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Leisure - 19/11/2020

Dal buio alla luce, il ritratto sensoriale di Mauro Negri

La Phosphoros Experience vicino a Pavia nello studio del fotografo che ha ottimizzato una tecnica che piace agli artisti. Da Andy Bluvertigo a Saturnino ed Eugenio Finardi.

Mauro Negri, classe 1966, è un fotografo di Broni, vicino Pavia, che non ha temuto mai l’aggiornamento della sua professione. In un momento in cui l’onda straripante di immagini su ogni forma di media possibile è inarrestabile, ha puntato sulla nicchia di qualità. E tanti artisti si sono messi in fila per essere ritratti da lui.
Questo perché ultimamente sta proponendo il frutto di 5 anni di studio che sono serviti ad ottenere quello che ad oggi si potrebbe definire un suo personale marchio di fabbrica. Il progetto ‘Phōsphoros‘, di cui riproduciamo alcune immagini emblematiche, utilizza una tecnica di lunga posa e impiego di luci che fanno emergere i soggetti e i particolari dal buio. Una sorta di ritratto caravaggesco aggiornato ai nostri tempi, che però prevede poco utilizzo di post-produzione e molta maestria manuale.

TULIP TREE (da sinistra: Joe La Viola, Paolo Ballardini, Giorgio Palombino, Daniele Pinceti e il mitico Walter Calloni)

Da cosa deriva il nome che hai dato al progetto?
Ho scelto Phōsphoros, in onore a un personaggio della mitologia greca, esso rappresentava la prima luce del mattino, quella del pianeta Venere che poco prima dell’alba diventa la più luminosa delle stelle.

Dove vengono realizzati questi ritratti?
Ho uno studio privato, ma all’occorrenza mi sposto a domicilio per particolari set che non sarebbero riproducibili diversamente. La cosa importante è che sia un ambiente tranquillo affinché il soggetto riesca a rilassarsi. Poi in linea di massima da me può venire chiunque sia interessato a quello che ho definito “ritratto sensoriale”.

Perché sensoriale?
Perché dalle prime realizzazioni e dai soggetti stessi fotografati è emerso questo aggettivo, forse dovuto al fatto che durante la messa in scena si entra in uno stato di introspezione personale data dal trovarsi completamente al buio.

Come si svolge la seduta? Quanti scatti fai?
Una volta scelta la scena e quel che serve per rendere il tutto appagante, il soggetto dovrà prendere posizione e mantenerla per un lasso di tempo variabile da uno o più minuti.
Gli scatti diventano unici, può cambiare la posa e il contesto, ma resta un solo scatto per ogni situazione e non potrà esisterne uno uguale all’altro.

Perché tempi di posa così lunghi?
Questo è un punto fondamentale della tecnica, in quanto la fotografia viene realizzata interamente nell’oscurità e nella totale, o quasi, immobilità del soggetto ritratto che verrà illuminato da fonti luminose dinamiche che ho personalmente modificato per ottenere il risultato che cercavo.
Durante questo lasso di tempo sarò io a dipingere il buio con la luce.
Quello che succederà sarà una sorta di esperienza che sfocerà nella creazione di una immagine fotografica immediatamente visibile, unica e irripetibile.

Il batterista del gruppo Elio e le Storie Tese, Christian Mayer.

Dai consigli su cosa indossare o cosa portare?
Il consiglio principale è di viversi la situazione, sentirsi soli con se stessi e con l’estensione del proprio io interiore.  Per il resto lascio libera scelta, ognuno apparirà come si sente di voler apparire. Al limite suggerisco di arricchire con oggetti che rimandano a ricordi e che abbiano un senso con il loro vissuto.

Che tipo di artisti hanno aderito?
Mi sono rivolto un po’ a tutto lo scibile artistico, dai pittori, agli scultori, attori, poeti, amici fotografi e quant’altro. In quest’ultimo periodo ho incontrato diversi musicisti eccellenti e di rilievo, ora causa restrizioni è rimasto tutto in sospeso, ma ci auguriamo di vedere la luce in fondo al tunnel, magari quella portata da Phōsphoros. O no?

Per le persone comuni cosa consigli?
Niente di diverso dalle altre e poi siamo sicuri che esistano persone comuni? Ognuno è unico con caratteristiche diverse, alcuni più sensibili all’arte, alcuni la creano, altri ne usufruiscono, tutto lì.

Andy Bluvertigo e Lilya.

Quanto ci hai impiegato per arrivare a questa tecnica? Cosa è più difficile far comprendere quando la racconti?
Al perfezionamento, se mai si può parlare di perfezione come valore universale, ci sono voluti 5 anni.
La cosa da far comprendere è che non c’è post-elaborazione, anche perché non amo stare ore davanti ad uno schermo per creare quello che non esiste. Tutto quello che si vede nell’immagine era già presente durante lo scatto, nulla viene aggiunto. Cosa peraltro dimostrabile nell’immediato… e questo emoziona molto.

Chi sono i tuoi maestri?
Ho girato chiese, gallerie e musei per vedere direttamente le opere dei grandi maestri del passato che avevano utilizzato la luce come elemento armonizzante di tutto il contesto, dove le figure protagoniste e gli oggetti ad esse legati venivano definiti con estrema efficacia.
A partire da Caravaggio, Vermeer, Georges de La Tour, van Dyck , ma anche le opere scultoree del Canova o Bernini, tutti incommensurabili artisti che indubbiamente mi hanno influenzato e continuano a farlo.
Questo per dire che la storia ci insegna tutto quel che c’è da sapere e che non si inventa nulla, ma si possono seguire le orme tracciate da chi ci ha preceduto ed aperto una via, a volte la strada si ferma, a volte è buia e va illuminata per cercare quell’ignoto che spaventa fin quando non lo si conosce. A volte ci si perde.
Se poi vogliamo parlare di fotografi, ci sono maestri contemporanei come David LaChapelle o Gregory Crewdson, punti fermi assoluti che amo terribilmente, ma è altro discorso.

Saturnino con Oliva.

Hai mai ammirato il lavoro di Dean Chamberlain che negli anni 80 usava una tecnica simile?
Sarebbe ipocrisia dire di non conoscerlo e non lo farò. Chamberlain è stata la prima persona a coniare il termine “Light Painting” per la sua tecnica fotografica a lunga esposizione e dalla quale tutti hanno attinto per realizzare nature morte di stile pittorico.
Io posso dire d’averla integrata con un mio stile personale, siccome il ritratto ha il piccolo problema di avere soggetti vivi e tendenzialmente portati a respirare, sono riuscito a domare questa tecnica per evitare immagini mosse se non volutamente tali.

Dove le stampi? Come le consegni?
La stampa è fatta da un laboratorio estremamente professionale di mia fiducia, dopo varie prove ho scelto di utilizzare come supporto l’alluminio, tutto in alta definizione, con finitura anti UV e anti graffio, ma soprattutto durevole nel tempo. Non consegno i file se non quelli per i social, per me la fotografia è finita quando è stampata, il resto è calderone di immagini che vanno benissimo per il web, ma si perdono nello stesso e probabilmente in futuro non ne resterà traccia.

La tua gratificazione per questo mestiere?
Riuscire ancora a stupire in un’epoca dove spesso si preferisce provocare attraverso l’assenza totale di buon gusto.

Progetti per il futuro?
Sì, vivere.

Eugenio Finardi.

Per info: mauronegri.fotostudio@gmail.com www.instagram.com/phosphoros_experience/



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