31 Luglio 2022

Intervista a Lello Arena: “Il mio Godot è salvezza”

Il comico napoletano incontrato da Fabrizio Lopresti al Festival di Borgio Verezzi. L'ambientazione della sua riedizione del leggendario scritto in una periferia urbana.

31 Luglio 2022

Intervista a Lello Arena: “Il mio Godot è salvezza”

Il comico napoletano incontrato da Fabrizio Lopresti al Festival di Borgio Verezzi. L'ambientazione della sua riedizione del leggendario scritto in una periferia urbana.

31 Luglio 2022

Intervista a Lello Arena: “Il mio Godot è salvezza”

Il comico napoletano incontrato da Fabrizio Lopresti al Festival di Borgio Verezzi. L'ambientazione della sua riedizione del leggendario scritto in una periferia urbana.

Fabrizio Lopresti intervista Lello Arena al Festival di Borgio Verezzi dopo dieci anni dalla sua prima apparizione, ora in scena con la pièce “Aspettando Godot” di Samuel Beckett.

Vladimiro: Che ti prende?

Estragone: Sono infelice.

Vladimiro: Ma no! Ma da quando?

Estragone: Me lo sono scordato

Una strada di estrema periferia con un traliccio della luce ben in evidenza persa in una provincia napoletana, un alberello rinsecchito in un vaso, una panchina, un’edicola votiva, una litania di una giovane innamorata a far da colonna sonora. Estragone tenta di togliersi uno stivale, stanco, sfinito dalla vita. Vladimiro, suo compagno di sventure, riappare. Si rincontrano dopo essersi persi, amici inscindibili che tentano di abbandonarsi ma non ci riescono mai. Vorrebbero fare, ma non fanno niente. Anime latenti, procrastinanti, lamentose.

E’ con questa carica emotiva che arriva al Festival di Borgio Verezzi 56ma edizione, un grande classico del teatro contemporaneo: “Aspettando Gódot” di Samuel Beckett, rivisitato in chiave napoletana. Erano dieci anni che a Borgio si aspettava il ritorno di Lello Arena sul palco di piazzetta Sant’Agostino. Insieme a lui Massimo Andrei, sia attore nel ruolo di Estragone sia regista dello spettacolo. Un regista di calibro, misurato, attento, generoso. Oltre a Biagio Musella, Elisabetta Romano, Esmeraldo Napodano, Angelo Pepe, Carmine Bassolillo che ricoprono con talento gli altri personaggi sul palco.

Lello Arena, attore di razza, regista, scrittore, conosciuto anche insieme a Massimo Troisi ed Enzo De Caro, fondatori del gruppo comico La Smorfia – nel 1977 Il trio esordì prima al Teatro San Carluccio di Napoli, poi al cabaret romano La Chanson e alla trasmissione radiofonica Cordialmente insieme. Il gruppo fu notato da Enzo Trapani e da Giancarlo Magalli, ed esordì nel programma televisivo “Non stop” –  approdarono anche in “Luna Park“, programma del sabato sera condotto da Pippo Baudo, rimanendo attivi dal 1979 fino all’inizio degli anni ottanta e mettendo in scena numeri altamente comici e indimenticabili. Tra quelli di cui sono innamorato e che spesso, specialmente a Natale, non resisto a metterlo in scena nella sala da pranzo di famiglia insieme ai mei due fratelli ricalcandone a memoria le battute e movenze, resta l’Annunciazione con Arena nei panni dell’Arcangelo Gabriele mentre entrava in scena con il celebre tormentone «Annunciaziò annunciaziò» armato di trombetta.

Ho conosciuto Lello durante uno spettacolo del Teatro Stabile di Genova, “Il cerchio di gesso del Caucaso” di Brecht con la regia del compianto Benno Besson. Da lì ne ho colto gli insegnamenti d’attore di talento, il personale lavoro di preparazione sul personaggio, la versatilità, la dedizione, insegnando a noi giovani come stare sul palco.

La prova di Lello Arena e i suoi sul palco ligure è piaciuta. Uno degli scopi di questo nuovo allestimento è quello di riportare l’azione scenica, scenografica e testuale di questo capolavoro alle intenzioni più segrete ed intime del suo autore. A partire dall’accento del nome Gòdot che Beckett voleva cadesse sulla prima sillaba.

Lello come nasce questo spettacolo? 

Questo spettacolo nasce da una crisi di necessità.  Avvertivo una scadenza, il tempo si accorciava ed era arrivato ad una fase di inderogabilità. Una necessità quasi giovanile nel fare tutto e subito, quando vuoi scalpitare e vedere risultati, la stessa inderogabilità che arriva quando sai che questo tempo si restringe. Sono sensibile alle situazioni immobili, paludose e stagnanti, mi sono chiesto come potessi fare, volevo mettere un punto alla mia zona di conforto, capire se avrei potuto fare e se potevo mettere in scena spettacoli più difficili, rimettendomi in gioco e dando anche ad altri attori la possibilità di affrontare personaggi importanti. Lo spettacolo racconta di questa stanchezza dell’oggi, che non sa dove ci porterà, colorata di morte ma anche piena di slanci che ho trovato dentro la pièce di Beckett.

Quale è stato il tuo primo passo dopo aver preso coscienza di ciò?

Ho chiamato le persone con le quali ero più in sintonia, colleghi attori ed amici tecnici. Il Teatro Contrada e lo Stabile di Trieste, produttori dello spettacolo. Ho capito che con le poche telefonate fatte – che non sono propriamente il mio lavoro – sono riuscito a dare movimento, impeto, trovandoci con un programma di lavoro per tecnici e attori.  Si può stare in un angolo a lamentarsi o rimboccarsi le maniche. Ho voluto dare impulso e grazie all’impulso molte cose hanno iniziato a muoversi. Mi ero già cimentato con Beckett, con Finale di Partita. In Aspettando Godot ho intravisto un futuro. Abbiamo fatto studio lunghissimo sulla sua messa in scena. Uno degli scopi di questo nuovo allestimento è quello di riportare l’azione scenica, scenografica e testuale di questo capolavoro alle intenzioni più segrete ed intime del suo autore. A partire dall’accento del nome Gòdot che Beckett voleva cadesse sulla prima sillaba. E che avesse la t sonora. E non come tutti abbiamo sempre fatto alla francese Godòt. Quando ho cominciato a fare le prime letture a Napoli, con attori napoletani, che non mangiavano yògurt ma yogùrt, che non avevano bisogno di un hotèl ma di un hòtel, e che per venire alle prove avevano preso la metropolitana a Piazza Càvour e non a Piazza Cavoùr, ho pensato che forse mi trovavo proprio nel posto giusto e che, probabilmente, saremmo stati tutti molto simpatici a Beckett stesso.

La strada di campagna è trasposta in una strada di una qualsiasi periferia del Napoletano.

Il posto in realtà può essere dovunque. Ma resta un posto che non c’è. Possono immaginarlo e renderlo concreto. I due protagonisti sono soli, ma è una solitudine che appartiene a tutti, ai due sposini della scena iniziale fa paura, ma si capisce che un destino comune è forse più sopportabile. Anche il fatto di aspettare qualcosa o qualcuno allunga la speranza, la vita, la possibilità di un futuro migliore. Loro aspettano ma non arriva nulla. Il regista ha voluto che la strada rappresentasse una landa desolata, dove ci fossero più casi disperati, gente afflitta dalla venuta del messo di Godot che annuncia via via che Godot stesso quel giorno non potrà venire. Una coppia può generare la vita mettendo al mondo un figlio, ma poi non la genera perché aspetta Godot. Aspettare Godot in un una strada di campagna alle falde del Vesuvio può avere altre tensioni, altri smarrimenti, la stessa tragica inutilità.

Chi è Godot?

Valdimiro chiede alla fine se Godot ha la barba bianca. Alcuni possono pensare sia Dio. Ma Beckett stesso scrisse pagine e pagine implorando chi leggesse le sue note di non pensare che Godot sia Dio. Semmai un qualcosa di misterioso che si nega. Forse la salvezza, la cura?

Come forse ognuno di noi anela alla felicità eterna, alla pace, alla tranquillità, così i protagonisti della pièce aspettano di poter essere sereni, di raggiungere grazie a questo fantomatico personaggio di cui non si sa nulla, i “giorni felici” sempre di Beckettiana memoria, che gli spettano. Senza sapere che siamo noi che dobbiamo muoverci, creare per rendere la nostra sosta in questa vita, mobile. Come Lello Arena ha fatto, ha messo in movimento la sua voglia di non stare fermo. Creando per sé, per la compagnia e per il pubblico un’autentica voglia di “muoversi”.

Fabrizio Lopresti, regista e attore che per The Way Magazine cura la rubrica di spettacolo “Il carrozzone viaggiante”, con Lello Arena a Borgio Verezzi, Savona.

Lo spettacolo ritroverà il pubblico in turnè nei teatri italiani nella prossima stagione, inutile dire che non dovete perderlo. Chi è senza Teatro, scagli la prima pietra!

Gli spettacoli del Festival di Borgio Verezzi continuano fino al 16 agosto. Con una giostra di mise en scène di alta qualità grazie al lavoro del Direttore Artistico Stefano Delfino, del Comune di Borgio e di tutto lo staff.

Dopo due edizioni condizionate dalla pandemia, con una disponibilità fortemente ridotta dei posti per gli spettatori, il Festival punta quest’anno a un ritorno alla normalità dell’era pre-COVID e presenta un programma vario, con un ventaglio di proposte che spazia dall’antica Grecia sino a oggi, allo scopo di destare l’interesse di un pubblico vasto e variegato. Lo fa con una leggerezza “calviniana”, anche per lasciarsi alle spalle un periodo burrascoso per tutti. Un sorriso non superficiale, ma che induca alla riflessione: una linea ormai consolidata nel tempo, e supportata da un crescente consenso da parte del pubblico. La manifestazione di Borgio Verezzi conferma la sua caratteristica di “vetrina” delle novità, che durante l’inverno saranno in tournée nei teatri delle città italiane.

Anche per questa edizione Borgio Verezzi vuole lanciare un messaggio positivo e propositivo attraverso la sua manifestazione più importante e conosciuta a livello nazionale, sostenendo la ripresa dell’attività nel campo dello spettacolo e, nello specifico, di quello del teatro.

ASPETTANDO GODOT

Di Samuel Beckett – traduzione di Fruttero
Con Lello Arena e Massimo Andrei
e con Biagio Musella, Elisabetta Romano, Esmeraldo Napodano, Angelo Pepe, Carmine Bassolillo
Regia Massimo Andrei
Scene Roberto Crea
Coproduzione Teatro Cilea di Napoli, La Contrada Teatro Stabile di Trieste

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Fabrizio Lopresti

Fabrizio Lopresti

Fabrizio Lopresti, autore, giornalista e regista, nonché attore della famosa sitcom “Sensualità a Corte”. Viaggiatore di cultura, per la rubrica culturale di The Way Magazine tratta di tutto quello che potrà nutrire l’anima. Festival, rassegne, cinema, mostre, libri, viaggi interspaziali e musicali. Tutto in prima persona, vivendo quel momento per raccontarlo ai lettori. “Perché la cultura sociale ci aiuta a vivere meglio, ci aiuta a diventare persone migliori”, dice.
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