personale e artistico di crescita ed espressione .L’ultimo Parashoot, realizzato nei pressi dell’ospedale in cui io sono nato, a Milano, raffigura un’alba e racconta la mia rinascita e la mia volontà di tornare a guardare avanti. Tra le due foto ci sono due anni di vita e oltre 600 Parashoot realizzati.

Questo ultimo progetto è molto diverso da quanto fatto in precedenza da te. Come ti sei appassionato alla strada? Ti sei documentato su quello che fanno gli altri in tal senso?

Nato per caso, è diventato un progetto senza che io me ne accorgessi. Ero spinto da un bisogno istintivo di concentrare la mia attenzione e il mio sguardo lontano da un momento personale difficile, ho abbassato lo sguardo sulla strada alla ricerca di uno specchio metaforico che mi aiutasse a meglio comprendere e accettare le mie difficoltà. Si tratta quindi di un percorso del tutto personale, per cui non ho sentito la necessità di documentarmi sul lavoro di altri, se non a posteriori, come curiosità.

Quando hai ritenuto che la fotografia fosse parte necessaria della tua vita?

A 11 anni ho detto: “Da grande farò il fotografo”. Dopo il diploma al liceo linguistico, nel 1986 mi iscrissi al corso di Fotografia presso l’Istituto Europeo di Design, seguendo il corso di Guido Bartoli e consolidando la conoscenza di materie come l’ottica e la fisica. Il primo vero lavoro come fotografo fu con il designer Bruno Gecchelin, poi diventai assistente di Cesare Colomboe. Nel 1991 il mio primo grande fotoreportage nello stabilimento Breda Fucine di Milano.

Hai fatto anche ritratti?

Sì, per 13 anni ho creato copertine per la storica rivista di informatica professionale “Data Manager”, e ritratti per grandi aziende come Hp, Intel, Eriksson, Canon, Ciscoper. Negli anni 90 mi sono avvicinato al Teatro dei Filodrammatici di Milano e al Piccolo Teatro e arrivai alla copertina sulo storico mensile di spettacolo “Sipario”. Dal 2001 al 2006 sono stato a seguito di Franco Battiato in Italia e all’estero dei tour di Franco Battiato. Le foto di quella esperienza sono nel libretto dei cd “Last Summer Dance”(2003) e “Un soffio al cuore di natura elettrica” (2005). Anche Lucio Dalla usò una mia immagine per il manifesto dello spettacolo “Speak truth to power”, in scena al Piccolo Teatro di Milano nella stagione 2006-2007.

Lavorare per il cinema e per il teatro a contatto con le immagini, che tipo di sensibilità si sviluppa? Cosa va bene per l’uno e l’altro mezzo?

Per quanto riguarda il teatro la mia esperienza è limitata alla fotografia di scena. Si tratta di un tipo di fotografia dove l’estro artistico del fotografo deve essere coniugato con il rispetto del lavoro del regista ed anzi deve saperlo al meglio interpretare. Rispetto alla fotografia statica, l’utilizzo dell’immagine in movimento sviluppa indubbiamente una sensibilità diversa. La mia esperienza nel cinema è in qualità di regista e autore, quindi con una maggiore libertà creativa, volta interamente a raccontare una storia.

Dopo lo spettacolo, quindi, sei approdato a Parashoot. Che significato ha questo titolo?

Nasce dalle parole“parachute” (“paracadute”) e “to shoot” (“fotografare”). Per me è una “protezione”, un modo per affrontare un periodo personale intenso e doloroso come la malattia e la morte di mio padre e per esprimere e rielaborare, in chiave artistica, le emozioni che questo evento scatena ancora oggi. A volte ho sentito l’esigenza di raccontare un mio particolare stato d’animo e ho cercato un soggetto che potesse rappresentarlo, ma più spesso ho scattato attratto da qualcosa senza saperne il motivo e solo dopo, talvolta anche a distanza di giorni, ne ho capito il senso e ho potuto quindi dare un titolo, attraverso un processo simile all’interpretazione di un sogno.

 

La città racconta sempre qualcosa nella tua arte. Come riesci a nobilitare anche la strada, comunemente sentita come luogo ameno?

L’insieme dei Parashoot diventa un diario intimo che viene scritto giorno per giorno ma sono racconti urbani alla portata di tutti. Frammenti di oggetti rotti, crepe e chiazze sulla superficie dell’asfalto diventano figure dinamiche, paesaggi astratti e cieli stellati. Quello che è considerato errore, imperfezione o scartorivela un mondo “a terra” pieno di vita con colori, ricordi, messaggi. Questo mi piace, e per questo con ritocchi e la scelta dei titoli provo a creare suggestioni, anche ironiche.

Pubblichi molto del tuo lavoro sul web. Parashoot è un progetto democratico?

Questo lavoro nasce dal privato ma è per sua stessa natura pubblico e “social”, a partire dallo strumento con cui sono scattate le immagini: un semplice telefonino. La scelta dell’uso del cellulare è parte importante del messaggio artistico. Tra l’autore e le emozioni non ci sono filtri ed il contatto è immediato. Mi piace anche enfatizzare gioco di suggestioni e di riflessi: tra ciò che è a terra e ciò che lo sovrasta, perché spesso l’acqua o i riflessi a terra fanno vedere quello che è fuori campo.

I tuoi scatti sull’asfalto molto spesso ritraggono forme di vita naturale, perché mai persone?

I miei Parashoot sono sempre dei simboli, partendo da quello che ho trovato per terra ho cercato di creare dei rimandi alla vita, a piccole vicende personali, comuni, quasi universali. La vita si nota, su una piccola porzione di terreno: piccoli dettagli, come un ciuffo d’erba o una radice che emerge dall’asfalto, piccoli oggetti persi per strada, errori, imperfezioni, scarti vanno ad occupare gran parte dell’inquadratura e diventano i soggetti o i simboli di tante micro storie, a cui attribuisco successivamente un titolo.

 

Lorenzo Ceva Valla www.lorenzocevavalla.it

Facebook: @LorenzoCevaValla

Instagram: @parashoot_lcv

Pinterest: @Lorenzo Ceva Valla



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