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Commenti e opinioni

Commenti e opinioni - 24/05/2018

C’è voluto un CV per farci scoprire il fact-checking

Il fact-checking è un’operazione molto comune nella stampa anglosassone. Ci sono addirittura delle rubriche gloriose di giornali e rotocalchi tv che si ispirano a questa pratica. La BBC ne ha derivato anche una serie, BBC Reality Check.

Eppure, noi che in Italia guardiamo sempre ai fari esteri, ce ne eravamo dimenticati per un po’. Anzi, volutamente in alcuni casi, ci passiamo sopra al controllo dei fatti, forse per l’innato senso cattolico del lasciar stare le acque chete che ci pervade.

In questi giorni di formazione di un nuovo governo, invece, l’agone politico si è scatenato e ci si è messi a scandagliare il curriculum di un illustre sconosciuto. Il Carneade del 2018 è il professor Giuseppe Conte, finito suo malgrado su tutti i giornali in una colossale ondata di “backlash” appena si è saputo il suo nome in lizza per Palazzo Chigi.

E la verifica dei fatti innescata dal New York Times (son sempre gli stranieri a partire in questo) sulla base di una semplice curiosità, da noi ha fatto scalpore. Eh sì, perché dopo decenni di torpore non è consentito che ci si svegli d’un botto. Da più parti si sono sollevate voci di sconcerto e insofferenza verso chi, nemmeno troppo invasivamente, ha fatto il proprio mestiere: che è quello semplice della verifica dei fatti.

Se “carta canta” allora è lecito ancora andare a verificare quello che c’è scritto. Se hai studiato o lavorato all’estero, le distanze per verificarlo si sono accorciate ai tempi della digital age. Che poi si esageri nel condire le notizie di considerazioni superflue, quello è rimesso al giudizio di voi lettori. Che anche su The Way Magazine siete invitati, sempre, speriamo, al fact-checking.



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