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Leisure - 29/12/2020

Eve La Plume, bellezza e talento fin de siècle

Incontro esclusivo con la regina del burlesque in Italia. "Sono libera di decidere a quale stile ispirarmi. Creo tutto da sola".

“Esiste ancora un mondo di gente appassionata – dice Eve La Plume, consociuta come regina del Burlesque nel Belpaese – dove c’è voglia di cura e passione per le cose, che bisogna saper trasmettere. Bisogna far entrare gli altri nel nostro mondo magico e farli sentire parte”.

Eve La Plume ci svela quale sia il segreto per trovare nelle tante declinazioni della bellezza, la nostra. Sentirsi bene, esaltando la propria femminilità, dovrebbe essere per ogni donna, un obiettivo imprescindibile, senza farsi condizionare o inibire da mode o influenze. Eve La Plume si muove leggera, proprio come una piuma, fuori da qualunque schema dettato dalla moda e dai tempi. Impossibile non notarla, nei suoi abiti di fine 800 o inizio 900, che lei stessa abilmente crea.

L’artista tra il 2009 e il 2011 appare in TV nel Chiambretti Night e in talkshow come Alle falde del Kilimangiaro, Porta a Porta, Maurizio Costanzo Talk, Lilit. Lei, performer, inusuale e unica oggi non può essere, come di consueto, in tournée con uno dei suoi sorprendenti spettacoli: incontrarla è un meraviglioso viaggio attraverso il tempo, attraverso le mode e i modi, potendo guardare alla bellezza senza pregiudizi e apprezzarne ogni sfumatura.

Eve La Plume, un nome che ti calza a pennello come gli abiti che indossi. Come nasce questo nome, che sembra essere uscito da un libro di racconti?

Quando ero ragazzina, mi chiamavano Eve un soprannome che mi è sempre piaciuto. Come dice Chiambretti, un nome da primadonna, che mi calza a pennello. Eve è francese, come mia mamma e mia nonna e che mi piace perché  palindromo. La Plume, che ne sottolinea la leggerezza, lo completa alla perfezione. Erano un po’ di anni che pensavo di voler fare qualcosa che non c’era.

Cosa facevi in quel momento?

Allora facevo la costumista e, quasi senza accorgermene, mi sono trovata a rappresentare una donna con un’estetica che non era necessariamente quella del momento. Io sono esattamente così, sulla scena e nella vita di tutti i giorni, sono costumista e creo gli abiti che indosso. Questi diventano parte di me e mi raccontano.

In un mondo che va veloce, dove non si conserva nulla, sembri andare “contro mano”. Disegni e cuci i tuoi abiti per la scena e per tutti i giorni: è questo il tuo “super potere”?

Saper cucire è il mio super potere, ho frequentato il liceo artistico, ma le cose che disegnavo erano lì su un foglio, lontane da me. Volevo poter mettere le mani in quei disegni, per renderli miei, davvero. E’ scattato qualcosa aggiunto al fatto che ho sempre avuto la passione per il bello e una certa sfrontatezza, o coraggio se preferisci, di scegliere quello che rispondeva al mio gusto. A undici anni, ho fatto il mio primo abbonamento a Vogue, quindi mi sono fatta regalare la prima macchina da cucire, in seguito ho studiato Storia del Costume ed eccomi qua. Sono sempre alla ricerca delle cose per costruire quello che sto immaginando: smonto, scucio e ricreo per fare quello che ho in testa. Tutto passa sempre tra le mie mani, tutto a parte le scarpe che mio malgrado non sono in grado di fare… Questo è il mio super potere che mi fa sentire un’eroina.

Cosa fai dei vecchi vestiti?

Difficilmente butto via, tutto viene rivisto, riutilizzato. Metto ancora le cose che ho fatto vent’anni fa, perché fatte con cura, pregne di sentimento, anima e quel lavoro che vi avevo dedicato. Abiti e accessori ai quali mi lego affettivamente perché in quelle trame, in ogni particolare c’è cura, attenzione e la creatività di un artigiano, una sartina, che incontra la mia.

Oggi non siamo più abituati a “fare” e la moda, le tendenze vanno e vengono velocemente in negozi che troviamo ormai, identici, in tutto il mondo. Dove vai alla ricerca di abiti o materiale per realizzare le tue idee?

Oggi i capi valgono poco e difficilmente possono essere riutilizzati, anche la calzamaglia di lana, non è più di lana e dura tre giorni. Si vuole cambiare spesso, il mondo va in questa direzione, anche se sono convinta che a lungo andare intristisca, impoverendoci. Abbiamo perso del tutto il valore che può avere un oggetto, un abito o un particolare tessuto che è stato creato dalle mani abili di un artigiano, o cucito con cura.

Che consiglio daresti?

Bisognerebbe divertirsi e cercare, uscendo dai soliti percorsi, dai soliti luoghi. Personalmente amo i mercati che appartengono a un mondo che, per certi versi, non c’è più. Quando parto per la mia avventura in uno di questi, che sia rionale o più specifico di cose vintage, sono emozionata e curiosa per quello che potrò trovare. Il mercato è ancora un luogo dove si chiacchiera con chiunque, ci si relaziona come non si fa più. Ho sempre avuto la passione per i banchi che hanno merce proveniente da stock, da negozi antichi che spesso mettono in vendita a poco, cose preziose e rare. Si può acquistare a prezzi accessibili in quelli che non sono i circuiti della moda tradizionali, se solo si riesce a guardare con attenzione, esplorando con pazienza.

Se dovessi fare un vademecum per una giornata al mercato o per rinnovare il nostro armadio, quali sono le cose da tenere a mente?

– Non puoi andare al mercato pensando di trovare quello che hai in mente, ma devi acchiappare quello che trovi. E’ come andare per funghi, senza la certezza di trovarne e magari tornare a casa solo con un mazzo di fiori! Non si può andare cercando qualcosa di specifico, perché si rimarrebbe delusi. Bisogna cogliere al volo l’occasione.

– Andare alla ricerca, con lo spirito giusto di una nuova avventura, provando strade nuove che possono regalarci una bella giornata fuori dall’ordinario, in cui parlare con tante persone, insomma una giornata che può sorprenderci.

– Affinare la propria immaginazione, è di fondamentale importanza: in negozio è più facile perché, la merce, è ben esposta, proposta nel modo giusto, mentre al mercato non è così; le cose sono mal presentate, insomma è un po’ come fare il talent scout e vederne le potenzialità ancora inespresse.

– Non si butta via nulla: i vestiti che si sono amati si possono dover rivedere o modificare, ma non si buttano. Sentir dire: “ lo avevo e l’ho buttato”, è un vero peccato. Quello che oggi può sembrare inutile o superato, domani con qualche accorgimento, potrebbe diventare perfetto.

Ti definisci “icona di stile”, non ti piacerebbe essere definita influencer?

L’influencer condiziona, induce a fare riferimento a un certo prototipo di donna imposto dalla moda del momento. Ritengo, personalmente, che quest’operazione sia tutt’altro che liberatoria. Lo stile è personale e deve poter aiutare a sentirci belle, a nostro agio secondo un modello di donna che ci somigli, alla quale ispirarci. Nel mio caso, non è un’epoca precisa, o una ricostruzione storica, ma un mix di anni che vanno dalla fine dell’800 dove prediligo gli abiti maschili, perfetti per la stagione fredda e gli anni ’20 e ’30 per i mesi caldi. Il trucco è ispirato agli anni ’50, la pettinatura e le onde degli anni ’30. Tutto viene filtrato dalla mia sensibilità, in un incontro di epoche diverse, che creano il mio personale stile. Sono grata al lavoro costante e coraggioso delle femministe che ha creato le condizioni di parità e aperto la strada a tutte le generazioni successive, perché se oggi posso essere quello che sono, fare il mestiere che faccio e sentirmi libera di decidere della mia vita, in gran parte è grazie a loro. Perciò più che influenzare, mi piace pensare di poter indicare la strada per cercare il proprio stile e quella bellezza che ci appartiene.

Fotoservizio di Matteo Gastel. In apertura, “collage” da foto di Matteo Gastel.



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