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Leisure - 30/04/2018

Artistes & Robots, a Parigi l’arte automatizzata

Dall'arte cinetica all'intelligenza artificiale, al Grand Palais fino al 9 luglio una cavalcata tra le esperienze di confine tra inventiva umana e tecnologia.

Nel Novecento votato all’esplorazione delle arti, anche i robot hanno avuto la loro parte. Dall’arte cinetica all’intelligenza artificiale, la creatività si serve tuttora anche delle macchine e una mostra interessante al Grand Palais di Parigi ci ricorda il perché e il per come.

“Artistes et Robots” fino al 9 luglio 2018, regala l’opportunità di cavalcare nel tempo e ricordarci come i robot sofisticati hanno generato l’arte di circa 40 artisti selezionati in esame. Un’immersione non solo nella multimedialità del mondo digitale, ma anche nelle tecniche più vecchie ma molto originali di realtà aumentata e tentativi di sovvertire spazio e tempo.

METODI – L’intelligenza artificiale ha contaminato la fotografia, la video arte e il design, tanto da diventare «artificial imagination», un genere a se stante che include l’utilizzo di robot, arte algoritmica e generativa. Le opere portate al Grand Palais (proiezioni e oggetti reali) sono stati scelti per il loro valore artistico, asseriscono i curatori dell’operazione. Che sono lo storico dell’arte Laurence Bertrand Dorléac, docente di scienze, e il direttore di sviluppo del Rmn – Grand Palais.

L’advisor è l’artista Miguel Chevalier, che è un guru della digital art a Parigi, uno dei primi ad aver portato il digitale nel mondo multidiscplinare. La scenografia e le luci, importantissimi capitoli di una mostra del genere, sono di Sylvie Jodar e Atelier Jodar.

In molti casi, i presenti alla mostra possono modificare le opere con il passaggio dei loro corpi, con il movimento o il suono della voce. Nella prima parte della mostra, ci sono solo macchine che compongono degli artwork, quelli che usano le braccia meccaniche.

Nella seconda parte c’è l’uso dei robot con intelligenza artificiale che sanno interagire con il pubblico.
Nella terza parte la scoperta dell’infinito e del superamento delle limitazioni. Che ha come conseguenza delle controindicazioni: non ridurre l’uomo a schiavo delle macchine.

 

Il supporto di IBM, Kinoshita GroupCrédit Agricole Corporate  ha assicurato un impiego di mezzi di allestimento non trascurabile. C’è una parte di ricostruzione che va fino alle invenzioni di Frankenstein di Mary Shelley e la filolofia della parola “robot” , usata a Praga per la prima volta nel 1920 da Karel Čapek, per descrivere la “rivolta delle macchine”. I pionieri degli anni 50 del Novecento, che nell’arte sono stati Schöffer, Tinguely and Paik, portavano anche delle nuove spinte di socialità: “Per me sono una parte creativa della società”, dice Jean Tinguely.

Oggi i robot sono diventati invisibili, visto che la tecnologia ci permette di programmare innumerevoli e infinite possibilità di combinazioni tra virtuale e reale senza che ci sia un “braccio” meccanico a simularle. L’evoluzione è ben rappresentata dalle sale finali della mostra al Grand Palais.

 
La proliferazione delle immagini suggerisce quasi l’autonomia dell’arte generativa, che si sa quando inizia ma non si capisce quando e come finisca, perché il tempo non è più un limite.
Per un momento nel dopoguerra, il dibattito si accese: il matematico Alan Turing teorizzava il transumanesimo e Ray Kurzweil prediceva l’applicazione di intelligenza digitale a tutte le forme di vita sociale.
Ora gli artisti vanno oltre queste visioni semi-apocalittiche e usano il Deep Learning (advanced machine learning), che abituano l’umano ad avere a che fare con forme di intelligenza artificiale sempre più invasive. I lavori presentati alla fine della mostra sono oggetti di lavoro che include l’inventiva dell’artista, l’applicazione dell’ingegnere e il movimento del robot, che diventa a tutti gli effetti co-generatore di arte.
Come disse l’autore di fiction William Gibson nel 1997: “Il pianeta Terra è oggi il posto più alieno”.


Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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