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Archi-Fatti

Archi-Fatti - 09/04/2020

Cosa fanno gli architetti in lockdown?

Ricominciare a fare le cose per bene. Con stile, rifiutando l'usa e getta. Anche nella vita.

Cosa fanno gli architetti in lockdown? Sono anche loro a casa in smart working?

Cominciamo col dire che col termine “smart working” non si indica il lavoro da casa, ma il lavoro agile, e che quindi noi architetti siamo sempre in smart working perché, poco legati ad un luogo specifico e ad orari stabiliti, trascorriamo solo una parte del nostro tempo in studio. Ora che i cantieri sono chiusi, visto che il rapporto quotidiano con operai, falegnami, rivenditori, clienti, è per noi linfa vitale, una volta venuto meno quello, siamo finiti in stand by. A me personalmente la situazione eccezionale che stiamo vivendo priva anche dell’entusiasmo e della concentrazione necessari per disegnare nuovi prodotti per le aziende con cui collaboro. Dunque che faccio? Leggo, rifletto, studio, osservo.

Ad esempio, tra tutte le immagini che girano in rete, mi hanno colpito molto quelle dei centri svuotati delle nostre città che mi appaiono in questa nuova veste ancora più belle e non mi procurano assolutamente tristezza, ma piuttosto un grande orgoglio patriottico. Non altrettanto posso dire degli edifici che abitiamo. I flash mob delle 6 hanno immortalato in tutta Italia in maniera democratica, da nord a sud, isole comprese, le brutture prodotte dall’edificazione selvaggia della seconda metà del ‘900. E pure gli appartamenti da cui ci si collega in diretta video, gli arredi che si intravedono, gli studi medici, gli ospedali stessi, appaiono generalmente di scarsa qualità. Ora, è chiaro che in questo momento ci sono altre priorità e cose ben più gravi di cui occuparsi, ma io sono una progettista ed è su questo che posso dire la mia.

Alla luce delle considerazioni fatte, affermo con forza che noi architetti per primi dovremmo renderci conto, per poi far capire a tutti, magari attraverso gli ordini (a qualcosa devono pur servire!) il valore e la responsabilità sociale di cui siamo portatori. Queste immagini mi hanno confermato che abbiamo a disposizione un campo d’azione vastissimo: case, città, ospedali, oggetti, tutto è suscettibile di essere disegnato, migliorato, rinnovato. Noi progettisti potremmo, anzi dovremmo, contribuire al futuro di questo paese disegnando ospedali, ambulanze, case di cura, oggetti medicali, oltre che tavoli, sedie, alberghi e ristoranti.

Mi auguro che questa emergenza renda chiaro quanto sono importanti formazione, ricerca e competenza in tutti i campi, compreso quello progettuale. Spero che sia l’occasione per aprire la strada ai più bravi tra noi in ambito pubblico. Perché deve sfruttare le nostre competenze solo il privato borghese e possidente? Perché non si possono avvalere del nostro contributo anche i più svantaggiati? Arriverà finalmente in Italia la consapevolezza del valore aggiunto che deriva da una architettura di qualità? La progettazione sarà finalmente affidata a professionisti capaci invece che alla pubblica amministrazione o alle società monstre di ingegneria? Daremo più spazio ai concorsi? Smetteremo di affidare gli incarichi col solo criterio del massimo ribasso, o per tornaconto politico?

Ben vengano allora le battaglie per i 600 €, ma non dimentichiamo la battaglia più importante: quella per un cambio culturale ora più urgente che mai.

Ecco perché alla domanda che mi rivolgono continuamente “come questa pandemia cambierà il vostro lavoro?” non mi sento di rispondere riducendo tutto alla collocazione nelle nostre case di zone di decontaminazione e angoli per lo smart working: 1) perché se Dio vuole le pandemie non saranno una costante del nostro futuro 2) perché le case progettate bene resistono a tutto, anche all’onda d’urto della quarantena.

Info-grafica relativa alla Circular economy fornita da Fondazione Ellen MacArthur, la decima più grande fondazione privata negli Stati Uniti d’America. L’ente è attivo nel re-esign e re-think dell’economia globale.

Pensiamo piuttosto alla vita che riesplode, all’occasione unica che abbiamo avuto di assistere a quanto giova al pianeta la nostra assenza e alla necessità impellente di trovare nuovi modi di abitarlo se vogliamo sopravvivere. Il nostro obiettivo primario deve essere la ricerca di possibili soluzioni per ridurre l’impatto antropico sull’ambiente; al di là delle definizioni ufficiali, è da sempre mia opinione che è sostenibile una casa che si ristruttura una sola volta in 50 anni perché è fatta bene o un oggetto che si tramanda da generazioni per lo stesso motivo.

Ricominciamo dunque a fare le cose bene! Combattiamo con tutte le nostre forze l’usa e getta, scandalizziamoci per l’obsolescenza programmata, torniamo ad oggetti magari un po’ più costosi, ma di maggiore qualità, aggiustiamo invece di buttare. Dovremmo poi fare un ulteriore balzo in avanti per passare da un’economia lineare (estrazione, lavorazione, trasformazione, uso, consumo, rifiuto) ad un’economia circolare in cui tutto si rigenera e la vita dei prodotti si allunga. Oggi produciamo troppo, e senza che ce ne sia un reale bisogno, riscopriamo piuttosto valori quali: condivisione, riparazione, riuso, ridistribuzione, rigenerazione. Progettiamo oggetti che durino di più e che all’occorrenza possano essere riparati, ma soprattutto introduciamo il tema dell’estetica nel dibattito sulla sostenibilità perché l’oggetto sostenibile non sia una brutta copia, ma al contrario sia ancora più bello e desiderabile di quelli che non lo sono.

Quindi vi prego, se siete dei progettisti, non pensate a domani, ma cercate di avere un orizzonte più ampio ché è questo il nostro compito: guardare avanti e ancora oltre. Il nostro unico obiettivo non può essere quello di progettare case con angoli dedicati allo smart working, che di questo sono capaci (quasi) tutti, ma coltivare pensieri più ambiziosi e lungimiranti. Forza su, armiamoci e partiamo!

Foto d’apertura: Poltrone Zanotta eco-sostenibili

L’architetto Emilia Abate lavora per Studio 74 Ram



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