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Leisure - 22/10/2019

Luca Dirisio: “Sono vivo e canto la mia gente”

Il cantante abruzzese torna con "Bouganville" dopo una pausa di otto anni. "Ho vissuto semplicemente e mi sono sposato".

“La vita è tutto ciò che hai” canta aggressivo nel brano “La Mia Gente” Luca Dirisio, il cantautore abruzzese idolo di primi anni 2000 con una serie di tormentoni che resistono nella memoria anche oggi. “Ci vuole calma e sangue freddo” è uno standard di party music, anche se fin dalla sua comparsa sul mercato italiano, Dirisio, oggi 41enne, non è mai stato un teen idol frivolo. Nei suoi testi si è sempre ravvisata una critica amara alla società. Lo stesso piglio che oggi nel disco “Bouganville” (10 brani prodotti e arrangiati da Giuliano Boursier, in uscita il 25 ottobre) diventa quasi rabbia.

Canta la sua gente, la determinazione degli abruzzesi, rivela cose della sua vita inedite, di come si è riappropriato della sua esistenza dopo il boom mediatico. E dedica il disco a un caro amico scomparso improvvisamente quest’anno, proprio lui che sul web è stato più volte bersaglio di ironie e accuse: “Sei morto, mi scrivevano ma questa è la mia rivincita”, ci dice presentando il disco.

Come sei adesso, Luca?

Sono passati otto anni, che sono anni che mi sono anche piaciuti perché mi sono riavvicinato più all’uomo all’essere umano e nel nostro ambiente fatto di canzoni musica serve. L’assenza può portare anche anche ricchezza interiore. Molti si avvicinano alla musica per fare soldi facili ma io la faccio per il mio pubblico e perché sento di dover dire delle cose. Se non mi va faccio altro, ho tante passioni e per fortuna sono nato in una famiglia dove non mi è mai mancato niente.

Ora hai, però, una nuova famiglia…

Vero, ho trovato donna che mi sopporta, lei mi è caduta dal cielo. Ho capito che per essere felici non serve essere fighi solo e pensare solo alle cose materiali: per stare bene bisogna trovare propria dimensione e non fare cose per essere qualcuno. Con Didi facciamo una vita paritaria, lei si occupa di fare tutto in autonomia e soprattutto non mi dice di non mettere i piedi sul divano.

Cosa ti piace fare?

La mattina mi sveglio, mi alleno, vado al mare se riesco a fare altro che mi piace e fare musica, sono contento. E poi se mi va scrivo, il cantautore quando scrive è perché ha voglia di condividere. In questo disco ho cercato di arrivare alla parte umana ma non mi piace il tormentone perché è pressato e costruito. Per me il vero brano di successo è quello quando tutti possono dire: ah ecco! Anche io la penso così.

Senti che qualcosa accanto a te sta cambiando?
Sono più abituato a prendere calci che attenzione e spero che il disco lo meriti. So che c’è attesa attorno a me e so che c’è una parte di pubblico che non mi ha mai dimenticato. Anche se morissi mi seguirebbero. Come io seguo De Andrè, sono stato in Sardegna a parlare con chi ha vissuto con lui, a vedere la casa dove scriveva.

“Questo non è un disco scritto al tavolino, tutti i brani sono piccoli resoconti della vita, la mia vita, appunti di viaggio presi piano piano, senza fretta, con consapevolezza – racconta Luca Dirisio -. Alcuni sono ricordi, altri prese di posizione, altri ancora dediche. Non volevo creare un prodotto, un disco modaiolo ma piuttosto una raccolta di pensieri ed emozioni da poter condividere con chi lo ascolterà”.

Che traiettoria hai avuto, dal punto di vista professionale? Come la giudichi oggi?
Nei primi cinque anni quando sei nelle mani delle major hai un contratto e vieni spremuto e anche se non hai un prodotto in mano devi tirar fuori sempre qualcosa. Io scrivo per esigenza a volte fisiologica a volte no. Il bello dei liberi professionisti è quello anche, no? Se voglio andare in moto posso farlo, no? Se dopo un concerto a 24 anni voglio andarmene in giro a divertirmi, posso? E invece non potevo. Mi prenotavano posti a cinque stelle mentre a me stava bene una birra. E poi ti fanno credere che quelle cono le cose che contano. Diciamo che negli ultimi anni sono tornato a bere la birretta con amici.

In otto anni di assenza hai comunque pubblicato brani sporadicamente.

Ho collaborato con altre persone che avevano altri ritmi e sono stato anche rallentato dal modo di lavorare altrui, a volte. Ho fatto singoli ma io mi sento un operaio della musica, uno che scolpisce, se mi sento svogliato trovo qualcosa da fare, non puoi partorire senza essere incinta e non è un mestiere dove puoi forzare forzare. Mi dispiace a volte aver ceduto ed essere stato vittima delle mode.

Come si evita questa trappola?

Cercando di fare quello che si sente. Quello che dico sempre al mio produttore ritrovato Giuliano Boursier: tu devi fare le cose che ti vengono bene, non quelle che fanno gli altri. Io l’ho scelto perché tra dieci pianoforti, io riconosco la sua mano, il suo suono. E lui deve essere quello e non lasciarsi andare ad altro.

“Bouganville” deriva da una tua lettura, ti ha ispirato uno scritto di Raymond Carver, vero?
Bougainville è il frutto delle tante passioni che ho. C’è una cosa a cui non rinuncio ed è la lettura, i grandi investimenti miei sono in dvd per film pesanti e tanti libri. La pianta bouganville è quella che si finge morta d’inverno e poi risplende con la bella stagione, per questo mi ha attirato.

Che tipo sei, oggi?

Agli occhi delle persone sono stato sempre pazzo, senza regole, ma avere un carattere un proprio modo di essere non è una colpa. Sono tornato a dormire e uscire quando voglio, vado a dormire alle cinque e mi sveglio alle 11 ma mi fa star bene. Mia madre lanciava frecciatine che non mi andava bene nulla in campo sentimentale non avevo intenzione di legarmi perché non volevo per fidanzata una colf.

Come hai conosciuto la tua attuale moglie?
Mia sorella mi ha portato uno skate cinque anni fa dal Brasile, che ho subito usato sul lungomare di Vasto. Lì a giugno, un giugno insolitamente rigido, ho conosciuto la mia futura moglie con la mia futura suocera, sedute a un tavolo di un bar. Avevo le cuffie e fischiettavo la mia musica e le davo fastidio. La madre siberiana, lei moscovita, sono due donne di carattere. Mi sono incuriosito, l’ho conosciuta, lei è partita ma l’ho aspettata. Ho trovato una compagna di viaggio e non un agente di viaggio.

Le hai dedicato qualche canzone?

In “Orsa Maggiore” capirete di chi parlo. La sua prima Coca Cola l’ha bevuta a 12 anni. Ha un carattere forte cambia le lampadine ma non sa cucinare, sa accendere il fuoco ed è una donna per amico. Capisce quando mi vado a isolare.

L’Abruzzo ritorna nelle tue canzoni. Che terra è?

Mi sento un abruzzese orgoglioso, anche in seguito al terremoto che ci ha sconvolto la vita. La Pasqua del disastro nel 2009 sono andato a portare i viveri ai senzatetto. Siamo marinai e pecorari, quindi testardi e sognatori. Nel disco tornano questi concetti, l’aspetto umano, la resistenza delle persone, il mare, che è un elemento che mi rasserena, e una critica più pesante alla società.

Cosa ti infastidisce più di tutto?

La stupidità, l’idiozia. Il male è proprio questo, siamo circondati da persone sceme: gli YouTuber al posto di stimolare l’intelligenza realizzano cose imbarazzanti, i palinsesti tv sono riempiti da donne inutili perfette idoliote che non fanno nulla. Lo dico per difendere le donne, quelle che portano avanti l’Italia. L’abitudine a raccontare i problemi platealmente, una cosa che non capisco. Siamo il paese dell’arte e del Rinascimento, oggi siamo diventati una barzelletta. Non me ne frega niente dei computer, vorrei che a scuola si tornasse a studiare storia e geografia.



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