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Leisure - 07/06/2018

Il Piragna: “Non so se sono artista, ma ho bisogno dell’energia del pubblico”

Il cantautore che è arrivato in finale a SanNoLo racconta la genesi del suo pezzo “Gioia”: “Le persone mi scrivono della loro commozione”.

L’eco del festival di San NoLo, un talent pubblico organizzato quest’anno da Rovyna Riot al cinema Beltrade di NoLo, non si è spenta e Il Piragna, uno dei partecipanti ne beneficia ancora, dopo due mesi.

La sua canzone “Gioia” è tutt’altro che un inno alla spensieratezza ed è rimasta nella mente e nei ricordi di chi l’ha ascoltata. Ora l’emozione si rinnova con il rilascio del video che vi linkiamo in questo articolo. Il Piragna, al secolo Maurizio Generoso, è da anni un cantautore in solitaria che solo di recente è uscito allo scoperto. Ha 54 anni, vive a NoLo, il quartiere dei creativi a Milano, arrivato qui dalla Calabria per un incarico a scuola come insegnante di matematica decenni fa. “Quando ho saputo che Rovyna Riot era alla scelta dei brani per il festival di San NoLo ho capito che era il mio momento. Anche se nella scheda di partecipazione al festival nelle motivazioni ho scritto: per favore non sceglietemi”.

Il Piragna sul palco di SanNoLo (foto di Alberto Dello Iacono).

Così è se vi pare, Il Piragna, il cui nome d’arte gli deriva, a quanto pare, da un’articolata facoltà dialettica che gli viene riconosciuta dalla sua ristretta cerchia di amici.

Sul palco del cinema Beltrade nella kermesse che quest’anno ha ospitato anche Arisa e gli Shazam, lo sconosciuto Piragna si è subito guadagnato l’affetto del suo pubblico, arrivando in finale. E soprattutto la stima di tante persone che lo ringraziano per aver musicato la storia di Gioia, una bimba orfana trovata per strada.

“Non ho un nome, son nata da due ore”. Questo è l’incipit della tua canzone. Come è nata?

Per me la musica e l’arrangiamento sono frutto del mio essere matematico, faccio tutto da solo e mi appassiono. Ma se ti riferisci al testo credo sia una necessità. Sono un divergente, credo di avere una certa dose di intelligenza ma non monomaniaco.

Sei un matematico che parla da umanista.

Insegno matematica da 28 anni, suono da quando avevo 16 anni anche se sono stato in pausa, nasco autodidatta come tastierista e poi son diventato bassista per un’esigenza temporanea. Sono un amante dei software digitali e l’avvento dei nuovi mezzi ha aiutato a esprimermi. Per uno strano destino credo di essere più avanti di un giovane, sono anche un programmatore, in due ore capisco i meccanismi di un programma e mi aiuta nella composizione musicale.

Sei stato punk, sei stato emigrante. Cosa sei sempre stato?

Sempre calabrese, la mia costante, e anche un uomo sposato, da 26 anni. La cosa interessante è che affronto questa mia passione per le canzoni non per la fama ma per la sfida, come mettere un libro dentro a un pezzo di musica. E sono decisamente più interessante ora che da giovane.

Perché dici questo?

La mia esperienza di vita era povera, salivo sugli alberi, a quel punto l’insegnante mi ha fatto notare le mie vere attitudini e son partito dai fumetti e sono arrivato a leggere fino alla nausea Dostoevsky. Pensa che ne ho assorbita talmente tanta, che oggi la lettura torna nella mia vita solo d’estate. E solo per libri leggeri. A un certo punto devi limitarti.

Hai una trentina di canzoni pronte con titoli a volte molto impegnativi. Mescalina, Non Mi Manchi Tu, La Follia, Una Canzone Per Me. Che destino ha questa tua produzione?

Vorrei farle cantare da persone che possano interpretarle davanti ad un pubblico più vasto. Credo molto nella scrittura, non mi vedo come performer. Infatti una canzone, Inchiostro, parla della difficoltà della scrittura, che spesso coinvolge molti artisti. Tutti i pezzi nascono perché c’è qualcosa dentro, lo dico sempre ai miei studenti che fanno rap: non leggono e le loro storie sono limitate.

Sei ancora un ribelle?

Preferirei più ribellione intellettuale, questa generazione non dice granché, hanno 3mila contatti ma sono molto soli. Le famiglie hanno fatto crack, noi siamo falliti come genitori. Ti basta?

Il Piragna sul palco di SanNoLo al cinema Beltrade per il festival della canzone. Accanto a lui il presentatore Lorenzo Campagnari (foto di Stefano Corrada per The Way Magazine)

Vorrei sapere cosa dice un artista esordiente della tua età a chi ha 30 anni in meno.

Sono tendenzialmente fragili, quindi vanno compresi. Vi invito a studiare e avere curiosità, ovviamente i miei mi vedono diverso dagli altri, lo percepiscono e cercano spesso il contatto. Io parlo di tutto e mi interesso di tutto, ho memoria forte. Il mio segreto nel rapporto coi giovani e non metterli in difficoltà e stimolare il confronto.

E la tua musica ascoltata dai giovani te la vedi?

A quell’età si è manichei per forza di cose. Per ora già il fatto che qualcuno mi abbia ringraziato per il testo di Gioia mi rincuora. Devo avere un riscontro, sono a caccia di energia dal pubblico, perché sono in un momento in cui non so cosa sono e mi fa bene percepire reazioni. Non sarò un artista nel senso stretto del termine, ma voglio connessione con chi mi ascolta.

Cosa ti stimola di più musicalmente?

Mi cibo delle esperienze dei ragazzi che ho intorno, ascolto i loro pezzi ma non li capisco fino in fondo. Il confronto sulla parte virtuale mi aiuta e cerco sempre il confronto sull’aspetto musicale dei miei pezzi con qualcuno che ne capisca realmente. Le mie parole non sono certamente d’amore ma le canzoni sono piene d’amore lo stesso. Non potrei mai scrivere di un rapporto a due, sono timido e preferisco temi introspettivi. Non credo la canzone sia il mezzo migliore per parlare d’amore. La poesia è più indicata.

L’attenzione ai testi da cosa ti deriva?

Le parole sono importanti tendenzialmente per me, anche se faccio i numeri di lavoro. Mi è rimasto il vecchio pallino, come uno scrittore di Haiku che fa versetti di natura orientale. Sono stato influenzato dalle culture orientali e poi le ho abbandonate. Lavoro per immagini, ma a differenza di quando ero giovane dove non mi importava descrivere, oggi voglio farla capire una canzone.

E Gioia è stata capita.

Sì perché siamo a Milano e c’è attenzione. Vorrei farlaarrivare a un pubblico più vasto, gli artisti che dicono di non fregarsene dell’ascolto mentono. L’artista vale se c’è un pubblico che lo valuta tale, prima o poi qualcuno lo deve scoprire. Sapevo che avrei fatto colpo su una parte della giuria al festival di NoLo. Per ora Milano per me è stato il massimo, anzi Sannolo è stato il massimo.

 

Fotoservizio di Alberto Dello Iacono per The Way Magazine (foto scattate presso cinema Beltrade a NoLo, Milano per Festival di SanNolo – aprile 2018).



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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