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Fashion

Fashion - 06/04/2021

Sara Ungendered, dalla sostenibilità al no-gender la storia di un brand italiano

Idee fotografiche di un brand che fa della non-binarietà ed ecologia un credo assoluto. Tutto made in Ferrara.

Il rispetto ambientale, la causa del riciclo sposata con quella del riutilizzo e in più una forta connotazione A-gender, senza distinzioni tra uomo e donna. Un brand italiano, Sara Ungendered, sta facendo la sua strada nei solchi dei “Big issues” della moda internazionale con un sacco di messaggi in linea con i tempi che viviamo. Dalle foto della nuova campagna primavera/estate 2021 scattate dal fotografo Alan Piscaglia si può notare quanto il mood della collezione sia in tema con il titolo che le stiliste le hanno conferito, “Soft Boy”.

La moda era in e out, uomo e donna, bella e brutta. Finché non abbiamo deciso di rompere queste regole. La nostra moda rappresenta noi stesse. la nostra moda è fatta a mano, vestiti disegnati da vestiti perché odiamo i rifiuti. La nostra moda è unica, su misura per ogni persona. la nostra moda non è magra, la nostra moda è universale. La nostra moda è green, sostenibile. La nostra moda è un messaggio d’amore per il mondo“.

Dietro Sara Ungendered ci sono una figlia e una madre con la passione per la moda. Sabina ha lavorato per tutta la sua giovinezza nel mondo dei laboratori di cucito, diventando per molti anni responsabile di produzione, lavoro che ha dovuto lasciare dopo la nascita di Sara e l’imminente trasferimento nel nord Italia. Dieci anni fa, però, ha deciso di riprendere questo percorso, frequentando una scuola con l’obiettivo di aggiornarsi. Nel frattempo Sara cominciava a sentirsi attratta dal mondo della moda, tanto da lasciare gli studi di Beni Culturali per seguire lo stesso percorso formativo della madre. Lo scoppio della pandemia al posto di bloccare i loro progetti li ha accelerati: per rifugiarsi nella creatività hanno lanciato il marchio di moda.

Per i temi trattati da questi vestiti, bisogna fare un viaggio personale. Sara nel corso della sua tarda adolescenza inizia a mettere in discussione la loro identità di genere e quanto fortemente l’espressione di genere sia binaria e dettata dalla società. Nel frattempo le creative si sono avvicinate anche a temi importanti come il femminismo, i diritti lgbtqi +, l’ecosostenibilità e si sono sempre sentite incapaci di dare un contributo “reale” a queste cause.
Il “fatto a mano” adoperato dal brand consente di tornare a un concetto che è stato trascurato nelle industrie della moda: la moda lenta. Questo permette ai prodotti di vivere molto più a lungo senza deteriorarsi rapidamente, dando anche un contributo alla causa ecologica utilizzando solo tessuti naturali al 100%. Nella collezione primavera/estate 2021 ci sono infatti puro cotone, lino, tencel e modal. Lla fibra sintetica che si rintraccia è riciclata al 100%.

Alan Piscaglia il fotografo della campagna che vedete in questa pagina, racconta: “Abbiamo avuto dei confronti e non potendo fare un sopralluogo prima e si è arrivati alla conclusione di scegliere una dimensione esterna. Volevamo un contesto floreale, ma l’idea di legare poi al vestito elementi come il bouquet e sedie ha avuto il sopravvento. Volevamo evidenziare elementi antichi per dare un contrasto tra un vestito unisex e un accostamento vintage”.

Alan ha scelto di scegliere la città sullo sfondo dietro il verde: “Potevo ritrarre i soliti graffiti o gli ambienti più costruiti. Ma scattare nel verde delimitato dai palazzi identifica nel marchio la matrice urbana e l’anima green. Questo vuol lasciar intendere che sono vestiti di tutti i giorni, da utilizzare in città, non sono per feste o scampagnate, ma sono materiali che tengono conto dell’eco-sosteniblità“.

Il fotografo è indubbiamente parte del successo del progetto in questo caso: “Mi piaceva l’idea di fare qualcosa che avesse un fine etico, avevo già avuto esperienza con brand che avevano affrontato il tema del riciclo e quindi mi sono lanciato senza esitazioni in questa mission. Mi sono trovato in un ambiente e ideologia diversi da me. Infatti anche i modelli e l’attitudine dei coinvolti erano per me nuovi, ed è stata una bella sfida cercare di veicolare il messaggio che era necessario far passare. Non doveva essere un lavoro piatto ma molto empatico. Dovevano essere idee fotografiche che suscitassero emozioni”.



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