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Commenti e opinioni - 06/07/2016

Brexit e fashion, ecco perché la protesta degli stilisti è tardiva

Brexit non vuol dire solo preoccupazione di banchieri e azionisti. Brexit vuol dire pure rivoluzione silente, e probabilmente lunga, per il mondo del fashion e del lusso in generale.

La notizia dell’uscita della Gran Bretagna dalla Ue non poteva arrivare in un momento peggiore per l’industria della moda: molte catene di abbigliamento inglesi hanno sofferto soprattutto quest’anno, visto che a quelle latitudini si è iniziato ad andare in giro a maniche corte a marzo.

Quello che preoccupa i produttori britannici è l’approvvigionamento di materiali che vengono dall’estero e viene pagato in dollari. Il pound deprezzato è ovviamente una mazzata.

L’ondata di deprezzamento della sterlina inoltre innesca un meccanismo tra i consumatori di beni costosi che non si vedeva da anni: si rimanda l’acquisto di settimane per vedere se si arriva al prezzo più basso.

I giornali locali ora strillano: comprate il made in Britain così aiutate l’industria e il portafoglio. Ma come tutti sappiamo, lo stile non si compra, e soprattutto, non è a buon mercato.

A poco è valso l’appello in extremis all’ultima London Fashion Week maschile. L’unico modo che i giovani designer inglesi hanno di farsi produrre le proprie cose è quello di rivolgersi a ditte estere. E questo da oggi costerà di più. Forse per questo, i piccoli protestano, i grandi stanno a guardare.

Sid Bryan e Cozette McCreery di Sibling, hanno indossato magliette con la scritta “In” stile Katherine Hamnett anni 80.

Pure i modelli fuori dalle location delle sfilate si sono avvolti in bandiere dell’Unione Europea gridando “Stay!”. E i grandi nomi del made in Britain? Vivienne Westwood dal suo Instagram prima del referendum incitava solamente a votare (!) e all’indomani, con risultati alla mano ha rilasciato un’intervista dicendo “è una tragedia”. Mentre i capi di Burberry avevano occupato la pagina di commenti del Times sostenendo l’adesione alla Ue dell’Uk. Paul Smith ha detto al Financial Times di essersi sorpreso del risultato: “Mi vedo come un fedele all’Europa, ho comprato materiali in Italia e sfilato a Parigi”.

Questo è tutto? Sì, perché con la paura di offendere potenziali acquirenti o pr di segno opposto (o urtare la loro neutralità) pochi si sono presi la briga di esporsi. E ora piangono lacrime tardive.

Lo stesso British Fashion Council non ha adottato una linea, facendo sapere solo che in un sondaggio interno, solo il 4% degli stilisti aderenti era a favore di Brexit. La metà era contro l’uscita dalla Ue, ma un grossa parte del campione non si esprimeva.

Ad approfittare momentaneamente della situazione sono due categorie di persone:

1 – tutti quelli che non hanno un conto bancario conteggiato in sterline. In questi giorni possono fare acquisti di lusso a Londra senza sentirsi prosciugati.

2 – alcuni imprenditori di moda italiani, che sono sempre stati osteggiati da Londra che non vedeva di buon occhio iniziative comunitarie tendenti a favorire la nostra industria. L’unica ricaduta negativa stimata è che l’export moda dall’Italia all’Uk è dato tra il -3/-7% ma non subito, nel 2017.

Il problema non sussiste se facciamo i conti su base culturale. Londra è percepita come la capitale europea dello stile e della moda giovane. Alla Royal College of Art ci sono 65 nazionalità rappresentate dagli studenti, che arrivano a Londra senza nemmeno porsi il problema dei confini nazionali e politici. Usano le low-cost come se fossero autobus per tornare a casa nel weekend. Il mondo va avanti anche con il Brexit. E la moda si adatterà.



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