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Fashion

Fashion - 15/02/2020

Simon Cracker e i suoi allegri goth da sottoscala sinistro

Magnifica messa in scena dello stilista di Cesena che nello spartano Ostelo Bello ha fatto sfilare post-punk e gender blender per l'inverno prossimo.

Dimenticate la portabilità e la neutralità quando vedrete i capi di Simon Cracker. Lo stilista italiano comprato molto in Asia (e acclamato a Parigi e Londra) è tornato a Milano per presentare la collezione autunno inverno 2020/21 una settimana prima dell’abbuffata delle passerelle italiane. E ha mandato segnali già dalla scelta della location calda e accogliente, l’Ostello Bello. Un luogo che accomuna e riceve persone di ogni tipo da tutte le parti del mondo, lo stesso concetto che lo stilista esprime con le proprie collezioni. Questa volta più che mai si circonda di anime stimolanti e crea la sua famiglia, priva di etichette.

Abbiamo visto nel basement della struttura vicino alle Colonne di San Lorenzo, il posto più bohemien di Milano, una sfilza di individui a-gender e caricati al massimo con le loro estremizzazioni: streetwear mescolato a preziose invenzioni sartoriali, che però non tradiscono le origini della strada di Simone Botte, questo il vero nome dello stilista, nato a Cesena nel 1985, proprio quando punk e dark ancora imperversavano tra le strade di Milano.

Cracker trae ispirazione dall’ordinario, dalle persone che incontra ogni giorno che compongono il colorato e unico “street wear artistico”. A sfilare, una congrega di streghe pronte a combattere le discriminazioni di taglia, orientamento e genere. Streghe diverse da quelle vestite in nero che siamo abituati a vedere nei libri per bambini. Le ispirazioni sono tante, prime tra tutte le witches che hanno fatto la storia del cinema.

Simon Cracker racconta che alle medie si sentiva escluso come Lidia di “Beetlejuice”, strana, in un mondo che solo lei poteva vedere. Gli piaceva andare nei negozi esoterici a comprare incensi come in “Giovani Streghe” e guardava, fino a consumarlo, il VHS di “Bell, Book and Candle”, meno dark e più naïf.

Non è un caso che l’attenzione ai dettagli sia maniacale in questa sfilata volutamente lo-fi, visto che lo stilista nel 2006, dopo gli studi come graphic designer, aveva iniziato a progettare la sua prima linea di accessori realizzati con tessuti per arredamento. Dopo il 2010, poi, la contaminazione con il lusso di Parigi, città dove lanciò il brand con un’esposizione a Palazzo Pierre Cardin.

I frammenti di pellicole “sinistre” sottolineati da “Pet Sematary” dei Ramones in cassa, hanno dato vita alle creature protagoniste di questa collezione: lana intrecciata, toni nocciola e tessuti gommati, maglieria rigata come i serpenti delle sabbie di Tim Burton, abiti svolazzanti in contrasto con quelli da lavoro, destrutturati e one-size. Tutto ciò che è una divisa e che di solito definisce una categoria, diventa un capo unico, in grado di farsi notare: salopette, tute, fino ad arrivare agli Scout, che raccontano storie di paura al campeggio degli orrore.



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