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Style Story

Style Story - 06/11/2017

Funziona davvero il rapporto brand-blogger?

L'influencer marketing funziona se c'è autenticità. E questi sono i mezzi per scoprire i "falsi" follower.

Cerchiamo di far chiarezza attraverso un’analisi seria e priva di trucchi. Immergendoci nella nuova e ormai consolidata tendenza: l’era “People”.

Era il 29 settembre del 2009. I primi a infrangere le regole furono Dolce e Gabbana alla loro sfilata. Per alcuni fu l’inizio della fine, per altri l’inizio di una nuova epoca. I blogger avanzarono in prima fila. Venne deciso di farli passare dalla fila S settore T (ST sta per standing, ovvero in piedi), al front-row (l’ambita prima fila).

E da qui facciamo partire la nostra analisi, provando a dare risposte ad alcune domande.

1- Chi ha veri numeri e chi li trucca?

I massimi esperti di Blogmeter, in varie pubblicazioni, spiegano molto bene come funziona il meccanismo. “Non bastano i follower, ma la capacità di coinvolgere i propri (engagement) con commenti e like, di performare nel guadagnare follower in un determinato periodo, di quanti utenti interagiscono davvero sui propri profili social e la quantità e la qualità dei loro post”.

Iniziamo con il dire alcune verità innegabili. Comprare follower è molto facile e anche molto poco costoso. È appurato che sui profili social è possibile acquistare migliaia di follower finti, commenti e relativi like.

Come facciamo a capire chi ha veri numeri da chi li trucca? Notare per esempio un’improvvisa impennata di follower e di commenti, sono la testimonianza di manipolazione della verità. Oggi sono le stesse piattaforme social a preservarsi da queste compravendite, attraverso aggiornamenti del proprio algoritmo come fa ad esempio Instagram. Con questa procedura, ci si ripulisce dai finti follower, cercando di rendere sempre più difficile mentire.

 

2- Davvero un influencer può condizionare e indirizzare le scelte dei suoi follower?

La questione è abbastanza spinosa in quanto blogger ed influencer sono puri prodotti commerciali e in quanto tali, più inclini alla pubblicità che all’informazione. Ogni post è pubblicato dietro un compenso, con tanto di tabella e tariffe. Molto spesso la sbandierata indipendenza nasconde solo puro business.

Le persone, i fashionisti e le aziende stesse,s cambiano blogger e influencer per una pagina pubblicitaria bianca, su cui scrivere ciò che si vuole.

Grosso errore! La collaborazione può funzionare solo se c’è autenticità; cioè solo se c’è una mediazione con l’identità dell’influencer. Le forzature sono ormai molto evidenti e balzano agli occhi di tutti, dagli addetti ai lavori a coloro che navigano in Rete. Per essere autorevoli è necessaria una dose di indipendenza. Solo in questo modo può funzionare il meccanismo brand-influencer.

 

3- È un fenomeno passeggero o durerà a lungo?

Dietro al clamore, alle ricerche di settore, alle invettive sui social e la compravendita di follower, si sta manifestando un avvenimento molto interessante che andrebbe osservato. Sta cambiando il mondo della comunicazione e dell’informazione. Entrando nell’era “People”. Cambiamento rapido e, proprio per la sua velocità, difficile da fotografare.

Fino a qualche tempo fa, erano i marchi a parlare con autorevolezza, calando dall’alto tutte le informazioni. Oggi le persone hanno bisogno di volti e di altre persone come loro, che parlino la stessa lingua, che sembrino vicine; e non più realtà distanti e inavvicinabili come brand e firme.

E il punto a mio parere è proprio qui. Questa richiesta di partecipazione in prima persona (“metterci la faccia”) è stata ben intercettata in certi versi dai blogger e influencer. Questa è una cosa che riguarda tutti: informazione, maison di moda, politica, tutti i network, nessuno escluso. La vera rivoluzione arriverà quando impareremo a raccontarci in un modo più personale, più umano.

 

4-Funziona l’influencer marketing?

Funziona se coinvolge il pubblico da vicino. Le ragioni vanno cercate nelle fondamenta del cambiamento che l’era digitale ha portato nel processo di acquisto del consumatore. È un’equazione dal sapore sociologico che nel quotidiano si traduce in vendita di prodotti:

IMPERFEZIONE=AUTENTICITÀ

AUTENTICITÀ = AUTOREVOLEZZA

AUTOREVOLEZZA= FIDUCIA

FIDUCIA =ACQUISTO

Ecco che allora la questione non è più solo di “stile” o di “gusto”, ambiti in cui la soggettività regna sovrana, ma su argomenti quali “vendite” e “fatturato”, nulla è fraintendibile perché sono i numeri a parlare. Il dibattito sulla questione lo ha aperto non una “qualunque” voce fuori dal coro per un mancato trattamento di favore o uno dei soliti “haters”, ma niente di meno che la redazione di Vogue.com, la Bibbia del Fashion System diretta dall’onnipotente Anna Wintour.

E, sullo stesso fronte di battaglia, il colosso della distribuzione del lusso Niman Markus, puntando il dito proprio sul fenomeno in questione, addirittura come causa di perdita di fatturato. Confrontandomi con alcuni CEO, direttori marketing, responsabili della comunicazione, docenti universitari è emerso che, fare “vetrina” bella o brutta che sia, non significa automaticamente vendere, anzi, spesso può essere un boomerang di effetti negativi.

Detto in poche parole, è meglio non fare piuttosto che fare senza comprendere bene come si stia agendo.

 

5-Perchè una rivista affermata e piena di esperienza non è più influencer e cosa il blogger offre di più?

La risposta è: perché è più semplice. L’influencer offre l’illusione di un’immediata e facile possibilità di successo e una bellezza a portata di mano. Raggiungibile da chiunque. Bastano uno Smartphone, un profilo Instagram e un pizzico di faccia tosta…e il gioco è fatto!

Foto d’apertura: scene da sfilate a Milano Moda Donna, settembre 2017 (archivio The Way Magazine)

Stefano Regina
Nato e cresciuto a Sassuolo ( MO) da madre emiliana e padre napoletano ,entrambi ristoratori. Cresce tra cucine e banconi bar e tanti clienti. A 18 anni, diplomatosi Geometra, si trasferisce a Parma dove studia Conservazione dei Beni Culturali ,appassionandosi all'Arte Contemporanea. E' proprio al Teatro Regio di Parma che incontra per la prima volta il Teatro e, da mimo,diventa il lavoro con cui mantiene gli studi universitari. All'età di 22 anni parte per New York dove vive e lavora per un anno e mezzo. Partecipa alla realizzazione di diversi corti di nuovi e consolidati Film maker( Peter Greenaway, Cinzia Bomoll ),contemporaneamente lavorando come Barman in uno dei locali più in voga dell'epoca il Jackie 60, frequentato da avanguardie,designer e creativi di ogni genere. Rientrato in Italia, si diploma Attore presso l'Accademia Galante Garrone di Bologna e per 10 anni lavora come attore di Teatro, Televisione e Cinema. All'età di 30 anni si trasferisce a Milano e incontra il mondo del Retail Management e del Fashion Business. L'aspetto creativo e quello più manageriale e numerico lo appassionano e, attraverso il linguaggio della Moda, della Contemporaneità, della Cultura e del Marketing, diventa il lavoro nel settore a lui più congeniale. Con la gestione di diverse start up e re-branding nel mondo del Lusso e dei Multibrand, acquisendo esperienza ormai decennale; passando da Pirelli Pzero,Saint Laurent,partecipando alla creazione e allo sviluppo del progetto Mcollective,primo multibrand impostato per livelli di stati d'animo,sino all'attuale Stuart up worldwide di rebranding e sviluppo new concept per Vivienne Westwood e Andreas Kronthaler. Collabora con diversi istituti quali Ied Milano ,Instud,Professional DataJest ;seguendo corsi e docenze di marketing e fashion Buying e collaborazioni per progetti di marketing con Università quali Politecnico Milano (Polimoda) e West Minster University.
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