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Leisure

Leisure - 23/01/2021

Lory Muratti, un “altrove” narrato in arte

Un album sperimentale per un pubblico raffinato. O semplicemente attento. "In assenza di performance raccolgo le risposte e cerco di far incontrare le intenzioni".

LETTERE DA ALTROVE” è un nuovo e originale spoken album, creato da Lory Muratti, un artista multidisciplinare attivo da molti anni nella discografia e non solo. Il livello di maturtità raggiunto in questo lavoro (disponibile in formato vinile 180 grammi trasparente blu in edizione limitata, sulle piattaforme streaming e in digital download) è davvero alto.

Si tratta di concept album composto da otto tracce che si ispirano alla serie video-narrativa ideata dall’artista durante il periodo di lockdown. Un’avventura musicale, letteraria e visiva con la quale Muratti racconta la convivenza di due amanti che si ritrovano inaspettatamente “imprigionati” in un ex ricovero barche su un lago del Nord Italia a causa di una misteriosa epidemia. Un luogo lontano dal mondo che porta i protagonisti a navigare in un limbo senza contorni, scosso non solo dalle notizie che giungono a tratti per vie digitali, ma soprattutto dal continuo mutare delle loro emozioni .

Lory da che concetto sei partito per questa nuova avventura creativa?

Quando la scorsa primavera il mondo si è fermato di schianto, è stato subito chiaro che non avremmo potuto semplicemente attendere l’estate. Nonostante ciò avevo deciso che non avrei dato voce al mio isolamento se quella solitudine non avesse iniziato a svelarsi al mio sguardo attraverso qualcosa che valesse davvero per me la pena di essere raccontato. Al chiasso digitale che aveva sostituito il nostro essere vivi e presenti, avrei preferito il silenzio. Ho lasciato così passare i giorni fino a che parole e musica, restituendomi la presenza di memorie e creature della mente, hanno ricominciato a pervadere il mio tempo, rendendosi necessarie e facendosi urgenti. Trovare un posto per loro significava mettermi completamente a nudo sia come uomo che come autore. Solo così avrei dato un senso a quel momento e avrei trovato il motivo che mi avrebbe tenuto in viaggio anche da fermo.

Come ti senti tu, ora, da artista?

Cè un overload di produzione e sono fuori dal coro perché mi muovo in un campo alternativo dove non ci sono logiche di mercato. So che è una dimensione più rischiosa, perché non è più redditizia come negli anni Ottanta e Novanta. La mia fortuna è aver sviluppato mondi interdisciplinari che uso per raccontare storie tra musica, scrittura e arte d’avanguardia.

Il luogo dove crei ha una diretta correlazione con quello che fai. Come mai?

Dopo svariati cambi di dimora sono tornato a vivere su un lago transalpino in Lombardia, il lago di Monate dove sono cresciuto, nella provincia di Varese tra il lago di Varese e il lago Maggiore. Lì ci sono sette laghi e ho trovato un ricovero di barche che è diventato un laboratorio. Questo luogo è il punto di partenza o il punto di ritorno, anche nei miei romanzi. Spesso giro videoclip in questa dimensione che sembra fuori dal tempo. Penso che sia anche bello mettere a disposizione le cose belle che si hanno, per questo ho aperto le porte del mio studio a un video dei Perturbazione e a un concerto casalingo dei Marlene Kuntz per la fine di un tour.

Come fai dialogare l’ambiente e il suono?

È un luogo di narrazione che viene tradotto in musica. E poi l’album nella sua interezza svela la dimensione narrativa. Nel caso di questo album, ci sono due protagonisti che si trovano imprigionati per colpa di un’epidemia, ma il lavoro si occupa dell’emergenza interiore. Di come ci si ritrova contro la propria volontà in un luogo dove si pensava di rimanere pochi giorni.

Cos’è l’altrove per te?

Un piccolo lago è fisicamente distante e anche incontaminato, questo potrebbe essere un altrove. Altrove è un’area del subconscio che scavo nel protagonista del disco per cercare il collante con la figura femminile misteriosa. Abbiamo tutti un altrove, bisogna cercarlo.

Affronti le tematiche dell’anima con vari strumenti. Con quale ti riesce meglio?

Ho sempre cercato di scandagliare questi aspetti nella mia produzione visiva. La scrittura che uso trova il terreno più adatto per raccontare, mentre la musica arriva con l’emozione immediata del suono. Mentre nella produzione visiva concentro gli aspetti psicologici che non esprimo nella narrazione, perché sono delle visioni, frutto di una dimensione interiore. Mi piace l’aspetto visionario alla David Lynch e ne sono influenzato.

Come si amalgama il tutto nel tuo lavoro?

I contenuti abbracciano varie forme che cerco di costruire attorno a una sensazione. Ho maturato competenze che mi permettessero di esprimermi e non di essere un virtuoso di uno strumento. Sono anche contento di lavorare sull’immagine, come si faceva in maniera coordinata anni fa. Nella pop music c’era molta intelligenza nella comunicazione delle suggestioni. Ho frequentato i mondi della new wave del post punk. L’esistenzialismo spinto veniva tradotto in vari aspetti. Ma oggi a 40 anni non ho voluto attingere da nessuno, l’unica credibilità che metto in opera è la dimensione vera, l’immagine deve essere coerente con quello che sono. Per questo col fotografo Nicola Chiorzi organizzo shooting che richiamino il limbo dell’acqua del lago. Sono scatti rubati nei momenti di pausa di shooting di video. Nicola è un fotografo che lavora istintivamente e poi perfeziona le immagini in maniera maniacale.

Quello che fai è molto ricercato. In assenza di performance dal vivo, come tieni vivo il legame col tuo pubblico?

In questo momento sto ricevendo dei feedback tramite messaggi in digitale e cerco di rispondere cercando di aprire un dialogo, visto che siamo in assenza di incontri. Quello che facciamo è estremamente manchevole, è una bottiglia che chiede aiuto in mare. Non vediamo cosa ci arriva come restituzione e quindi raccolgo le risposte e cerco di far incontrare le intenzioni. Già parlare con te è dare un senso a quello che ho creato.

Fotoservizio a Lory Muratti di Nicola Chiorzi.



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