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Leisure - 31/01/2017

Giuseppe Iannaccone, collezionista illuminato che apre ai visitatori

L'avvocato ha raccolto opere tra le due guerre del Novecento (1920-2945) che ora sono visibili alla Triennale di Milano.

La passione per l’arte tra le due guerre del Ventesimo secolo, Giuseppe Iannaccone la spiega così: “L’umanità più spontanea emerge maggiormente inmomenti difficili, perché è allora che ognuno di manifesta per quello che è“.

Giuseppe Iannaccone Triennale Milano The Way magazine (11)

L’autoritratto di Renato Guttuso.

E quindi alla mostra alla Triennale di Milano le 96 opere dell’avvocato milanese, intitolata “Italia 1920-1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé” (a cura di Alberto Salvadori e Rischa Paterlini) si fa un vero transit temporale assieme al collezionista illuminato. Le sue scelte parlano per lui, si capisce che la ricerca dell’evoluzione dell’umanità in questo percorso è un cardine. Pertinente anche il luogo in cui avviene ciò, quel palazzo della Triennale di Milano costruito nel 1933 proprio con un capitale donato al Comune di Milano da un senatore (Antonio Bernocchi) che voleva dare alla città un palazzo d’esposizioni moderne.

Non ho vissuto personalmente quel periodo – spiega il collezionista – e a parte Aligi Sassu e Ernesto Treccani non ho conosciuto questi artisti. Ma mi pare di conoscerli tutti, con il loro carattere, le loro debolezze“. Li chiama “miei artisti”, gli artefici di queste opere magnifiche che ora sono a disposizione di tutti in esposizione. Ovviamente c’è Renato Guttuso, uno dei più ammirati, ma anche il veneto Renato Birolli che dipinge la grande Milano della trasformazione industriale, Arnaldo Badodi, Scipione e Mafai.

Iannaccone non ammira l’astrattismo, e si capisce dalle scelte che ha fatto: un arco temporale che va dal 1920, anno del dipinto L’attesa di Ottone Rosai, al 1945, con Il postribolo di Alberto Ziveri. La raccolta riunisce opere di artisti che hanno sviluppato, durante il venticinquennio, visioni individuali e collettive controcorrente rispetto alle politiche culturali di ritorno all’ordine e classicità monumentale novecentista.
Il concetto di espressione individuale fa da collante ai lavori: dalla poesia del quotidiano di Ottone Rosai e Filippo De Pisis all’espressionismo della “Scuola di via Cavour” (Mario Mafai, Scipione, Antonietta Raphaël), dal lavoro di scavo nel reale di Fausto Pirandello, Renato Guttuso e Alberto Ziveri alle correnti tonaliste degli artisti del gruppo dei “Sei di Torino” (Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio) e del “Chiarismo lombardo” (Angelo Del Bon, Francesco De Rocchi, Umberto Lilloni), sino alle forze innovatrici dei pittori e scultori di “Corrente” (Ernesto Treccani, Renato Birolli, Aligi Sassu, Arnaldo Badodi, Luigi Broggini, Giuseppe Migneco, Italo Valenti, Bruno Cassinari, Ennio Morlotti).
A chiudere la mostra “l’atmosfera irrespirabile” de Il Caffeuccio di Emilio Vedova che, travolto da una rabbia che sarebbe presto sfociata nella partecipazione alla Resistenza, segna un punto di non ritorno.

Se avete interesse a scoprire il Novecento italiano in pittura, partite da qui.

Nella foto d’apertura: Giuseppe Iannaccone davanti a un quadro di Emilio Vedova.



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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