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Targets - 07/02/2019
TEATRO

Gabriele Lavia torna con Pirandello allo Strehler

A Milano, da mercoledì 27 febbraio va in scena, al Piccolo Teatro Strehler, I Giganti della Montagna di Luigi Pirandello, diretto e interpretato da Gabriele Lavia.
Lo spettacolo, prodotto da Fondazione Teatro della Toscana in coproduzione con Teatro Stabile di Torino e Teatro Biondo di Palermo, replica fino a domenica 10 marzo.

Dopo Sei personaggi in cerca d’autore e L’uomo dal fiore in bocca… e non solo, Gabriele Lavia chiude la sua personale trilogia pirandelliana con I giganti della montagna, l’ultimo dei miti, testamento artistico di Luigi Pirandello e sintesi più alta di tutta la sua poetica.

La nuova produzione della Fondazione Teatro della Toscana – in coproduzione con il Teatro Stabile di Torino e il Teatro Biondo di Palermo – va in scena, al Piccolo Teatro Strehler, dal 27 febbraio al 10 marzo.

Una compagnia di teatranti guidata dalla contessa Ilse arriva alla villa detta “La Scalogna”, dove vive uno strano mago che dà loro rifugio: Cotrone, che dice di essersi fatto ‘turco’ per il fallimento della poesia della cristianità.

Ma chi è Cotrone? Certamente è Pirandello stesso. Ma non solo, “è anche qualcosa di più” – scrive Gabriele Lavia nelle note di regia – “È colui che vive rifugiato o emarginato nella propria illusione che il Teatro, cioè l’arci-poesia, la poesia originaria, possa essere il Luogo Assoluto. Fuori da ogni contaminazione. Lontano da quei Giganti, da quelle ‘forze brute’, da quegli uomini (forse noi stessi!) che mettono paura solo a sentirli passare al galoppo!”.

Nella Villa avvengono le magie dell’Arte: straordinari prodigi che non hanno bisogno di mezzi materiali per accadere. Succedono e basta. Questi eventi sono possibili solo nel mondo dell’‘oltre’, della fantasia, della sovra-realtà, ai confini della coscienza, ai margini dell’esistenza, dove finisce quel gruppo di attori sperduti e disperati, perché senza più un teatro dove recitare, goffi sacerdoti di un’arte delusa, infelice, incompresa, impoverita, com’è diventato il Teatro. Un tempo e un luogo indeterminati, tra la favola e la realtà. Ed è in questo luogo sospeso, in questo tempo non misurato, che il Teatro può accadere, nella “finita infinità” che è la solitudine dell’ “anima sola con se stessa”.

Continua il regista: “Noi sappiamo che Pirandello sapeva con certezza di dover morire mentre scriveva i Giganti, il cui titolo iniziale doveva essere I fantasmi. Al medico che lo visitava aveva domandato, un po’ irritato: ‘Dottore mi vuol dire che è questo?’. E il dottore gli aveva risposto: ‘Professore… lei non deve aver paura delle parole…. questo è… morire’. Pirandello, che stava

scrivendo una nuova sceneggiatura del Mattia Pascal, la mette da parte e scrive i Giganti di cui aveva già alcune scene del primo atto. Alla fine del secondo atto scrive le ultime cinque parole della sua vita e di tutto il Teatro delle maschere nude: ‘Io ho paura, ho paura…’. È proprio quell’ ‘Io…’ che mi fa pensare che Pirandello sapesse, con paura, che non avrebbe mai scritto il terzo atto, lasciando I giganti della montagna meravigliosamente compiuti nella perfetta incompiutezza umana”.

Fotoservizio di Filippo Manzini



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