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Leisure - 25/04/2020

Edoardo Rossi: “Il mio sogno realizzato: scoprire come son nati i dischi mitici”

La musica italiana raccontata con il garbo e la conoscenza. Un programma, "33 giri – Italian Masters" su Sky Arte che sta facendo innamo

In questi tempi di lockdown le iniziative culturali, per fortuna, fioccano online. Ed è anche un momento per apprezzare appieno il lavoro di autori in gamba come Edoardo Rossi, un nome che è dietro il programma musicale più bello degli ultimi anni. Un format che si chiama “33 Giri Italian Masters” (riproposto sul web in chiaro) ed è realizzato con Stefano Senardi con Except, una casa di produzione davvero innovativa.

Torinese di nascita con sangue ligure, milanese di adozione, Rossi ha lavorato come autore tv a Mediaset, Rai, Mtv e Sky, oltre a essere speaker per tanti anni a Rock Fm. Il suo primo libro, “Percorsi musicali indipendenti”, uscì nel 2009 e vinse il premio come “miglior libro Indies” al M.E.I. di Faenza. Il meglio di sé lo sta dando in questi anni con il suo format realizzato per Sky Arte: un modo di raccontare gioielli musicali attraverso i master originali delle incisioni con i protagonisti e luoghi che li hanno generati. Una produzione che sta avendo plausi da più parti e che regge egregiamente il confronto con i più dettagliati documentari musicali esteri.

Edoardo, come hai iniziato a interessarti alla musica?

Quello che facevo a scuola non era divertente e quindi ho pensato che il mio rifugio fosse la televisione e la musica. Io sono del 1975, noi di quella generazione siamo cresciuti con la televisione Fininvest e la musica. A quel tempo era la mia possibilità di respiro.

Di cosa ti sei cibato negli anni dell’adolescenza?

Mi iniziavo a interessare a quello che accadeva nel momento. Guardavo in tv Discoring e Dee Jay Television, i video musicali mi facevano impazzire, da My Sharona a Madonna. Ho preso uno svarione per Pum Up The Volume dei M.A.R.S.S. sul finire degli anni 80. E poi sono arrivati i Public Enemy e i Guns N’ Roses. Grazie a questi ascolti sono andato a ritroso fino a James Brown e Jimi Hendrix. Volevo sapere tutto della genesi di quei due generi, il rock pesante e il soul.

Poi a un certo punto, la tv hai iniziato a farla!

Non subito. La mia palestra è stata la radio, Radio Eclisse 82 di Sestri Levante. Mi ci portò Massimo Ugolini il mio bidello a scuola. In quel periodo ascoltavo di tutto e con lui nei corridoi finivamo per fare lunghe conversazioni di musica finché non mi propose di affiancarlo nel suo programma RADIO K.A.O.S. che condivideva anche con Fabrizio Panarese e Dr. Dema. A Radio Eclisse rimasi dal 1993 al 2000 quando la radio fu costretta a chiudere. Ebbi l’opportunità di fare le prime interviste e di avere i primi rapporti con le etichette discografiche che avrei reincontrato una volta a Milano. A proposito di palestra televisiva invece, dal 93 ho fatto parallelamente parte del gruppo di video amatori Berny ProdAction. Grazie alle nostre “videoscorribande”, alcuni dei nostri filmati sono stati trasmessi da Mediaset al programma “8mm” e li ho avuto modo di entrare in contatto con la televisione vera dove avrei cominciato a lavorare nel 2000. Trasferitomi a Milano in quell’anno, dapprima lavorando come corriere in una tipografia, mi sono avvicinato a realtà come Rock FM, Mediaset e poi Mtv Italia, dove sono stato autore e producer delle Crispy News nel 2010/2011.

Tra i tuoi programmi più riusciti quali ricordi?

A Mediaset ho fatto una bella esperienza autoriale per Real Tv, che era essenzialmente una trasmissione di archivio di filmati che arrivavano da tutto il mondo, che mi permetteva di affrontare tanti argomenti contemporaneamente. Poi per Dee Jay Tv, attraverso la casa di produzione Zodiak, ho lavorato a Jack On Tour, che mi ha dato la possibilità di fare un viaggio musicale on the road. Con la superband, Fede Poggipollini, Sergio Carnevale, Dellera nel 2012 e con Boosta nel 2013, siamo andati in giro per le città italiane, scovando interessanti realtà artistiche di giorno e vivendo il concerto dei nostri artisti, con i vari e prestigiosi ospiti, la notte, documentando il backstage del live. Poi quando a Sky Arte, con Stefano Senardi e la casa di produzione Except c’è stata la possibilità di fare documentari sui dischi leggendari della nostra storia musicale, mi sono dedicato con grande entusiasmo al progetto “33 Giri Italian Masters“.

Cosa c’è di te nei ruoli che ti sei scelto come lavoro?

Cerco di portare tutti i vari me che ho a disposizione in tutto quello che faccio cercando di attivarli e gestirli al meglio in base alla situazione nella quale mi trovo. (Hai presente il telefilm Sense8?) Nello specifico in “33 Giri Italian Masters” vengono con me sul set il mio lato appassionato di musica, l’umile musicista autodidatta e quello che ama le piccole vicende che hanno contribuito a generare la storia. E’ bellissimo poter “investigare” e conoscere le sfumature del processo creativo che hanno caratterizzato le grandi opere. Ad esempio abbiamo fatto un puntatone dedicato a ‘Le nuvole’ di Fabrizio de André, uscito nel 1990, con racconti molto dettagliati di Mauro Pagani, Rocco Tanica e Michele Ascolese oppure ‘Come è profondo il mare’ di Lucio Dalla con gli aneddoti riportati da Ron sulle varie scelte che fecero in fase di scrittura e registrazione. Oppure ‘Terra Mia’ di Pino Daniele: dove abbiamo potuto apprezzare la capacità del cantautore napoletano e dei suoi collaboratori nel dosare blues, jazz e musica napoletana in quella che è diventata una pietra miliare, di origine vulcanica… del Vesuvio per la precisione.

In trasmissione avete quanti più protagonisti diretti possibili. Mai avuto riserve a incontrare i tuoi idoli?

La possibilità di incontrare musicisti fa parte della mia filosofia, c’è chi preferisce non incontrarli, e tenersi l’idea che si sono fatti di loro. A me le cose che hanno fatto certi artisti mi piacciono talmente che non mi basta ascoltarle sul disco e non vedo l’ora di comprendere da cosa sono state ispirate. Axl Rose aveva una maglietta in un video che recitava la frase “Kill Your Idol”, che ho sempre vissuto come un consiglio cioè quello di smitizzare l’idealizzazione per vedere la persona, o un’ideologia, per quello che è. Non sono sicuro che fosse il significato che intendesse trasmettere il cantante dei Guns, ma fa niente. Diciamo che di solito mi piace conoscere tutti i lati della storia. Talvolta è entusiasmante, qualche volta un po’ deludente, ma è sempre arricchente come il racconto di qualsiasi esperienza umana e artistica.

Come approcci un programma tv che è considerato un sacro graal da chi lo guarda?

Io lo continuo sempre a considerare come se fossimo alla prima puntata. L’unica responsabilità che sento è la stessa degli inizi, cioè quella di fare del mio meglio per raccontare storie in modo intellettualmente onesto. La curiosità che ho poi è istintiva, ma credo sia la stessa di chi guarda il programma. Non mi sento un loro rappresentante perché io sono il primo telespettatore del format. Andare a scavare, a capire cosa c’è nei solchi di questi dischi mitici è quello che farebbero le persone appassionate come me, inoltre, la mia esperienza da musicista mi aiuta ad entrare in empatia con alcuni protagonisti. Tutto nasce quando guardai nel 1990 il documentario in vhs “The making of… Pump” degli Aerosmith sulla realizzazione di quel disco straordinario. Sono impazzito, pensavo: ma che bello sapere come si fanno i dischi. Da allora ho sognato di farli io, sia i dischi, sia i documentari. Questo è l’approccio.

Lo studio e la ricerca che c’è dietro i documentari musicali che crei è davvero meticoloso. Quanto tempo ci vuole?

È un lavoro di squadra. C’è il nostro curatore Stefano Senardi che vanta un’esperienza discografica molto importante ed è lui che si occupa principalmente, in accordo con la rete e con il contributo della struttura produttiva di Except e del mio, dell’impostazione della serie e delle scelte dei dischi e degli ospiti da contattare. Poi per ogni puntata ci sono tanti step tra i quali quello fondamentale della ricerca, mai scontata, del multi-traccia originale del disco; quello dell’ascolto del materiale, che talvolta avviene con il nostro fonico di fiducia presente in quasi tutte le puntate Maurizio Biancani, e quello della scelta, in collaborazione con i protagonisti, di quali canzoni esaminare e con chi. Non so dirti con esattezza quanto tempo ci voglia, ogni puntata è una storia a sé sia per quanto riguarda i contenuti, sia per il processo produttivo. La fortuna che si ha con Sky Arte è quella di poter andare al cuore del racconto in modo naturale. Le riunioni spesso assomigliano a chiacchierate tra appassionati e sui contenuti si lavora spesso in modo molto fluido.

Maurizio Biancani, produttore e arrangiatore, ed Edoardo Rossi, autore, in una puntata del format di Sky Arte “33 Giri Italian Masters”.

Cosa ti porti dietro delle opere musicali che hai esplorato in questi anni?

La testimonianza diretta delle persone che hanno lavorato a questi gioielli della cultura, mi nutre, mi affascina e mi aiuta a comprendere la temperatura dei vari processi creativi. In certi casi ti aspetti di ascoltare aneddoti di ispirazione divina e invece scopri che quell’idea è frutto di un colpo di fortuna casuale. Viceversa, come ad esempio con De Andrè o Battiato, scopri che dietro ad un’apparente semplicità di espressione, di scelta, ci sono anni di studi. Mi ha colpito comprendere più a fondo l’emozionalità, non solo poetica, ma anche musicale di Lucio Dalla, la complessa struttura ritmica del disco di Francesco Guccini ‘Radici’, così come delle importanti pause pranzo che hanno scandito la registrazione di questa opera. Sono felice di aver dato risalto al contributo determinante che molti musicisti, dai nomi non del tutto noti, hanno apportato a questi dischi epici. Onestamente ogni puntata mi ha lasciato qualcosa da Vasco a Zucchero, da Fossati a Fortis, da Jannacci a Carboni a Graziani a Gaber.

All’estero sono particolarmente bravi a fare documentari. Ci sono ispirazioni anche per te?

Si sono bravi e so che generalmente non amano il modo di fare documentari “all’italiana”. La mia ispirazione arriva da svariate parti, da “Behind the music” di Mtv ai docu della BBC, da Classic Album a Indies o agli altri programmi di Videomusic, fino a tutto ciò che usciva in vhs o dvd tra gli ottanta e i novanta. Sono appassionato anche alle docuseries non musicali di History o Nat Geo da “Indagini ad alta quota” a quelli a tema motoristico, sullo spazio, sulla razza umana. Un’altra grande e più recente fonte di ispirazione è sicuramente “Open” la bio di Andre Agassi scritta in collaborazione con J. R. Moehringer anche perché, se parliamo di “33 giri italian masters”, ogni disco è come un libro.

Secondo te che differenza c’è tra musica italiana e estera?

Penso che la zona geografica dalla quale proviene un autore inevitabilmente lo influenzi. È uno dei temi principali che ho trattato nelle interviste nel mio primo libro. Ci sono tantissime sfaccettature che rendono varia la musica… e menomale. Dall’estero arrivano grandi intuizioni in tema di arrangiamento e produzione, ma la potenza poetica dell’italiano non teme confronti. A livello commerciale invece penso che ci sia la musica internazionale, fatta per essere venduta in tutto il mondo e la musica locale un po’ più caratterizzata, ma questo non è prerogativa dell’Italia.

L’ultima serie di 33 giri – Italian Masters, Sky Arte è online. Sette album che hanno segnato la storia della musica italiana, dischi indimenticabili diventati pietre miliari della nostra discografia. Il programma riapre le bobine con i nastri originali delle canzoni e inizia un viaggio alla scoperta dei segreti dei più importanti dischi di 7 grandi firme della musica: Lucio Dalla, Francesco Guccini, Ivan Graziani, Fabrizio De André, Franco Battiato, Giorgio Gaber e Rino Gaetano da un idea di Stefano Seinardi con la regia di Ruggero Longoni.

Tu sezioni i dischi assieme ai produttori che li hanno creati. Cosa ti affascina di più, la musica o i testi?

La cosa che mi colpisce di più è il processo che ha messo insieme le cose. Non siamo tanto diversi da un programma di ricette di cucina. Nel nostro caso gli ingredienti sono i testi e le melodie suonate dai vari strumentisti, mentre gli chef per noi sono i produttori e gli autori che ne determinano le tecniche di marinatura e cottura per trovare il giusto equilibrio di gusto e di consistenza tra croccantezza e morbidità. Si vede che amo Masterchef?

Hai mai pensato che la musica italiana raccontata come fate voi nel programma tv, possa avere un appeal all’estero?

Non lo so, spesso è una questione di promozione. Sicuramente la lingua gioca un suo ruolo, ma non solo nella musica. Si sa che l’inglese rimane una lingua più pop. Ci sono degli apprezzamenti documentati. Battisti era amato all’estero, il chitarrista di David Bowie Mick Ronson aveva fatto una cover. Zucchero è stato bravissimo con il produttore Corrado Rustici a fare un prodotto internazionale. Credo che la vera differenza nell’appeal della musica, la faccia il modo in cui viene percepita, indipendentemente dalla lingua in cui è cantata. Dipende da che strumento usi per ascoltarla se le orecchie o il cuore.

 

Foto d’apertura: Edoardo Rossi con Zucchero durante la puntata di “33 Giri Italian Masters” dedicata all’album “Oro, Incenso e Birra” del 1989, andata in onda nel 2019.



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