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Il carrozzone viaggiante

Il carrozzone viaggiante - 05/11/2020

IL CARROZZONE VIAGGIANTE/ Cinque donne per un’ “Estate in dicembre”

Al Nazionale Fabrizio Lopresti ha visto per noi uno spettacolo che sarebbe "perfetto per un film di Almodovar".

Entrare in una sala teatrale, ritirare il biglietto, sedersi e vedere le luci di sala scemare per dare inizio alla rappresentazione, significa per me affrontare uno dei viaggi più completi ed emotivi che conosca. Se poi entrare nella sala teatrale del Teatro Duse di Genova che insieme alla sala Ivo Chiesa (uomo di Teatro e innovatore che proprio a Genova fondò l’allora Teatro Stabile e che oggi è diventato Nazionale e che comprende anche le sale del Teatro dell’Archivolto e la quale stagione 2020-2021 è a lui dedicata) per me ha una molteplice corrente emotiva. In questo Teatro da ragazzino ero spettatore, poi come attore ho partecipato ad alcune produzioni. Il Teatro Nazionale di Genova è stato, come il Teatro delle Tosse, una casa. Amici, colleghi, tournèe, debutti secchi e lunghe permanenze in città diverse.

Studiosi, pedagoghi teatrali, addetti ai lavori dicono – e lo penso anche io – che il Teatro ha due fondamentali possibilità di messe in scena: quelle in cui gli attori sono coadiuvati da un importante allestimento scenografico, effettistico, che riempie gli occhi insieme all’indiscussa bravura attoriale e registica. E il Teatro privo di tutto ciò, o almeno privatone in parte, sia per scelta che per mancanza di budget. Lo chiamavano “teatro povero”. Una messa in scena ridotta all’essenziale, minima, dove bastano pochi elementi scenici, dove gli attori mentre recitano “disegnano” con le loro parole una scenografia inesistente, effetti scenici, deus ex-machina provenienti dal cielo.

È quello che ho visto nella sala del teatro Duse. È andato in scena “Estate in dicembre” testo della drammaturga spagnola Carolina Africa Martin Pajares, classe 1980 nella versione italiana di Antonella Caron, prodotto dal Teatro Nazionale di Genova e in scena il mese scorso.

Uno spettacolo ridotto al minimo, con solo qualche sedia in scena e cinque donne, Elsa Bossi, Fiammetta Bellone, Sara Cianfriglia, Elena Dragonetti, Alice Giroldini che ben dirette dal regista Andrea Colavino, si aprono a noi come confidenti, come delle amiche che raccontano i loro problemi, la loro vita, i loro amori sbagliati, i lutti, la malattia, i sogni, quello che vorrebbero dalla vita e che non hanno. Come le “Tre sorelle” di Checov che fremono perchè accada qualcosa di bello nelle loro vite e che non siano solo problemi, che non sia solo la nonna ormai vecchia e malata da accudire a alla quale cambiare il pannolone, sperando (e poi riusciranno) di concedersi una vacanza finale in Argentina per raggiungere una delle loro sorelle (la quarta) sembra che gridino con speranza  “A Mosca, a Mosca” ma, che come nelle migliori sceneggiature accade, il cerchio si chiude, il conflitto finale irrompe, ma è tanta la voglia di queste cinque donne, una mamma e le sue tre figlie oltre la nonna, di ritrovarsi e passare del tempo insieme ma che, nel giorno della sospirata partenza, una telefonata proveniente dalla casa di riposo annuncia la morte della nonna, poco tempo dopo esserci entrata. Paloma, una delle figlie, riceve la telefonata ma decide di non sacrificare quelle emozioni tanto sospirate ma che finalmente stanno vivendo, decidendo di non dire nulla, preferendo mettere a tacere la sua anima e far passare alle sue sorelle un po’ di pace, spensieratezza, giorni sereni. Fare un viaggio. Ritrovarsi.

Si è detto che questa pièce teatrale sarebbe un film perfetto per Almodovar per bissare uno dei suoi grandi successi: “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”. Ebbene si. Ma io aggiungo anche “Pepi, Lucy, Boom e le altre”.  Il gioco Almodovariano qui troverebbe terreno fertile, a patto che chiami ad interpretare in futuro film le cinque attrici sul palco, le stesse che hanno disegnato ai miei occhi, tramite la loro profonda recitazione, quelle scenografie che non c’erano e non dovevano esserci: la scena del bagno della nonna ad esempio, dove Paloma la aiuta a fare pipì. Ecco lì si è disegnato parola dopo parola uno specchio, un lavabo o la scena della galleria d’arte: Quanti quadri, quante persone c’erano. Bastava solo che le attrici spostassero lo sguardo che la galleria si animava di persone. Questo è un Teatro che mi piace. Che suscita, che ti immagina, che ti proietta. Che coinvolge.

Ma non è finita qui. A novembre, dal 18 al 28, sempre alla Sala Duse, andrà in sena il sequel “Autunno in Aprile” dove ritroveremo le nostre eroine e il mutare degli eventi, sperando per loro, che la vita possa regalare qualcosa, vista spesso l’incapacità di pretendere di più da sé stesse.

Fabrizio Lopresti – IL CARROZZONE VIAGGIANTE
 
Fabrizio Lopresti, autore, giornalista e regista, nonché attore della famosa sitcom “Sensualità a Corte”. Viaggiatore di cultura, per la rubrica culturale di The Way Magazine “Il Carrozzone Viaggiante” tratta di tutto quello che potrà nutrire l’anima. Festival, rassegne, cinema, mostre, libri, viaggi interspaziali e musicali. Tutto in prima persona, vivendo quel momento per raccontarlo ai lettori. “Perché la cultura sociale ci aiuta a vivere meglio, ci aiuta a diventare persone migliori”, dice.


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