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Leisure - 21/10/2019

Dirige Beatrice Venezi: “Voglio essere ambasciatrice della cultura italiana”

My journey-Puccini’s Symphonic Works è il suo primo album. Una major come Warner Music investe anche in Italia in un talento acclamato mondialmente.

Ovunque io vada grazie alla mia professione penso a me stessa come un’ambasciatrice non solo della musica, ma dell’Italia, della cultura, della creatività visionaria e del know how italiano che tutto il mondo ci riconosce“. Così parla Beatrice Venezi, acclamata direttrice d’orchestra, suona ancora strano anche scriverlo. Perché a dirigere orchestre a livello mondiale e in posti prestigiosi, le donne sono davvero ancora poche. Per questo, la brava e bella Beatrice deve aver dovuto faticare non poco. Ma oggi è all’apice della sua ascesa, visto che Warner Music a livello mondiale lancia un album con la sua immagine e con la sua direzione, con musice di Giacomo Puccini (1858/1924). Si chiama “My Journey” ed è davvero un viaggio, ma anche un ritorno a casa visto che il compositore italiano è di Lucca come la stessa Beatrice. “L’Italia è questo: una lingua che canta, un’opera divertente e straziante, straordinariamente sensuale, un paese di tradizione e creatività, di innovazione e tecnica, in cui per ogni città c’è un eccellente compositore o un musicista che merita attenzione, in ogni luogo un primato”.

Lei, il suo primato ce l’ha: è una delle donne più comunicative e internazionali che la musica abbia conosciuto, capace di incantare folle sia con la sua direzione artistica che con il suo eloquio. Mai impostata, sempre al passo coi tempi e non un’asceta devota a un tempo che non c’è più. O meglio, studiosa e amante appassionata di una musica che può dare ancora molto a chi non la conosce: “Davanti ho generalmente dalle trenta alle settanta persone e anche con poca preparazione assieme, perché non è un mestiere che permette lunghe prove, il mio, sono sempre in grado di interpretare benissimo i loro pezzi. Il direttore serve per dare una linea guida, una visione comune che non è discutibile e deve portare tutti dalla sua parte. Noi siamo dei guest conductors, ogni volta ci troviamo a suonare con orchestra diversa a volte non proviamo se non il giorno stesso, quando c’è poco tempo per entrare in empatia. Però poi con la musica scocca qualcosa”.

Tutto il disco è un tributo alla Toscana, con registrazioni in loco, partecipazione dell’Orchestra della Toscana e le immagini del booklet scattate lì: “Sono nata a Lucca e Puccini è stato lo spirito guida ha segnato momenti salienti della mia vita. Ho avuto la fortuna di portarlo da Lucca al mondo intero, ho diretto anche in culture diverse come Armenia e Georgia dove siamo stati un’autentica novità”.

Il disco ha anche un interesse musicologico, dice la direttrice, visto cheè presente “Lo scherzo”, un debutto su disco. Puccini è il secondo operista più rappresentato dopo Mozart nel mondo ed è compositore moderno: “L’ho scelto – racconta – perché è la giusta porta di accesso al mondo della classica, visto che ha dei tempi che considero pre-cinematografici. Con la drammaturgia di Verdi, per esempio, abbondano i tempi lunghi”.

Per lei un’operazione anche dal punto di vista estetico, per avvicinare la classica ai palati più diffidenti, non ha del rivoluzionario: “Lo considero un ritorno alle origini, visto che questa musica nasce come il pop dell’epoca ed è un modo per divulgare qualcosa che fa parte del DNA dell’Italia. Poco si conosce, dovrebbe arrivare a tutti. Come all’estero considerano il pianista grande divulgatore e innovatore, primo a intuire il potere della tv Leonard Bernstein”.

Il compito è arduo anche perché sicuramente dovrà scontare diffidenze per il solo fatto di essere donna e di essere, diciamolo apertamente, bella: “Una donna che fa cultura deve essere meno curata possibile p trasandata? Questa è una visione molto italiana, sembra che non si possa curare aspetto e intelletto allo stesso modo, è un cliché. Oggi le più grandi critiche mi arrivano perché scelgo di divulgare. La stessa orchestra è organismo difficile ma meritocratico e riconosce il carisma, anche se non vi nascondo che si percepisce nell’aria qualche diffidenza iniziale. Il direttore lo si giudica da come si avvicina ai musicisti”.

Ben conscia di “fare politica attraverso la mia attività nel senso bene comune e operare per un cambio nella cultura visto che proprio l’Italia per me è il mercato più difficile”, Venezi ora riprende la sua attività concertistica che la porta davvero ovunque. Ed è un piacere stare ad ascoltare i suoi “memoir” dai paesi che visita: “Nel modo di vivere il dramma ci sono molte simitilitusini tra Russia e Italia. Il Giappone, invece, è la società più mentalmente maschilista e per questo prima di andare ho mandato una email chiedendo che tipo di abbigliamento dovessi adottare. Perché per me vestirmi da donna mentre lavoro non è solo un piacere, ma anche un messaggo di non conformazione. Ebbene, con grande sorpresa, mi è stato risposto che avrebbero preferito un completo quanto più ‘men-like’ possibile, quindi meno femminile”.

La situazione in Italia, invece, è penosa per quanto riguarda apertura e conoscenza: “Nel marketing abbiamo perso la supremazia ma nella musica siamo numeri uno. Anche se la scuola fa zero, l’educazione musicale italiana è imbarazzante, nella patria della bella musica ci sono persone che non sanno portare il ritmo e non sono educate all’ascolto. Come si fa a non gradire qualcosa che non si conosce?”.

E non usa mezzi termini nemmeno per gli addetti ai lavori:Sembra che i direttori italiani non siano interesati molto a Puccini ultimamente, ma io il mio modo per far arrivare quello che faccio a una platea estesa l’ho collaudato con le Instagram stories. Lì intercetto l’interesse dei millenials che spesso mi chiedono le trame delle opere. Basta raccontarle per far capire quanto molto di esse sia ancora attuale”.

Un primo test positivo c’è stato l’estate scorsa: scommessa vinta al Lucca Summer Festival, dedicato principalmente al pop e rock, dove Beatrice Venezi ha radunato 5mila persone, e tante fuori dai cancelli che volevano entrare.

E pensare che nessuno nella sua famiglia ha un attaccamento così forte alla musica: “Vengo da una famiglia di non musicisti, da bambina facevo già danza, mentre mio papà ascoltava il rock progressive, poi per caso – anche se il caso non esiste – ho cominciato a prendere lezioni di pianoforte per emulazione di un mio compagno di scuola: avevo 7 anni. Da lì il conservatorio: è stata molto dura“.

Le discriminazioni non le fanno ripensare al modo in cui si presenta, anzi: “Mi sono esibita in Paesi molto maschilisti: Giappone, Armenia, Georgia, Azerbaigian. A Teheran la tappa è saltata. Sarei stata la prima cattolica occidentale a dirigere un gruppo ambo-sessi, ma nonostante l’autorizzazione del governo la situazione politica si è inasprita, la frangia conservatrice ha preso il sopravvento, e fine, nulla di fatto. A Tokyo mi chiesero invece di indossare il tight, mi rifiutai, la vinsi, ma l’istanza c’è stata. Ci sono stati poi maestri di fama importante che hanno dichiarato che la direzione d’orchestra non è proprio storia da donne, a cui mancano attributi, polso e leadership. Ma io ho deciso che nella vita avrebbero dovuto rispettarmi nel ruolo, senza travestimenti”.

My journey-Puccini’s Symphonic Works è per la stella dell’orchestra, nata nel 1990, direttore principale della Nuova Scarlatti di Napoli e dell’Orchestra Sinfonica Milano Classica, un traguardo che si aggiunge al suo CV impressionante. Beatrice è la più giovane donna, italiana, a essere direttore d’orchestra con successo mondiale («In Italia siamo soltanto in tre a poter fare, di questo, un lavoro»).

Anche Forbes nel 2018 l’ha inserita tra i 100 under 30 più influenti che esistono, nella sezione L’Italia dei giovani leader del futuro. Ha, naturalmente, conosciuto Andrea Bocelli: “Un giorno a pranzo per caso abbiamo iniziato a parlare di incrociare le nostre carriere. Lui ha fatto dei crossover, non è il mio filone, mantengo il contenuto della musica classica inalterato, ma è sicuramente una figura importante“.

E di contemporaneo cosa ascolta? “Sono pazza dei Massive Attack, perché hanno fatto sperimentazione e contaminazione, anche con i visual ed è qualcosa che voglio portare nei miei spettacoli”.

Invece per il suo repertorio classico, ha una preferenza netta: “Per la generazione italiana del 1880, voglio far capire che il repertorio italiano non è solo operistico ma anche valido dal punto di vista sinfonico. Per questo suono musiche di Ottorino Respighi e Giuseppe Martucci”.

Nel suo libro, “Allegro con fuoco. Innamorarsi della musica classica”, UTET 2019, scrive: “Voglio essere il punto di contatto tra l’orchestra e il pubblico, e tenere insieme tutte le loro energie. Voglio dimostrare la modernità della tradizione, combattere il pregiudizio dall’interno e dall’esterno. Voglio rifiutare ogni stereotipo, continuare a lavorare perché la musica classica sia sinonimo di libertà e bellezza, e non di noia e costrizione. E non mi importa che qualcuno di voi sbagli ad applaudire, perché magari non conosce a menadito il brano che stiamo suonando o le convenzioni di quel tipo di forma. L’importante è che quella musica arrivi fino a voi. Planare dall’alto, con i cuori leggeri e le dita veloci, sugli strumenti, sugli spartiti è quello che mi auguro per tutti noi professionisti della musica e per chiunque fruisca di questa grande bellezza. Così che la musica smetta di essere un luogo di riproduzione meccanica e diventi uno di gioia, di divertimento e forse, anche, di un pizzico di follia”.



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