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Design of desire

Design of desire - 08/03/2019

Com’è la sede anni 30 della Galleria Massimo De Carlo

A Milano oggi apre la location con la prima mostra collettiva organizzata dal gallerista più importante d'Italia. Abbiamo visitato lo spazio in anteprima.

Dallo spazio bianco immenso alle sale di un’abitazione nobile di un condominio. Cosa spinge il più potente e importante gallerista d’Italia a cambiare direzione e spiazzare affezionati e concorrenti, probabilmente lo sapremo col tempo. Massimo De Carlo, avido collezionista prima che intraprendente imprenditore d’arte, sposa l’estetica della Milano razionalista e sposta il centro dei suoi interessi a viale Lombardia, tra NoLo e Lambrate, un quartiere “cintura” di Milano, con palazzi novecenteschi fitti su viali alberati e austeri.

La nuova sede della galleria succede a quella di via Ventura, dietro la stazione di Lambrate che con l’estetica “white cube” ha fatto la sua fortuna. Non solo è stato spazio post-industriale gigante e ammirato, ma ha dato avvio al fenomeno “Ventura”, ovvero il quartiere satellite di Milano che si è dato un’identità con arte e design dopo che le industrie avevano chiuso.

Ora chiude anche De Carlo (ad aprile), dopo che se ne sono andati anche gli olandesi del design (da due anni). Ventura dovrà reinventarsi, mentre il colpaccio il gallerista lo ha fatto, come sempre, un passo prima degli altri.

COSA SIGNIFICA – Il trasloco al piano nobile (nell’interrato c’è la biblioteca e gli uffici) di un palazzo degli anni 30 è portatore indubbiamente di una rottura, col passato ma anche con quello che tutti i concorrenti fanno. Non è ovviamente un palazzo come un altro. Parliamo della casa Corbellini-Wassermann progettata e costruita da Piero Portaluppi, il mitico architetto di Villa Necchi Campiglio, gioiello del centro di Milano protetto dal FAI, e del palazzo con l’arco di Porta Venezia, tanto caro ai pubblicitari di ogni dove.

Il restauro filologico interno operato dallo Studio Binocle di Lorenzo Bini lo giudicherete voi dalle foto. In evidenza marmi e legni originali, qualche intervento giocoso ai pavimenti, una scenografica parete dipinta a mano forse un po’ scontata (rappresenta Milano) in bella evidenza in entrata. Immaginarsi queste sale con le opere contemporanee è un esercizio che centinaia di persone avranno fatto durante l’open day dello spazio di qualche settimana fa.

Forse con oggi finisce un’epoca nel campo del business espositivo artistico in Italia. E anche i palazzi ignorati, o talvolta bistrattati, dei centri abitati ambiranno di colpo a un orgoglio architettonico che gli è dovuto.



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