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Leisure - 18/12/2020

Nicolò Tomaini: “Rigenerare le tele antiche con squarci dell’oggi”

Il giovane artista di Lecco ora lancia le opere in "caricamento" dove imita i download della Rete. Aveva iniziato con le sculture sacre fatte coi cellulari. Una poetica dirompente che continua a emozionare.

Quando lo avevamo conosciuto tre anni fa, Niccolò Tomaini (Bellano, Lecco, 1989) aveva destato scalpore con le sue “crocifissioni pop“.

Ora il giovane artista sembra additare la progressiva perdita del senso critico, della capacità di ragionamento di quest’epoca, perché in pochi anni è cambiata, sì, la sua arte. Ma è cambiato anche il mondo attorno a noi. E lui lo rappresenta con nuove avvincenti opere, dove unisce il “sacro” dell’arte antica con la dissacrazione della digital age che fagocita le nostre vite.

Nicolò Tomaini è sempre attento alle mutazioni della comunicazione. I social media, la civiltà digitale che “mangia” quella reale, l’accumulazione di esperienze sempre più virtuali che allontanano le generazioni nuove dalla realtà. In queste foto l’artista posa davanti i suoi nuovi quadri della serie “Silicio”.

Le contraddizioni della vita odierna e la necessità di reagire alla pressione mediatica e dei messaggi dell’online è il sale della ricerca portata avanti da oltre dieci anni da Nicolò Tomaini. L’artista rappresenta questo assorbimento alienato della vita nella neo-comunicazione che avanza e in qualche modo si ribella all’omologazione imposta. Lo fa con delle ultime opere davvero audaci, dove seziona le tele antiche che ritrova nella sua ricerca e le mette a confronto con la civiltà che domina le nostre vite, quella che viviamo attraverso uno schermo. Si chiamano “Silicio”, come l’elemento usato in tutti i processori del mondo dell’elettronica, e sono smalti e inchiostri su tela dipinta a olio, spesso datata dalla metà alla fine 800.

L’arte di Nicolò Tomaini ha un linguaggio asciutto e diretto sintetizzato coniugando i suoi studi umanistici con una pratica professionale nel mondo dell’arte di alto profilo. Ha poi provato interesse per i meccanismi della Rete, per l’approccio concettuale e degli oggetti di largo consumo di eredità Pop Art.

Nicolò, quando ti sei appassionato ai temi della comunicazione nella tua arte?

Fin dai miei primi lavori. Nelle serie del 2011 i simboli di passate dittature come svastica, falce e martello incorporavano il logo di Facebook o erano formati da smartphone; gli stessi smartphone formavano la base di simbolici crocifissi, per rappresentare l’inganno dei social media, che sono il fulcro di un regime solo in apparenza pluralista.

Dopo dieci anni cosa è cambiato?

Sono questi luoghi virtuali le nuove divinità, la tecnologia contemporanea assorbe e imprigiona tutto il sapere atavico. La macchina tende a prendere il controllo dell’idea, della creazione, a degradare ogni cosa in icona predefinita rispetto alla quale l’unica attività mentale si riduce alla fruizione passiva. Credo che col tempo, l’esistenza umana si sia progressivamente allontanata dalla realtà.

Da cosa è caratterizzata secondo te la fruizione dell’arte oggi?

La cosa principale che mi viene in mente è che si tratta ormai di un processo mediato. Vai in un museo e vedi tanti smartphone che inquadrano le opere per una foto fugace, e poi si passa alla stanza successiva. Prima ci si soffermava, si aveva quasi un’esperienza tattile con l’arte. Ora quasi inconsapevolmente l’opera la vediamo solo tramite lo schermo che elimina il rapporto diretto. La sensazione umana che si aveva con quello che si ammirava non c’è più. Anche quando non piaceva, l’opera era comunque osservata.

Come rappresenti questo passaggio nella tua arte?

Nella serie più recente Silicio, il quadro ha una parte in cui l’opera originale è materialmente scomposta, come in fase di annullamento, e una parte in cui riporta i caratteri digitali del codice sorgente al cui interno sono inseriti gli algoritmi di distruzione dell’immagine. Quei codici non sono casuali, li ho scritti con due programmatori, sono proprio riferiti al percorso di fagocitamento dell’opera da parte della macchina. La tela subisce l’aggressione del digitale, inesorabile, mentre il dipinto si ostina a volersi far guardare dallo spettatore, nel tentativo di stabilire ancora quel contatto che si è perso.

C’è un precedente in questa “azione” artistica?

Già alla fine degli anni ’50 Asger Jorn aveva presentato nella mostra Vingt peintures modifiées una serie di opere “detournate”, realizzate con rapidi e approssimativi gesti, colature o incerte pennellate. Concordo col concetto dell’artista danese di rigenerare un’arte stanca e fissa. L’immobilità che ha forse creato assuefazione e distanza. Torniamo ad ammirare queste tele, anche pensando che in questo modo hanno ritrovato la loro centralità perduta.

Pensi di star facendo un buon servigio a chi le ha ideate?

Beh, sono comunque opere dimenticate, che giacciono nascoste e non valorizzate e io me ne approprio. Le rigenero e regalo a loro nuova vita. Perché ai compratori questo processo è piaciuto e ne sto realizzando con parsimonia ma comunque a ritmo sostenuto.

Ne salvi qualcuna?

Ovviamente le sto realizzando con una tecnica rispettosa, anche se l’accostamento delle due epoche è forte e quasi violento. Agli inizi della mia carriera restauravo i quadri originali, specie nel colore, e anche le cornici e ci dipingevo sopra. Inzialmente non lo facevo in maniera libera, mi sentivo frenato. Ora uso una vernice all’acqua che crea una pellicola con sopra un fissativo in modo che un domani si possa ripristinare se si vuole il vecchio quadro.

Cosa li rende unici?

Non ci sono mai quadri della stessa dimensione nel ciclo “Silicio”. Quando lo segmento, il quadro si rimpicciolisce per forza di cose. E non è casuale che ci sia sempre un volto. Quando vai a toccare la faccia di un uomo, l’impatto è molto più dirompente che spezzare un tronco di un albero. Volevo evidenziare che la macchina non tocca la realtà che lo circonda, ma l’uomo.

Tecnica: tela dipinta ad olio di metà ‘800, idropitture, inchiostri e collage su tavola. Tutti i quadri per gentile concessione dell’artista Nicolò Tomaini.

Chi sono i tuoi ispiratori?

Essendo a Lecco, Tito Stefanoni è un nome di riferimento. Avrò una personale a Palazzo delle Paure, polo istituzionale della cittadina, da maggio a luglio prossimi con 60 opere. Avere questo traguardo a 30 anni mi inorgoglisce perché lui ci ha messo molto più tempo e vuol dire che oggi c’è più attenzione. Ho avuto il privilegio di conoscerlo e abbiamo lavorato assieme su tre quadri, di cui uno compiuto.

Cosa vuoi fare e cosa vuoi evitare nella tua carriera?

Mi sono sottratto a un contratto televisivo perché non voglio realizzare quadri in serie. Se mi fossi legato a quella dimensione, ne avrei dovuti sfornare tanti. C’è un forte interesse dal collezionismo estero, non avendo ancora un bacino d’utenza così grosso nel mondo, è qualcosa che mi fa piacere e che appoggio. Ho stretto un buon legame con un collezionista israeliano con sede in Germania. Ho già collezionisti in Francia e Inghilterra.

Come stai vivendo questi tempi, che sono i tuoi tempi, visto che sei un artista in affermazione, oggi?

Presto ci troveremo a fare i conti con l’intellignenza artificiale, un passo ulteriore rispetto alla presenza della “macchina”. L’uomo dovrà reinventarsi in una situazione che non è favorevole, andremo incontro al più grande problema dell’umanità presto, secondo me. E volevo far riflettere su questo. Si è fatto anche un grande elogio all’era digitale in questo 2020, che ci ha connessi di più, che ci ha soccorso. Per me sono stati smascherati ancora di più i limiti della tecnologia. Questo è l’anno in cui abbiamo capito che il calore dell’abbraccio non è sostituito dalla chiamata su Skype.




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