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Leisure - 08/01/2020

Checco Zalone, fenomenologia di un successo annunciato

Parlare di un successo annunciato come quello di Checco Zalone e del suo “Tolo Tolo” non è semplice. Un successo che non risponde ad alcuna logica cinematografica pura. La storia di Zalone si inserisce, narrativamente parlano, a pieno titolo in un’emergenza mondiale come quella dei flussi migratori. Non era certo un mistero e sicuramente l’enorme riscontro commerciale è dovuto al fatto che tanto polverone ha sollevato, politicamente e socialmente. Eppure, nel 1995, Renato Pozzetto esce con un film che s’intitola “Mollo tutto” diretto dallo spagnolo José Maria Sànchez. E’ la storia di un commerciante milanese che decide di scappare in Tunisia cambiando identità per rifarsi una nuova vita, salvo scoprire di essere stato truffato e cercare quindi di rientrare in Italia da clandestino; per questo ultimo passaggio sarà aiutato dal bambino tunisino Selim. Una volta giunto in Italia, perdonato dalla famiglia, adotterà il bambino. Certo Zalone raccoglie una difficile sfida, in un momento storico particolare, con un film dichiaratamente scorretto (molto lontano da quell’Ivo Perego di Antonio Albanese) ma che si struttura difronte al verbo riflettere ogni qual volta insorge una polemica. Per analizzare il fenomeno, proviamo a scomodare Erwin Panofsky, accademico che fu tra i maggiori studiosi d’iconologia, del metodo cioè dell’interpretazione dei simboli e delle figure allegoriche nell’arte, nel caso specifico del cinema. Egli parte ad esempio, dallo studio della vita quotidiana, scegliendo soggetti che tra l’altro potremmo vedere in qualsiasi film contemporaneo: un uomo alza il braccio. Per Panofsky in questa scena, sono identificabili tre livelli di significato, uno puro e semplice, un secondo insito nel significato sociale del gesto (in questo caso di saluto), e un terzo indice di tutte le intenzionalità razionali e inconsce del gesto. Partendo ora dalla comica chapliniana, nel film “L’emigrante” si vede una nave carica di emigranti appunto, mentre approda al porto di New York. Una volta a terra un poliziotto circonda i passeggeri con una corda formandone un unico fascio per evitare dispersioni e durante quest’operazione Charlot/Chaplin lo colpisce con un calcio nel sedere. A questo punto, secondo l’analisi del metodo panofskiano vediamo, ad un primo livello semplicemente la scena di un calcio, secondariamente notiamo che la scena è anche divertente, un calcio nel sedere fa ridere quanto una torta in faccia (è se vogliamo un gesto sociale di maleducazione), ma è solo giungendo al terzo gradino della nostra analisi che si comincia a comprendere il rancore di come Chaplin, immigrato inglese in America, esprima il proprio rancore verso le istituzioni americane, ree di umilianti trattamenti nei suoi confronti, colpendo un loro rappresentante. Quindi, ricapitolando, inquadriamo tre distinti significati: primario o naturale, secondario o convenzionale, intrinseco o contenuto. Non dovrebbe risultare difficile a questo punto capire perché durante la caccia alle streghe degli anni ’50 la testa di Chaplin fu una delle prime a cadere insieme a quella di Joe Mankiewicz, ma quella fu un’altra storia. La storia del cinema è piena di questi esempi e risulta quasi imbarazzante citare film come “Tempi moderni” (1936) o “Il dittatore” (1940) sempre di Chaplin. Scrive Antonio Costa nel suo saggio “Cinema e pittura” – Naturalmente Panofsky è conscio dei pericoli inerenti alla lettura dei significati simbolici, più o meno inconsci, e agli eccessi che il critico potrebbe compiere in questo campo. Per questo motivo egli cerca di saldare il più possibile l’iconologia all’iconografia, senza tuttavia annullare l’una nell’altra. Ogni lettore che abbia una minima conoscenza di critica cinematografica a questo punto può trovare da solo esempi adatti di interpretazioni dei “significati simbolici”. Sono vari i motivi d’interesse del metodo iconologico per chiunque si occupi di cinema, sia perché il cinema può riprodurre elementi figurativi che comportano tutti e tre i livelli interpretativi integrati, ovviamente, nel sistema di significazione filmica e del testo specifico in cui compaiono, sia perché il cinema attiva per se stesso i tre livelli e comporta, comunque, meccanismi interpretativi a quelli rapportabili. –
Costa cita ad esempio il caso di Nanni Moretti dove in “Bianca” (1984) il protagonista Michele Apicella, dopo una notte trascorsa a letto con la fidanzata, appare dietro ad un enorme vaso di cioccolata. Non c’è però da parte dell’autore nessun significato particolare, tantomeno pubblicitario se non quello di estremizzare comicamente una scena assurda. Al contrario, in “Sogni d’oro” (1981), dello stesso autore, nella sequenza finale, il professore di liceo seduto al tavolo di un ristorante, si trasforma in un mostro citando a più riprese “Lo strano caso del dottor Jeckyll e mister Hyde” e questo comporta il riconoscimento di una fonte iconologica di secondo livello. Giunti a questo punto, con qualche strumento in più, “Tolo Tolo” è un film che si lascia guardare, che offre qualche spunto (sarebbe sciocco negarlo) ma che sembra subordinato ad un’arte ribelle (tanto per citare Oreglio), quella del cabaret, in questo caso televisivo che non ci permette di gustare appieno un attore che interpreta un personaggio ma di vedere solo una prosecuzione zelighiana di Checco Zalone che per stemperare anche un po’ i toni strizza l’occhio al musical; per dirla alla Dino Risi, se Zalone si spostasse si potrebbe vedere il film.



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