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Leisure - 09/04/2020

Gianluca Di Pasquale: “In pittura esalto il silenzio che oggi manca”

"Non bisogna distruggere quello che c'è stato prima", ci dice l'artista romano. Che racconta la sua creatività e gli scenari che cambiano.

All’ultima visitatissima Arte Fiera di Bologna, Gianluca di Pasquale ha avuto l’onore di avere un “solo show” che è stato molto ammirato e segnalato. Il pittore romano, classe 1971, famoso per le “assenze” nei suoi quadri, dettagliatissimi mondi onirici e soavi che abitano le prevalenze di bianco che stimolano interpretazioni fantasiose, fa parte del carnet di artisti della Galleria Monica Cardenas di Milano, attualmente risiede in Umbria e come tutti sta vivendo questo momento di fermo dovuto al lockdown, come un momento di ricarica.

Gianlcua, come affronti questo “fermo”? Dove ti sei rifugiato?

Stare in studio a Milano quando c’è fuori una natura bellissima è complicato. Quindi mi ritrovo in Umbria da prima del fermo e sono rimasto qui. Spero di andare sempre a dipingere fuori, ma in campagna o in città ai fini creativi per me è sempre uguale. La dimensione mia personale la ritrovo a prescindere da dove sono. E di questo ho avuto prova quando sono arrivato in Umbria, da solo e isolato. Quando dipingo è come se fossi in nessun posto.

 

Le tue ispirazioni geografiche quali sono state?

Per esempio, l’Engadina mi ha ispirato molto per i quadri con la neve. La Svizzera è un posto che ritorna spesso nella mia vita.

La pittura sta tornando centrale nel dibattito artistico. Tu che ne pensi?

La centralità della pittura non l’ho mai messa in discussione. Negli ultimi anni sta tornando, visto che è passata l’euforia per la novità del multimediale o simili. Un po’ la storia del ‘Marziano a Roma’ di Ennio Flaiano, la novità diventa abitudine. E si torna a quello che avevi accantonato.

Cosa non tramonta, secondo te, della pittura?

Quando ho iniziato nel 1996 l’arte era incentrata su altre idnamiche, c’era molta fotografia, video, sembrava la pittura fosse anacronistica. Ricordo una voglia di novità attraverso i mezzi e non attraverso il messaggio. Tutto quello che veniva fatto attraverso la macchina sembrava contemporaneo. Ma di contemporaneo c’era solo il mezzo. Da metà Duemila la pittura ha ripreso piede con varie declinazioni e ora sembra un buon momento per i pittori. Credo sia un filo che non potrà mai essere interrotto, quello tra l’uomo e la pittura. È un sottortraccia che esce fuori, al momento anche a livello internazionale.

Nella produzione sei copioso?

Ho avuto varie fase ultimamente, mi sono interessato agli archetipi e ho riscoperto un pittore naïf il Doganiere Rousseau, a cui ho fatto omaggio. Sono poi tornato ai miei quadri classici con i vuoti bianchi ma in maniera diversa, più consapevole. Le sperimentazioni le perseguo ma non le mostro per adesso e continuo i lavori classici per cui sono conosciuto. Che sono le donne di spalle e i paesaggi bianchi.

Il tuo tratto pittorico è molto delicato. Vuoi che sia così?

La delicatezza è una sintesi dell’essenziale e questo porta a semplificare le cose in un mondo complicato. Proprio per questo le persone hanno voglia di riconoscere le cose e questo mi sembra sia una cosa che trova apprezzamento. Molti sottolineano il vuoto, il silenzio in questi quadri che è il silenzio che oggi manca. Sembra dia serenità.

E invece a te cosa attira dell’arte altrui?

Solitamente preferisco artisti che non necessariamente usano un linguaggio nuovo. Le cose si possono dire anche usando delle strade conosciute ma con piglio diverso. Credo che negli ultimi anni ci sia stata l’ossessione per l’originalità. Attira, vero, ma se è fine a se stessa non porta da nessuna parte. Mi piacciono gli artisti che hanno conoscenza del passato e lo rimodulano nella loro produzione in maniere differenti.

Cosa ti ispira del lavoro degli altri?

È difficile riconoscerlo, sono molto aperto e attento e aspetto sempre che arrivi un segnale, non ho un’idea definita. Devo dire che lavorando l’ispirazione la trovo nel lavoro stesso e osservando quello c’è fuori da me.

Gianluca Di Pasquale, pittore, 1971 Roma. Recentemente ha partecipato anche alle collettive: 2020 PART – Palazzi dell’Arte Rimini
2019, Forme uniche nella continuità dello spazio, curata da Luigi Presicce, RizzutoGallery, Palermo.

Che valore ha il tempo per te?

Un quadro, così come una musica, nasce da un altro quadro, nella misura in cui è arrivato dopo un prima. Noi siamo venuti da un periodo dove si è cercato di distruggere quello che c’era prima e costruire sul nulla ed è come ricominciare da zero. Quello che è fatto prima non è detto che limiti la libertà. E senza la condivisione dei risultati della ricerca personale non si progredisce. Ci vuole comunicazione delle esperienze.

Cosa fai quando dipingi?

Ascolto musica, spazio dalla classica al pop. E da amante della pittura, penso che ogni nuovo lavoro è un’aggiunta all’arte che mi ha preceduto. Serve questo per andare oltre.



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