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Leisure - 03/10/2019

Mika: “Ho scritto uno spettacolo con Dario Fo. Non so dov’è il manoscritto”

“My Name is Michael Holbrook” è una sintesi della sua vita e dei suoi ricordi: "Se vuoi essere ricordato, sono i dischi che scandiscono il tempo".

Se c’è una cosa che più di tutte lo lega all’Italia, è la sua cultura e le sue bellezze. Classiche e contemporanee, beninteso, trattate alla stessa maniera, con la stessa voglia di comprenderle fino in fondo. Mika, l’artista anglo-libanese che è rimasto lontano dalla discografia per 4 anni, torna sulle scene con un disco molto autobiografico. E con una rivelazione su Dario Fo, che è una delle grandi occasioni (perse?) che l’Italia gli ha regalato.

“Una delle cose più belle che mi ha dato l’Italia, ma anche uno dei rimpianti maggiori, è l’amicizia con Dario Fo. Ogni giovedì per un periodo ci siamo visti, lui mi faceva dei lunghi discorsi sul nulla, sul profumo dei fiori, per farmi ridere. E da questa frequentazione è nato anche uno spettacolo, che volevamo portare in tv che si chiamava ‘La fine del mondo – apres le deluges’ che non è andato mai in produzione“.

Che raccontavano in quello scritto? “Non so manco dove è ora, non ho una copia. Forse il figlio l’ha conservato. Eravamo in un letto di un grande magazzino tipo La Rinascente, una scelta molto sua direi. E parlavamo in attesa della fine del mondo. Da lì mi è venuta l’idea di avere un letto in ‘Casa Mika’”.

Il rapporto non si è esaurito alla sola stesura del testo inedito: “Dario Fo mi ha insegnato molto dell’Italia anche se per un periodo breve, mi ha fatto conoscere il paese in maniera diversa e mi diceva: tu devi approfondire la tua conoscenza e gliene sono riconoscente. Quando qualcosa andava storto mi diceva:
vedi Mika questa è l’Italia. E io che pensavo solo che era tutto bello quando tutti ridevano ad ascoltare che sbagliavo le parole”.

Il tour italiano promosso da Barley Arts si articolerà in ben 12 tappe nelle grandi arene di altrettante città, un record per un artista internazionale di grosso calibro: Dom 24 Novembre, TORINO (Pala Alpitour); Mar 26, ANCONA (PalaPrometeo); Mer 27, ROMA (Palazzo dello Sport); Ven 29, CASALECCHIO DI RENO, BOLOGNA, (Unipol Arena); Sab 30, MONTICHIARI, BRESCIA (PalaGeorge); Lun 2 Dicembre, LIVORNO (Modigliani Forum); Mar 3, ASSAGO, MILANO (Mediolanum Forum); Sab 1 Febbraio 2020, PADOVA (Kioene Arena); Dom 2, BOLZANO (PalaOnda); Mer 5, NAPOLI (Teatro PalaPartenope); Ven 7, BARI (Palaflorio); Sab 8, REGGIO CALABRIA (Palacalafiore).

Mika è tornato in Italia per il disco della sua rinascita “My Name is Michael Holbrook” (in uscita venerdì 4 ottobre) frutto di due anni di scrittura tra le pareti domestiche tra Miami, Londra e la campagna toscana. Il disco rivela la vera identità dell’artista, a partire dal suo nome anagrafico, passando per i rapporti familiari e un bagaglio di piccole e grandi esperienze, tra momenti di leggerezza e struggenti episodi chiave della sua vita e della sua famiglia. Sono andato alla ricerca di chi avrei potuto essere, se non fossi stato Mika. Certi artisti si cimentano con un alter ego artistico, dal grandioso David Bowie con Ziggy Stardust, fino a Beyoncé con Sasha Fierce. Io ho fatto il contrario, sono andato a scoprire l’uomo dietro l’artista.”

L’artista è tornato a scrivere dopo una lunga pausa: “Erano 4 anni senza un disco e la vita di un artista come me si definisce anche con la cadenza dei dischi, bisogna rispettare questo concetto. Ovviamente non mi immaginavo che sarebbero successe tante cose nella mia vita ma fare il cantante è una responsabilità. Ultimamente la mia vita personale si stava allontanando dalla scrittura e in questo lavoro ho voluto mettere pubblico e privato assieme”.

La scelta del titolo del nome legale, dice, è stata molto calcolata ma anche sofferta, perché Michael non gli piace proprio:Volevo essere una persona unica e non diviso in quattro e il titolo è il mio nome legale, anche se dopo un’ora dalla mia nascita mia madre mi ha sempre chiamato Mika. A me non piace il vero nome  perché è legato alle lettere burocratiche e ogni volta che qualcuno mi chiama Michael non mi piace, era anche il nome di mio padre e tante cose sono successe che mi hanno allontanato da mio padre nella mia vita. Usare quel nome è stato come liberarmi dalla distanza che avevo con lui e dall’identità che avevo rifiutato”.

Per riavvicinarsi alle sue origini, ha preso la macchina da Miami ed è andato a trovare i morti in un cimitero in Georgia, nel comune di Savannah da dove arrivava il padre. Al ritorno ha iniziato a scrivere testi dopo tanto tempo e quando ha scritto il suo nome “è stata come una liberazione, che subito ha avuto un colpo, perché il mattimo seguente mi hanno chiamato da Abu Dhabi dicendomi che mia madre stava per essere operata”.

Una coincidenza che dopo Mika ha trovato non così sfavorevole: “Avevo sbagliato ad arrabbiarmi, sono tornato a casa e mi sono seduto al pianoforte mi ha aiutato molto e per capire chi sono e chi potevo diventare”.

Il rapporto col padre è rimasto complicato per molto tempo: “A sette anni una maestra mi stava rovinando la vita è lui è andato a parlarle e affrontarla quindi è stato un mio difensore, lo riconosco. Ma anche una presenza molto ingombrante”.

Famoso in Francia, ricco per via dei diritti che arrivano dal Nord America, in fase di espansione senza avere un disco pronto in Asia. Questi sono i territori dove va forte Mika che a questo punto della carriera si è potuto pure permettere un grande rifiuto: “Volevo davvero fare un disco. E ho rifiutato di vendere il formato di ‘Casa Mika’ alla spagnola TVE. Mi avrebbe impegnato troppo, mi avrebbe anche aperto le porte del Sud America, ma era tempo di tornare alla musica”.

 



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