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Leisure - 11/04/2021

Giuseppe Sartori: “In teatro ho fame di fiducia”

Il corto “De undi seus”, di prossima uscita, l'impegno estivo (prestigioso) a Siracusa. Ritorna l'attore che ha fatto delle scelte di qualità una bandiera.

Un film per la moda di Antonio Marras, una riapertura sospirata e assicurata al prestigioso Teatro di Siracusa nella prossima estate 2021. Giuseppe Sartori, affermato attore uscito dalla Scuola del Piccolo Teatro di Milano nel 2008 e perfezionatosi all’Ecole des Maitres, master internazionale di alta formazione di teatro innovativo, ha un percorso di scelte che gli fa onore. La sua esperienza spazia dal teatro danza contemporaneo con mostri sacri come Constanza Macras, alla sperimentazione del duo Ricci-Forte. Oggi Sartori è in pole position per diventare il volto, il corpo e la personalità della stagione di ripresa delle attività performative 2021 in Italia. Ne ha la statura professionale giusta ed è un bel simbolo dell’Italia del teatro che si rialza.

Scene dal set in Sardegna per il film di Antonio Marras ancora inedito in cui recita Giuseppe Sartori. Foto di Giulia Camba.

Giuseppe, come vedi l’auspicabile ripresa dell’intrattenimento in Italia nei prossimi mesi?

Teatri e lavoratori dello spettacolo avranno una grossa responsabilità nella riapertura. Lo spettacolo dovrà aiutare a digerire tutto quello che è successo. E’ in parte la natura del teatro stesso essere politico. Quindi anche in un clima di euforia per la ripresa, io mi auguro sempre che il teatro faccia scuotere gli animi.  L’intrattenimento ha tante forme, sacrosante, ma se lo scopo è quello di sensibilizzare o di essererivoluzionario fra virgolette, i registi e chi mette in piedi l’operazione, si devono spingere oltre. C’è sempre il rischio che la spettacolarizzazione vinca sul contenuto. Se lo spettatore è messo completamente a suo agio, allora lo spettacolo non è riuscito. 

Che teatro vuoi fare tu?

Ho fame di fiducia. Voglio testi, registi e colleghi la cui intelligenza mi stimoli e mi faccia crescere.

Sei stato di recente in Sardegna per un progetto con lo stilista Antonio Marras. Cosa avete realizzato?

Antonio Marras non poteva sfilare in questo 2021 e ha optato per la forma video per la  presentazione della collezione di moda. Lo stilista ha creato il video collaborando con la Sardegna Film Commission, girando sia la sfilata ma anche delle immagini aggiuntive con degli attori come protagonisti. Faranno parte di un corto “De undi seus”, di prossima uscita. Ovviamente indossando abiti Marras. Anzi io ero svestito Marras, gettato in un campo con le pecore. Marco Angelilli, che è un curatore dei movimenti ha fatto un grande lavoro.

Cosa ti piace del mondo della moda?

Il mondo della moda ha altre regole, che teatro e la performance non hanno. Di Marras mi attrae la sua vitalità: nei disegni, nelle creazioni con la ceramica o nelle installazioni. Il suo mondo è tutto, profondamente vivo. È facile trovarci delle corrispondenze. Io assorbo questa vitalità e mi cibo del suo uragano creativo, con invidia, stima e anche paura. Sono contento di sentirmici parte anche solo per poche ore.

Una caratteristica che emerge più delle altre in questa nuova avventura?

La terra è fondamentale in questa operazione; c’è una profonda e ancestrale connessione con quell’isola. In questo lavoro che uscirà, tutto è terra ed è vivo. Abbiamo girato a Barumini, il sito nuragico dell’Unesco che è uno dei posti più spettacolari della Sardegna. Abbiamo registrato dei testi scritti da Patrizia Marras, probabilmente li sentirete in Voice Off. Io ero Ulisse in terra sarda.

Ti troverai a lavorare su un’altra isola, in Sicilia. Che effetto ti fa?

Sì a luglio sarò Oreste in Coefore/Eumenidi di Eschilo. Per la prima volta a Siracusa. Mi ha provinato il regista Davide Livermore, prima online poi in presenza a Genova. Sono sicuro che sarà un’esperienza formativa e memorabile. Le sue regie a La Scala e a Siracusa stessa hanno fatto molto parlare. 

Quanto spazi tra le tue esperienze. Eppure mantieni sempre un alto standard. Come fai?

Ho una buona formazione e non credo nelle etichette. 

C’è un tratto comune nelle tue scelte?

No. In questi ultimi due anni forse la Scandinavia. Mi piace molto il mondo della scrittura scandinavo e sono anche un fan delle serie tv di quella scena, e non mi deludono mai. Tutto è iniziato con lo spettacolo “Furiosa Scandinavia”, anche se è un testo spagnolo. E poi nel 2020 due importanti debutti con due testi entrambi del drammaturgo norvegese Arne Lygre: per la regia di Giacomo Bisordi con lo spettacolo “Uomo senza meta” al Teatro di Roma, e con Jacopo Gassman con  “Niente di me” alla Biennale del Teatro a Venezia. Questo spettacolo dovrebbe riprendere nella stagione prossima. In questo 2021 debutterò al Teatro Vascello di Roma con un testo tedesco “Peng” di Marius Von Mayenburg, sempre con la regia di Bisordi. 

Che attore sei oggi?

Mi piace la varietà che sono riuscito a mettere assieme, ho cavalcato stili e generi anche se secondo me non ci sono più steccati. Non sono lo stesso di 10 anni fa grazie a Dio, voglio scoprire il più possibile. Ho 34 anni e tanta voglia di fare. 

Come hai vissuto questi mesi di fermo?

Il senso del mio mestiere è l’accadimento dal vivo ed è quello che manca. Non sono molto a favore dello streaming teatrale, profondamente non lo capisco. Voglio pensare che l’accadimento dal vivo riprenderà la sua importanza, non può essere filtrato tutto da uno schermo. A un certo punto diventa tutto spam.

Cos’è la performance per te? Come la vivi?

Andare sul palco è un po’ come una droga, è snervante essere giudicati ogni sera ma ti manca il lavoro quando non c’è, non solo perché altrimenti non mangi.. è anche un equilibrio personale che manca. Nel primo lockdown quando si era totalmente chiusi, è stato da un lato meraviglioso. Ho messo in pausa le ansie, frustrazioni, eravamo tutti fermi e mi sono goduto il tempo senza pressioni. Perché questa pandemia la prima volta ha coinvolto quasi tutti in maniera totale. Forse per questo questi ultimi lockdown sono più difficili da accettare.

Nell’estate 2020 qualche timida riapertura c’è stata.

Mi ricordo che quando abbiamo debuttato a Roma con la prima versione di ‘Uomo senza meta’ a giugno 2020 all’Argentina abbiamo avuto la netta sensazione di aver riaperto uno squarcio di speranza. E la stagione poi il 24 ottobre l’abbiamo richiusa, con la seconda versione dello stesso spettacolo. Resta l’eco dell’emozione enorme di ritrovarsi, pubblico e attori, in teatro. Nonostante il distanziamento. Voglio credere che chi è venuto non vedesse l’ora di ritornarci. Questo parla della grossa responsabilità che hanno i teatri. Non possono ridursi a mere aziende, dovrebbero essere fabbriche di idee e relazioni come non lo sono da un po’.

Da spettatore sei appassionato della tv degli altri. Ma cosa pensi della produzione italiana?

Vedo le serie tv scandinave e inglesi, trovo che siano scritte bene e mi piace seguirle in lingua originale, anche il finlandese che è così ostico me lo guardo tutto. Forse in Italia si crede che il pubblico non sia abbastanza pronto per ricevere, e non si osa. Niente di quello che vedo in tv solletica l’intelletto in questo momento. Mi sembra che la nostra tv sia irregimentata e manca un po’ di libero pensiero in quello che si produce da noi. Vorrei vedere qualcosa in cui vorrei recitare. Ma perlopiù le proposte appaiono scollate dalla realtà.



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