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Leisure - 19/04/2020

Il Neorealismo di Fulvio Roiter, obiettivo principe della realtà italiana

Si prepararava, si documentava, guardava le scene fotografate sul luogo prescelto. E poi, come diceva Montanelli, "concentrava le sue facoltà intellettive".

All’ultima Biennale di Architettura a Venezia (era il 2018) Fulvio Roiter è stato giustamente riconosciuto come un fotografo italiano di grande spessore. Esperto di fotografia in bianco e nero e simbolo, per molti versi è conosciuto e ricordato anche per le foto altamente simboliche che ha consegnato alla storia della sua Venezia.usò anche nel colore dei reportages di viaggi una personale tecnica che esaltava luoghi e particolari inediti della scena.

Una delle chiavi di lettura del suo lavoro l’ha data con una frase che tutti i fotografi suoi ammiratori riconoscono come pietra miliare dell’arte con l’obiettivo: «Dicono che l’abitudine distrugga l’occhio: vivi in luogo e finisci per non vederlo più. Può darsi, ma non vale per me: mi salvano l’emozione – perché di emozionarmi sono ancora capace – e la curiosità.»

Di lui il grande giornalista Indro Montanelli diceva:  “Credo sia questa mostruosa animalesca facoltà di concentrare tutte le forze intellettive a fare di Roiter il numero uno della fotografia mondiale”.

L’intento della Fondazione Fulvio Roiter, gestita dalla figlia Jessica da quando Roiter è scomparso nel 2016, è di creare un archivio storico allo scopo di promuovere il grande e ricco patrimonio artistico del fotografo mediante l’organizzazione di eventi e mostre che saranno allestite in tutto il mondo.

“Il segreto principale” per la realizzazione delle fotografie singole e delle sequenze dei reportages di Fulvio Roiter: una preparazione preventiva sulla città o il paese e sugli elementi da fotografare, per cui leggeva molto documentandosi, per aver modo di cogliere già prima del suo viaggio, le atmosfere che avrebbe trovato e quindi fotografate sul luogo della scena prescelta.

Fulvio Roiter (Meolo, 1926 – Venezia, 2016) aveva iniziato a fotografare intorno ai vent’anni e, nel 1949, entrò nel circolo veneziano La Gondola. Qui affinò la qualità formale e compositiva delle sue immagini e partecipa a numerose mostre e concorsi amatoriali. Un viaggio in Sicilia del febbraio 1953 segnò per sempre la sua carriera: le fotografie scattate in quella occasione gli aprirono le porte della rivista svizzera Camera e della casa editrice Guilde du Livre che gli commissiona due libri fotografici, Venise à fleur d’eau (1954) e Ombrie terre de Saint-François (1955), vincitore nel 1956 del Premio Nadar.

Convinto assertore del puro formalismo, nel 1955 aderisce al Gruppo friulano per una nuova fotografia. Nello stesso anno viaggia in Sardegna, poi è in Andalusia per il suo terzo libro Andalousie (Guilde du Livre, 1957) e nel 1959 parte per il Brasile, dove rimane nove mesi.

Nel 1960 pubblica per la collanaItinerari Italiani e il fotolibro Alpi Apuane. Roiter sale alla ribalta internazionale grazie agli scatti su Venezia dai quali ha origine il libro Essere Venezia (Magnus Edizioni) del 1978. Con questo titolo Fulvio Roiter vince il Grand Prix a Les Rencontres de la Photographie d’Arles. Durante la sua carriera ha pubblicato circa cento volumi. La FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) lo ha nominato Maestro della Fotografia Italiana e gli ha dedicato nel 2008 un libro monografico nella collana “Grandi Autori”.

Fotografie 1948-2007 è il titolo della prima retrospettiva organizzata dopo due anni dalla sua scomparsa, nel 2018, presso la Casa dei Tre Oci di Venezia.



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