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Leisure - 12/12/2018

Giuseppe Sartori, interpreta le pressioni dell’atleta nell’intenso “28 battiti”

Intervista all'attore amato da Ricci/Forte impegnato in questi giorni all'Elfo Puccini di Milano con un one man show che lascia traccia.

Il dramma interiore e anche pubblico, di uno sportivo trovato positivo al doping. Per interpretare una storia del genere ci vuole un personaggio che sappia reggere la scena da solo e con una presenza fisica e senso della centralità del racconto che non “deragli”. Fa esattamente questo Giuseppe Sartori, promessa mantenuta del teatro italiano, reduce da una stagione di pluri-impegni nei palcoscenici di tutta Italia, nello spettacolo di Roberto Scarpetti, “28 battiti”, il one man show attualmente in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano.

Scarpetti, autore di Viva l’Italia, produzione che ha coinvolto ed emozionato un pubblico sempre numeroso e intergenerazionale, porta a Milano un’altra creazione che dalla cronaca diviene riflessione intima.
«Il corpo è un’ossessione – precisa l’autore – Attraverso il corpo passano le nostre aspirazioni, i nostri sogni, il modo in cui ci percepiscono gli altri. Il successo e l’insuccesso. È così per tutti noi. E ancor di più per chi con il corpo ci lavora. Per gli attori o per gli sportivi di professione. Attraverso il corpo passa il loro talento, il loro futuro.
Ma cosa succede quando il corpo smette di essere ciò che realmente è e diventa un mezzo? Quanto siamo abituati a pensare che si possa intervenire sul proprio corpo? Per vincere una gara sportiva? Per restare giovani? Per essere più belli? Qual è il limite da non oltrepassare per rimanere veramente noi stessi?
Nello sport questo limite si chiama doping, ma spesso il doping è una frontiera mobile, non sempre chiaramente delineata. E per un atleta il doping è la nuova frontiera dell’ossessione per il corpo. Frontiera spostata sempre più in là dalle federazioni, dalle pressioni, dalle gare. Dalla ricerca del successo. 28 battiti parte da qui. Dall’ossessione di un atleta per il proprio corpo. Dal doping vissuto prima come una scappatoia, poi come un incubo. Infine come unica possibilità di rinascita».

Giuseppe, come ti senti a stare da solo in scena per uno spettacolo così intenso?

Non è un impegno molto diverso da quando sono in compagnia, devo dire. Quest’anno ho fatto in concomitanza 4 spettacoli diversi, lavoro il più possibile. Con Ricci/Forte sono stato poi abituato al focus sul corpo, anche se loro sono cresciuti e l’attenzione di tutti si sposta poi sulla parola. Che loro hanno sempre enfatizzato con testi importanti. La loro estetica diventa a volte cruda, ma sono difensori strenui della parola anche in spettacoli che sembravano fisici. Per me il fulcro del mio lavoro èl’attenzione alla parte testuale, comunque.

 

Sei un attore apprezzato, che fa scelte non popolari. Che tipo di pubblico ti segue?

La risposta è uguale nel pubblico che troviamo in giro per l’Italia. Si può pensare che nelle città sei meglio accolto e invece è il contrario, se lo spettatore è aperto non c’è grossa differenza geografica. Con questo testo abbiamo debuttato a dicembre 2016, poi ha girato e ora lo riprendiamo all’Elfo.

Proprio nel 2016 era scoppiato il caso dell’atleta Alex Schwarzer.

Roberto Scarpetti, lo sceneggiatore, aveva scritto in tempi non sospetti la vicenda che poi si è rivelata essere preoccupantemente simile a quella di Schwarzer la vicenda del doping. Quando è esploso il caso noi stavamo per andare in scena e sembrava un’operazione coordinata a tavolino. E quindi Roberto ha cambiato il testo senza riferimenti. Sul palco ho il mio nome e racconto la mia storia, sono un marciatore dal leggero accento veneto, che è la mia origine. Non è un testo che dà giudizio ma avendo deciso da subito di staccarsi da un fatto reale abbiamo cercato di trovare una direzione non didascalica e non legata a un evento solo.

Come descriveresti lo spettacolo?

Per me è una riflessione su uno sportivo e le pressioni che deve affrontare. Vuol far luce anche su cosa significa il doping e la forza distruttiva delle ambizioni, il buco nero che può essere la testa della persona. Perché non capisci se vuoi vincere a tutti i costi o è un desiderio indotto dagli altri. E questo non è solo possibile nell’agonismo, ma in tutti i campi.

Capita anche a te?

Certo, a me capita, sincero nel testo è il collegamento con la costante frustrazione con cui devi convivere nonostante i risultati e la violenza che ci si deve autoinfliggere per tirar fuori da sé un po’ di sostanza. Dobbiamo tutti in qualche modo, a tutti i livelli, confrontarci con queste pressioni oggi. E infatti una delle sorprese dello spettacolo è che crea molta immedesimazione, le persone si riconoscono molto.

Cerchi distanza nella scena o ti identifichi completamente?

Cerco di non avere troppa distanza, a volte la scena diventa più reale della vita, è un impegno e sono abituato a un lavoro solo, il dover reggere un monologo di un’ora approssimativamente richiede concentrazione e una certa dose di ansia.

Quindi è vero che prima della salita sul palco c’è sempre…

Vorrei avere un approccio meno ansiogeno alla performance, non è un problema della memoria, devo riscoprire il pensiero che muta, ogni volta trovo cose nuove nel testo e scopro sfumature. Questo procedimento mi carica e potrei non dormire per una notte intera. Ma poi a fine spettacolo mi svuota.

Come ti senti oggi, da attore con molta esperienza, ad approdare a questo tipo di rappresentazione?

Il bello del mio mestiere credo sia la dipendenza dal palcoscenico. Spero in questi anni di essere cambiato, sarei stato meno autonomo nell’afrrontare un testo così da molto più giovane. Ecco, ho scoperto di aver guadagnato un’autonomia maggiore, mai assoluta beninteso, per affrontare la scena.

Indubbiamente sei messo a nudo in molti sensi sul palco di “28 battiti”. Che sensazione è?

Ogni capitolo dello spettacolo è fatto in modo per farmi togliere un pezzo di abbigliamento. Credo che gli  attori e gli atleti abbiano molto in comune. Nella disciplina più che nel corpo. Non faccio sport ma  uso il corpo per quello che è al momento, so di essere aiutato dalla genetica. Detto questo, prevedo di usarlo nei suoi cambiamenti, in futuro.

28 battiti scritto e diretto da Roberto Scarpetti

movimenti Marco Angelilli, live video Maria Elena Fusacchia;  video Luca Brinchi e Daniele Spanò

con Giuseppe Sartori

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

In scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, Corso Buenos Aires 33

sala Bausch | 11 – 16 dicembre 2018
mar-sab: 19:30 / dom: 15:30


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