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Leisure - 21/02/2021

Antonio Finelli l’iperrealista: “Ritraggo il tempo sulla pelle”

Incontro con l'artista contemporaneo dalla manualità classica che realizza disegni di volti da immagini di anziani. I suoi ritratti evidenziano i segni del tempo sulla pelle.

Non necessariamente elevati alla bellezza ma fedeli al passaggio del tempo. I ritratti di Antonio Finelli (1985), giovane artista molisano che vive e lavora tra Roma e Campobasso, sono un tributo commosso a una generazione di vecchi italiani che è stata negli ultimi tempi vittima più di altri del tormento della pandemia. Ma l’artista di Riccia, in verità, è da anni che si è concentrato sullo studio del tempo e i solchi della vecchiaia che rappresenta nei suoi mirabili disegni a grafite. Talmente perfetti da sembrare foto in bianco e nero di un realismo che quasi intimidisce.

Finelli ha iniziato la sua formazione artistica frequentando il liceo G. Manzù di Campobasso, perfezionandosi all’Accademia di Belle Arti a Roma. Le opere che caratterizzano il suo lavoro e la sua ricerca sono gli “Autoritratti”: eseguiti con grafite su carta, narrano i segni del tempo registrati sulla pelle.

Ritratto di Antonio Finelli
//Fake Error Portraits serie (2016-in corso) di Elio Castellana.

Le varie serie che produce gli hanno permesso esposizioni di successo come “In Vultu Veritas” (2018), a cura di Marcello Barbanera, Museo Dell’Arte Classica, Roma e “Kalós” a cura di Aurelia Nicolosi, Galleria KōArt Unconventional Place , Catania.

“The Passage of Time” a cura di Maria Laura Perilli, Galleria Triphé, Roma è stato un altro tassello importante nella sua affermazione, iniziata già nel 2017 quando Vittorio Sgarbi gli curò la mostra “Ecce Homo” presso l’Atelier Marcello Tommasi di Firenze.

Di notevole importanza per la sua formazione, la conoscenza e la collaborazione con noti artisti del panorama internazionale: Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Giosetta Fioroni, Luigi Ontani, Carla Accardi, Felice Levini, Giuseppe Penone, Savinio Ruggero, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Giuseppe Salvatori, Jannis Kounellis, Paola Gandolfi, Stefano Di Stasio, Piero Pizzi Cannella, Bruno Ceccobelli, Maurizio Mochetti, Andrea Aquilanti, Marilù Eustachio, Aldo Turchiaro, Alfredo Pirri…

Antonio Finelli he esposto all’EXPO 2015 nella collettiva “Il Tesoro d’Italia” al Padiglione Eataly (area Expo), Milano. Qui invece è nel 2017 Castello De Capua in Gambatesa, con piccole carte in installazione con individui del luogo, i personaggi tipici del luogo.

Antonio, quali sono le tappe della tua giovane carriera di cui vai più orgoglioso?

Aver rappresentato il Molise nella mostra contemporanea “Il Tesoro d’Italia” all’Expo di Milano 2015. E anche ssere stato incluso nella collezione permanente al Museo di arte contemporanea di Cosenza.

Come realizzi i tuoi lavori dedicati agli anziani?

Parto dalla conoscenza, trovo dei posti particolari e persone tipiche del posto e me ne innamoro. Mi interessa capire cosa fanno. Impiengo 25 giorni per fare piccoli disegni. Tengo molto all’esperienza, al contatto: la vecchiaia, i segni e la saggezza, l’osservazione della pelle di queste persone. Prima di fare il lavoro faccio una foto. Mi piace farmi raccontare le storie e gli episodi della loro vita e mi ispiro.

Cosa ti attrae di loro?

Cerco individui caratteristici con una struttura dell’anima ben definita. Potrebbe essere quasi un’indagine antropologica la mia. Il lavoro sugli anziani in questo periodo l’ho sentito più forte, l’anello che andava a perdersi con il Covid. Secondo me oltre a essre molto interessante riscoprire il loro mondo, è un omaggio che ci ricorda quanto sono importanti. La soddisfazione maggiore è quando tante persone che non mi consocono riconoscono dei loro parenti nei miei disegni. Infatti solitamente tolgo gli occhi, così non sono identificabili, e la loro diventa un’immagine da riempire.

Usi il bianco e nero e molta luce. Perché?

Mi piace lasciare un’immagine immersa nella luce, a volte sono immersi in un sogno e non mi piace dare riconoscibilità. Racconto attraverso la loro pelle la storia, perché non voglio essere il loro ritrattista. Racconto un tassello di una persona attraverso i dettagli e non ti nascondo che spesso mi capita di farli vedere ai protagonisti, e ci restano anche male.

Davvero? Non si piacciono?

Alcuni si vedono mostruosi, perché io esalto i solchi del tempo. Anche le pose da cui parto, sono fotografie che non sono convenzionali. Il mio lavoro è crudo, non c’è necessità di esaltazione della bellezza. Mi piace sorprendere queste persone che in qualche modo sono ancorate a un concetto di fotografia e ritratto posato e senza imperfezioni.

Hai mai pensato di fare questo esperimento su di te? Fermare su carte il tempo che passa sulla tua pelle?

Non penso a ritrarre me stesso, ma nel disegno c’è parte di me, perché è un ritratto in maniera diretta o indiretta dove io scelgo qualcosa. Il ritratto di una persona contiene il mio autoritratto perché io ci vedo la luce, un taglio, un’espressione. Parla molto di me.

Come pensi di proseguire questo tuo lavoro?

L’elemento del corpo è ricorrente. Alcune cose vengono spontanee non riesco a fare programmi, sto lavorando sulla pelle, sull’incarnato da rappresentare su grandi tele di due metri, in ambienti eterei, dove il bianco è predominante. Il mio è uno studio che non mi stanca mai.

Per aggiorgnamenti sui progetti di Antonio Finelli e prossime esposizioni, il suo profilo Instagram.



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