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Leisure - 05/12/2020

Luca Miele mette assieme Dio e Jack Kerouac: “La strada era la libertà”

Il guru della Beat Generation con un teologo. Nello stesso libro. Perché si può "amare e odiare Dio" allo stesso modo.

Jack Kerouac e Antonio Spadaro: cosa ci fa il poeta maledetto della Beat generation accostato a uno dei teologi maggiori d’Italia? Kerouac viveva l’inquietudine, Spadaro vive di apertura la sua religione. A metterli assieme è Luca Miele, giornalista presso la redazione Esteri di “Avvenire”, da tre anni a lavoro sul terzo capitolo della sua trilogia. Per Claudiana, infatti, ha pubblicato Il vangelo secondo Bruce Springsteen (2017) e Il vangelo secondo il rock, con Massimo Granieri (Claudiana 2018). Ora esce Il Vangelo secondo Jack Kerouac, un saggio sulla figura letteraria più importante del Novecento americano, almeno per le giovani generazioni delle varie epoche.

Cosa ti ha affascinato di Kerouac?

«Sono un pazzo che ama Dio», scriveva. Una religiosità eccentrica e da riscoprire, la sua, da ricercare nelle apparizioni del suo mondo poetico, nella lotta e nell’affidamento a Dio, nella visione sacramentale della scrittura. Selvaggio viandante perso on the road.

Cosa era e cosa voleva essere, secondo te che l’hai studiato?

Folle di vita, ossessionato dalla morte. Cantore della verità, trafitto dalla disillusione. Alla ricerca disperata del volto di Dio, che incontra, deforma, ama e accusa, bestemmia e prega. A cinquant’anni dalla morte, il senso della sua opera resta ancora in parte inesplorato, specialmente in Italia. Pochi sanno della sua inquietudine religiosa, della sua ansia di Dio.

Napoletano di nascita, pugliese di adozione, Luca Miele vive a Milano.

Come hai concepito il tuo libro?

È l’ultimo capitolo di una piccola trilogia di ‘vangeli’, iniziata con quello secondo Bruce Springsteen, una passione che mi accompagna da 33 anni e quello secondo il rock, con Massimo Granieri sacerdote della Congregazione della Passione di Gesù Cristo. Kerouac è il passaggio naturale alla grande musica americana ma anche all’arte, al mito della strada. La frontiera, la ricerca della libertà sono mondi spirituali molto vicini.

Sembri affascinato da autore e lettore da questa inquietudine. Cosa ti prende così tanto?

Jack Kerouac era affogato nei suoi demoni, ma l’iquietuine può anche schiacciare e uccidere. Non accontentarsi di quello che ti viene proposto è una grande sfida, Ovviamente è una ricerca religiosa la domanda da cui sono partito. Per me è sempre interessante cercare nella grande narrazione del biblico e sacro nuove interpretazioni della fede.

Come hai strutturato il tuo libro?

È un saggio preceduto da un’introduzione che intreccia un dialogo personale con Kerouac. Poi partono i cinque capitoli che sono parte di un vero saggio. L’opera dello scrittore è pocco conosciuta, a parte “On The Road” e in Italia c’è sempre stato un forte pregiudizio, molti pensano sia solo un pazzo alcolizzato. Ma in sintesi, la tendenza della cultura italiana è stata sempre tesa a schiacciare la ricerca religiosa.

L’alfiere della Beat generation cercava Dio?

È sempre un rapporto presente in lui. Scrive: sono un pazzo che ama Dio. Anche se poi lo odia, lo definisce sadico. Alla fine ho avuto il privilegio di ospitare padre Antonio Spadaro che per primo ha usato la parola ‘mistico’ per Kerouac.

Tu sei un appassionato di musica rock. Come si interseca questo genere nella narrazione?

Il rock mi ha aiutato perché la vocazione dei cantanti rock è di sapore eretico. Ma non c’è solo nichilismo. Kerouac spalanca orizzonti nuovi, non è mai banale, ortodosso o rassicurante. La mia ricerca è stata una bella sfida. Lui ha un incredibile amore per la vita.

Le sue contraddizioni non intimoriscono?

Come autore non è mai univoco, il mondo spirituale è duplice e convive con la distruzione della vita, il suo percorso personale si è concluso nella sconfitta, è arrivato a disconoscere la scrittura, l’ha rinnegata dopo averla considerata libertà. Nonostante ciò la sua più grande eredità è l’amore per la vita: sacra è la vita, dice. Il suo grande sogno è stato sconfitto, ha sognato la rivoluzione degli zaini, con milioni di giovani che ambissero alla libertà eterna. Ma se vedesse come siamo messi oggi…

Beh, c’è stato un momento di grande sentimento di unione però nelle nuove generazioni.

Sì, ci si è abituati a viaggiare di più ma lo stato di cose attuale è un fallimento, sia in Europa che America. Si costruiscono muri e forse per questo la sua voce è ancora potentissima. La strada come segno di libertà era il mito degli anni Sessanta. Oggi i giovani se vogliono, possono formare comunità diverse dai confini tracciati dagli stati, possibilità di realizzare vite diverse. Eppure vedo che da qualche anno la libertà è diventata quasi una zavorra da cui liberarsi. Se pensi a cosa succede oggi con la pandemia, ci sono solo risposte securitarie piuttosto che sanitarie. Mi fa pensare che la libertà sia sempre sacrificata.

Siamo abituati a intendere la fede come monolitica. Tu con i tuoi libri la affronti con tante contraddizioni.

Più ci sono idee contrastanti e più mi piacciono. Trovo piccoli spazi di libertà nel dialogo con la spiritualità.

Se dovessi formare una colonna sonora alla lettura de “Il Vangelo secondo Jack Kerouac”, quali canzoni sceglieresti?

Born To Run di Springsteen è una riedizione del mito della strada,è erede di quella necessità. Tom Waits eredita l’anarchia della strada ed è anche l’eretico del Dio ubriaco. Ci metterei anche Tom Waits, Nick Cave, Bob Dylan, Almamegretta. Loro sono un gruppo che ho amato molto, hanno avuto negli anni Novanta la vocazione al meticciato.

C’è un modo per vivere la fede in accordo con i tempi?

Il grande motivo che spinge me ad approfondire questi temi, è cercare altre risposte che siano diverse da quelle cosiddette ufficiali. Le parole della fede oggi sono stanche, ripetiamo da secoli sempre le stesse cose e perciò sembrano vuote. Spero che chi vive l’inquietudine come me possa trovare interesse per questo libro.



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