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Leisure - 23/06/2018

Marcello Tedesco, mostra d’arte in spazi in divenire

Lo spazio al centro di Milano deve ancora essere ristrutturato. Nel frattempo, in divenire, l'arte dello scultore bolognese. Fino al 7 luglio.

Marcello Tedesco è protagonista di Megaloschemos a cura di Samuele Menin alla Galleria Arrivada di Milano fino al 7 luglio 2018.

Lo scultore bolognese nell’esposizione milanese (Via Pier Candido Decembrio, 26) occupa uno spazio destinato a crescere, plasmarsi e modificarsi con i progetti che man mano ospiterà divenendo creatore di paesaggi animati.

Sostanzialmente l’artista è intervenuto in un ambiente ancora in fase di ristrutturazione, le cui varie parti architettoniche riportano le tracce della sua storia, con un intervento site-specific sulla pavimentazione ed una serie di nuove opere concepite per l’occasione che evidenziano il rapporto tra “costruito” e “distrutto” tra le tematiche costanti nelle sue ricerche.

La lingua che scolpisce, 2018, serie di quattro video, loop, suono muto. Foto di Alessandro Nassiri

Se nel 1945 Arturo Martini pubblica il suo pamphlet “Scultura Lingua Morta”, nel 2018, Marcello Tedesco potrebbe pubblicare “Scultura Lingua Viva”, il suo interesse per la mineralità e la materia lo ha portato, infatti, a trovare nuove vie al linguaggio scultoreo grazie a materiali, dalla composizione inedita, che respirando e traspirando “vivono” sciogliendosi lentamente.
Una trasmutazione della materia degna di un alchimista che lascerà come tracce delle opere la struttura metallica utilizzata da Tedesco per armarle in fase realizzativa e il loro “nuovo” stato liquido in vasche metalliche.
Forme che vanno a contrastare quell’immagine di eternità, perennemente, ricercata dagli scultori grazie a materiali come bronzo e marmo perché se nella Genesi (3,19) vi è la famosa frase “polvere tu sei e in polvere tornerai!” in questo caso “polvere tu sei e liquido tornerai!”

Le leggi del pensiero, 2018, lastre di cloruro di calcio, cm 50×60, vasca in acciaio, cm 60×70.Foto di Alessandro Nassiri.

L’artista, in questa mostra, sembra citare il manifesto bianco di Lucio Fontana del 1946 dove l’autore parla appunto della necessità di pensare all’arte come ad una pratica dove il gesto è eterno, ma dove la materia si dissolve e se le opere della prima sala si liquefano nella seconda le sculture perdono la loro materialità divenendo immagine in movimento. Video che sottolineano l’importanza della luce nella fruizione di un’opera e in particolare in quelle scultoree.
La mostra si conclude con una scultura site-specific in cui la materia riprende consistenza, diviene tangibile, in forme sinuose di un caos “controllato” dall’artista che sembrano alludere al “Big Bang” il momento della creazione dell’Universo.
Un progetto con un grande schema al suo interno, a cui allude il titolo della mostra, un’arte vicino alla vita e alle sue insondabili contraddizioni non regolata da schemi e codici culturali che la ingabbino e la rendano necessariamente parziale.

 

Foto d’apertura: La forma della discontinuità (dettaglio), 2018, tondino di ferro, dimensioni dell’ambiente. Foto di Alessandro Nassiri.



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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