24 Luglio 2022

Come si recupera un balletto settecentesco perduto

Visto a Napoli al Museo e Real Bosco di Capodimonte per Campania Teatro Festival e rappresentato a Venezia nell’atrio di Palazzo Grassi. In tour nel mondo.

24 Luglio 2022

Come si recupera un balletto settecentesco perduto

Visto a Napoli al Museo e Real Bosco di Capodimonte per Campania Teatro Festival e rappresentato a Venezia nell’atrio di Palazzo Grassi. In tour nel mondo.

24 Luglio 2022

Come si recupera un balletto settecentesco perduto

Visto a Napoli al Museo e Real Bosco di Capodimonte per Campania Teatro Festival e rappresentato a Venezia nell’atrio di Palazzo Grassi. In tour nel mondo.

Il “Ballet des Porcelaines” è un’opera a suo modo leggendaria, nessuna traccia resta infatti della coreografia, dei costumi e delle scenografie che caratterizzavano la sua esecuzione avvenuta in un castello fuori Parigi nel 1738. C’è solamente una copia del libretto (ne esistono ancora due conservate presso la Bibliothèque nationale de France) ritrovato all’inizio degli anni Duemila all’interno di un manoscritto, presso la biblioteca de l’Arsenal di Parigi.

Ripensare un balletto-spettacolo rococò in chiave contemporanea significa indagare il significato e il valore che opere d’arte del passato hanno nel presente, nonché rendere sul piano estetico il profondo senso di mistero, lusso e seduzione che la porcellana ha svolto nella storia europea. Lo fanno Meredith Martin, docente di storia dell’arte presso la New York University, con il coreografo e attivista di Final Bow for Yellowface Phil Chan.

La prima messa in scena del libretto originale, composto dal conte de Cayuls, antiquario e proto-archeologo francese, risale al 1739 e si sa aver avuto luogo presso lo Chateau de Morville vicino a Parigi, a opera di un gruppo di aristocratici artisti amatoriali che si esibivano in un balletto pantomimico conosciuto come “Ballet des Porcelaines” o “Il Principe della Teiera”.

Il balletto racconta la vicenda di un principe e di una principessa su un’isola remota governata da uno stregone malvagio che trasforma gli abitanti in figure di porcellana facendoli volteggiare sino a tramutarsi in vasi. Perso nella boscaglia e disorientato dal tintinnio della porcellana portato dal vento, il principe protagonista del racconto viene raggiunto dal mago e trasformato in teiera, diventando irriconoscibile agli occhi dell’amata. La principessa però rompe l’incantesimo e manda in frantumi tutte le porcellane. La storia finisce con la fuga dello stregone, l’unione dei due amanti e il ricomponimento di tutti i frammenti nell’esecuzione di una contredanse.

Meredith Martin, docente di storia dell’arte presso la New York University, con il coreografo e attivista di Final Bow for Yellowface Phil Chan, hanno ripreso lo spirito e l’evoluzione di questa opera e la stanno portando in tour questa estate nel mondo. La prima italiana si è vista nel programma del Campania Teatro Festival al Museo di Capodimonte. La seconda rappresentazione c’è stata a Venezia nell’atrio settecentesco di Palazzo Grassi.

L’analisi del contesto storico e sociale in cui si inserisce il concepimento del balletto, così ricco di fascinazioni provenienti dall’oriente, ha condotto Meredith Martin, i cui studi storico-artistici si concentrano soprattutto sulle interazioni tra Asia ed Europa, a rileggere la vicenda come l’allegoria del bramoso desiderio degli occidentali di possedere i segreti della creazione della porcellana cinese, definita nel Settecento “l’oro bianco”.

«Ispirato a una fiaba dello stesso ambiente letterario de “La Bella e la Bestia” (1740), l’originale “Ballet des Porcelaines” è stato rappresentato in una casa di campagna fuori Parigi quasi tre secoli fa e non è più stato visto da allora. Sono entusiasta della collaborazione con il coreografo e cofondatore di Final Bow for Yellowface, Phil Chan, e con il nostro team di artisti con cui abbiamo dato vita a questo balletto sul palcoscenico e tra le pagine di una pubblicazione, aggiornando la produzione per i tempi in cui viviamo» afferma Meredith Martin.

Dall’idea di restituire una forma a questo balletto così poco conosciuto, ma vicino per tematiche e suggestioni a tante fiabe coeve, prende corpo una nuova lettura. Non la ricostruzione delle atmosfere rococò che caratterizzavano l’originale, quanto la sua attualizzazione nel contesto sociale e culturale contemporaneo. In dialogo con il coreografo e attivista Phil Chan, co-fondatore di Final Bow for Yellowface, associazione impegnata nel sostegno delle comunità asiatiche in occidente, Martin immagina di restituire alla componente asiatica il ruolo di vera protagonista, capovolgendo il senso del copione.

«Sono lieto di condividere questo balletto barocco re-immaginato e la relativa pubblicazione con il pubblico contemporaneo e sfidare la singolare visione eurocentrica del popolo e della cultura sommariamente detta “cinese” che ha continuato a essere esercitata senza possibilità di discussione nel rappresentazione artistica occidentale. In questo momento in cui gli asiatici che vivono in minoranza sono soggetti a livelli sempre più alti di attacchi, il nostro balletto invita il pubblico a riflettere, a cogliere le sfumature e a guardarci con maggiore umanità» dice Phil Chan.

Una grande produzione che coinvolge un’equipe internazionale di artisti, ballerini e musicisti di grande prestigio, tra i quali Georgina Pazcoguin, prima solista asiatico-americana del New York City Ballet, e Daniel Applebaum del New York City Ballet, nei ruoli principali del principe e della principessa, Tyler Hanes, attore e ballerino noto per le sue performance in diversi musical di Broadway, che veste invece i panni del mago. L’artista e stilista Harriet Jung firma i costumi, mentre Dongsok Shin, clavicembalista e specialista di musica antica, dirige il comparto musicale.

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