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Leisure - 27/09/2019

L’arte del consumismo: a Napoli Andy Warhol in una basilica

Cavalcata tra gli anni Sessanta e Ottanta in 200 opere e tanta storia e personaggi in mezzo: da Liz Taylor a Miguel Bosè. Nella città che lo ospitò due volte.

Inaugurata a Napoli, nella basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, la mostra su Andy Warhol, curata da Matteo Bellenghi e Eugenio Falcioni, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, sotto l’egida dell’Arcidiocesi di Napoli, prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia.

Dopo le mostre su Chagall (con 68.000 visitatori) e su Escher (con 102.600 visitatori) il Gruppo Arthemisia porta a Napoli oltre 200 opere dell’artista che ha inventato la Pop Art nella seconda metà del XX secolo, rivoluzionando per sempre il concetto dell’arte e della sua fruizione. Nato come designer di scarpe, gioielli e cover di dischi, Warhol passa – agli inizi degli anni Sessanta – alla creazione di opere in serie ritraenti figure-icone che rispecchiano totalmente la società consumistica: dai barattoli delle Campbell’s Soup alle bottiglie di Coca-Cola a Mickey Mouse.

Celeberrime le serigrafie di icone pop come Marilyn Monroe, Lenin, Mao Tse Tung. Con un uso spasmodico della sua inseparabile Polaroid, riproduce ritratti dei maggiori personaggi del cinema, della moda e della musica del tempo: da Sylvester Stallone a Schwarzenegger a Liz Taylor, da Armani a Valentino, da Miguel Bosè a Mick Jagger. Tanto che, tra gli anni Settanta e Ottanta, la sua Factory (l’atelier in cui lavorava e si intratteneva con gli amici, prima a Broadway e poi a Union Square) sarà affollato da persone dello star system che ambiscono ad essere ritratti da lui. Una parte rilevante della sua produzione artistica è, poi, dedicata alla collaborazione con le più importanti band musicali del tempo: tra tutte, i Rolling Stones e i Velvet Underground (celeberrima la cover di “Velvet Underground & Nico” con la banana).

“Il potere consumistico, divenuto l’unico capace di imporre la propria volontà – spiega Eugenio Falcioni, tra i più grandi conoscitori e collezionisti di Warhol – è stato affiancato da una concezione edonistica della vita, per la quale il piacere può essere provocato da oggetti divenuti indispensabili per il consumatore e addirittura di “culto”, per il messaggio che hanno saputo evocare in un determinato contesto storico, nonostante la loro apparente semplicità”.

Tutto ciò è esposto in questa mostra – che potremmo dire definitiva – sul genio della Pop Art, non tralasciando il suo rapporto con la città di Napoli, dove Warhol soggiornò due volte, nel 1980 e nel 1985. Il gallerista Lucio Amelio lo invitò una prima volta ad esporre a Napoli le sue opere insieme all’esponente dell’arte concettuale tedesca Joseph Beuys (occasione in cui si consolidò una grande amicizia tra i due artisti). Qui, all’indomani del terremoto in Irpinia, espose la famosa serigrafia (ripresa dalla prima pagina del quotidiano “Il Mattino”) “Fate Presto!”.

La chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta è una chiesa basilicale del centro storico di Napoli. Venne chiamata “della Pietrasanta” perché all’interno veniva custodita una pietra che, quando la si baciava procurava l’indulgenza. Edificata sui resti del tempio greco di Diana, fu trasformata in basilica cristiana da Pomponio nel 525 e pensata per essere il primo santuario dedicato alla Vergine Maria. Il sito ricostruito nel 1656. Oggi è anche sede di mostre d’arte.

Nella seconda occasione, presentò al Museo di Capodimonte la serie “Vesuvius”. L’ultimo viaggio in Italia risale al 1987 a Milano, a pochi mesi dalla morte, dove presentò “Last Supper”, la sua versione del Cenacolo di Leonardo Da Vinci.

La mostra napoletana terminerà il 23 febbraio 2020. Ingresso 14 euro (15 euro con audioguida). Disponibili anche videoguide per non udenti.

Testo e foto a cura di Davide D’Antonio



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