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Targets - 10/02/2018
MOSTRA

Il Movimento Madì ricordato alla Fondazione Mudima

Erano gli anni 40 del Novecento e qualcosa nasceva di dirompente in Argentina. A settant’anni dalla nascita, la Fondazione Mudima ricorda il Movimento Madì, rendendo omaggio al suo sperimentalismo e anticonformismo con una mostra collettiva di alcuni dei nuovi protagonisti ed in particolare Elisabetta Cornolò, Gino Luggi, Vincenzo Mascia, Giuseppe Minoretti, Gianfranco Nicolato, Giuseppe Rosa e Piergiorgio Zangara.

La mostra apre alla sede di via Tadino, 26 a Milano (zona Porta Venezia) martedì 13 febbraio alle 18.30 con una performance del guru dell’elettronica Riccardo Sinigaglia-

Il Movimento Madì è stato fondato a Buenos Aires nel 1946 da Carmelo Arden Quin e da altri artisti che già avevano collaborato alla rivista “Arturo” nel 1944, in pieno periodo peronista, spinti dal desiderio di modificare la tradizionale concezione del quadro. Si tratta dell’avanzato traguardo raggiunto dall’arte aniconica dopo il Concretismo ed il Costruttivismo, che inizialmente ha coinvolto gli artisti latino-americani e negli anni cinquanta, con l’avvenuto trasferimento a Parigi del suo fondatore, un folto numero di artisti europei.

Fin dall’inizio, gli artisti Madì si prefiggevano con l’introduzione della poligonalità, sia accorpando diverse superfici dipinte, sia abolendo la cornice, la distruzione di tutti i condizionamenti e limiti imposti dalla tradizione geometrica, chiusa nei quattro angoli retti del supporto tradizionale del piano, dando un’ulteriore sviluppo alle intuizioni di alcuni pionieri costruttivisti di inizio secolo come Laszo Perì, Cristian Schad e Vladimir Tatlin, e concretizzando un vero e proprio cambiamento. Oggi artisti Madì operano in vari Paesi del mondo e con il loro operare danno un’attuale ed originale testimonianza di come il Madì continui ad essere pensiero, sperimentazione, invenzione, una vera condizione di coscienza e conoscenza, rielaborazione di tecniche tradizionali e ricerca stimolante di forme e materiali nuovi, in rapporto con gli sviluppi della società contemporanea, che ha provocato una reazione critica inizialmente caratterizzata da momenti di perplessità inevitabile, ma che ha comunque finito per riconoscere al movimento la rigorosità della ricerca e la validità dei risultati.

La parola Madì, che più probabilmente vuol significare Materialismo Dialettico (è questa l’ipotesi più accreditata), dato che non si hanno indicazioni precise dal suo fondatore in merito all’acronimo. Da questa intervista fatta ad Arden Quin nel 2002 emergono tutte le sue preziosissime direttive. Il giornalista chiede: “Perché Madì è di costante attualità?” Arden Quin risponde: “E’ perché prima di tutto si è dedicato a liberarsi dalla costrizione della dimensione ortogonale dove si inserivano i colori per fare un oggetto di bellezza in pittura. E’ andare più lontano del rettangolo e segnare così una battuta d’arresto a u supporto più che sorpassato nelle sue possibilità. Finito il dominio dei soli quattro angoli. La seconda grande permanenza di Madì è nel proporre delle soluzioni ai problemi nei quali si era invischiata l’arte geometrica classica: cioè l’immobilità. L’arte costruttivista, l’arte concreta, ecc.: chiuse nel loro rettangolo non si sono mai mosse; non hanno mai conosciuto la bellezza del movimento. Anche in ciò Madì ha liberato la composizione e dato indipendenza e libertà totali ai colori primari, ai colori secondari, ai colori simultanei, al bianco e nero e al monocromo, strutturati in una “forma a sé” invece di diluirsi all’interno del rettangolo. Si è dedicato a organizzare un sistema di materiali nuovi: la plastica, l’acciaio cromato, il vetro, il plexglass e come essenza la profusione degli angoli e il movimento reale in oggetti e “coplanals”; mobilismo e gioco estetico; trasparenze mobili e luminose. Madì deve dare sistema a tutto ciò. Madì è sempre all’inizio del nuovo. E’ una rivoluzione permanente di creazione plastica. Madì ha la sua “costante”.



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