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Leisure - 21/04/2021

Samir: “Il mio rap originale che non si piega al mercato”

La crescita di un cantautore che col rap sta coronando il suo sogno: raccontare come è importante il riscatto con le proprie forze.

Vive a via Padova, Milano, e dentro anche il suo nome ha la sintesi di diverse provenienze. Samir vuol dire Sicilia, America, Milano, Roma, “che sono le mie terre perché la Sicilia ce l’ho dentro da mio padre, ho cugini neri di Harlem, Milano è la città dove sono nato e Roma la città di mia madre“.

Samir, vero nome Simone Di Rosa, è uscito a fine 2020 con un EP “26” tributo alla sua età, che contiene già un successo, “1994”, l’anno della sua nascita che fa parte di un progetto di Samir & Pitch1Beatz che si differenzia molto dall’omologato genere che c’è in circolazione. Gli estimatori dicono: finalmente rime ad alto livello, e hanno ragione.

“Io sono bianco ma più nero di certi neri” canti in “1994”. Che tipo di vita fai, Samir?

Frequento un sacco di amici arabi e c’è una certa influenza mediterranea in quello che canto. Il nome che mi sono dato e che in Italia tira poco, mi piace perché ha un sapore di oltre confine, ed è un nomignolo famoso per il rap rumeno che anni fa era una celebre parodia del rap romano. Era il mio punto di forza durante le battle.

Ci parli del pezzo appena uscito?

Si chiama “1000 pezzi di me” ed è l’ultimo estratto dall’EP 26 uscito il 19 Novembre su tutte le piattaforme digitali. Il featuring è cantato da me, Samir, milanese classe 1994, e da EasyOne, classe 1983, nato artisticamente in Calabria nella seconda metà degli anni Novanta. Siamo due espressioni di età diverse, di uno stesso genere, due esponenti di un rap davvero “rappato” e intriso di messaggi, penso come non se ne fa più.

Samir ci racconta: “EasyOne per me è un idolo. Se l’anno scorso mi avessero detto che ci avrei collaborato non ci avrei creduto. Eppure è stato lui a voler fare il featuring e mi ha chiesto anche di collaborare al suo nuovo disco ufficiale. Abbiamo messo carne a fuoco“. Foto di Stefano Iuso.

Che formazione hai?

Al momento ho un’etichetta con uno studio di registrazione a via Paruta, quartiere Crescenzago a Milano, siamo in 4, tra cui un altro campione di freestyle italiano, Blnkay, io faccio produzioni e sono tecnico del suono. Arrivo dalla Nam dove ho conosciuto Bassi Maestro, che ha fatto il mastering del mio disco, ha lavorato molto al mio progetto, lo ha proprio sposato con la sua professionalità old school. Bassi è un grandissimo produttore, ha collaborato con tutti i miei miti americani da Busta Rhymes in poi. Mi è dispiaciuto sapere che non ascolti più rap italiano. Sono anche appassionato di tecnica, sono stato formato d Kermit, ho preso attestato di fonico, tecnico di produzione e EDM valido in tutta Europa.

Che musica ascolti oggi?

Mi piace la black music, jazz, funk e soul. Mi piace Luis Armstrong ed Ella Fitzgerald, anche Carlos Santana. Del rap mi piacciono cose italiane, francesi e spagnole. Anche se non sono così attento alle ultime uscite, perché guardare troppo la scena può darti dei condizionamenti. Ascoltare cosa va troppo oggi non permette di fare cose incisive per domani, secondo me.

La tua ambizione?

Voglio affidarmi alla mia volontà di fare musica con l’ingrediente più personale che ho, le mie sensazioni. Senza copiare il figo di turno. L’originalità dovrebbe venire prima di tutto, per me oggi più che prima, perché dal 2018 faccio canzoni, anche se la prima battle di freestyle l’ho fatta in Lombardia nel 2011 a 17 anni. Ho esordito a Tecniche Perfette, la competizione più longeva del freestyle italiano. Quindi ci sono molte persone che mi consocono nell’ambiente più come freestyler che come rapper.

Giocare con le parole ti ha dato uno spessore e tanta sicurezza. Che artista sei oggi?

La mia ragazza infatti mi dice sempre che ho tanta sicurezza e ci credo davvero in quello che faccio. L’EP è molto introspettivo perché uscito nel giorno dei miei 26 anni e contiene la canzone “1994” che è la mia data di nascita. È una canzone atipica di questi tempi, perché ha 3 strofe, 16 battute, nessuno si ascolta tanto rap, con tante parole dentro, con il dilagare della musica e della melodia che c’è di questi tempi. Il racconto è importante per me. In quella canzone, nella prima strofa parlo di quanto sbagliavo da ragazzino, nella seconda di quando ho iniziato a capire cosa dovevo fare, e nella terza parlo di me, oggi, che sono diverso ma capisco il valore della musica e del lavoro di sostegno che devo fare per pagarmi i mix. Questa è qualcosa che mi ripaga tantissimo. Faccio il fonico tv per sostentarmi e poi mi registro la mia musica in libertà.

Che tematiche affronti nei pezzi?

Non scrivo mai qualcosa che non ho vissuto che non fantastico di cose che non vedo. Vivo in un quartiere multiculturale, ho un vicino egiziano che è un fratello, ci scambiamo i pranzi. Se si capisce come sono dai miei testi mi fa piacere. Sono il primo a riconoscere gli errori, per esempio riconosco che sono un po’ troppo geloso, la gelosia è un sentimento che nasce dall’incertezza.

Dietro il tuo nome c’è una grande storia di amicizia.

Il nome Samir me l’ha dato un ragazzo, Mariolino, che non c’è più. Io l’ho portato avanti e mi è rimasto dentro. Lui era Rollando Bloom, faceva free style è morto due anni fa, e per me cantare è come portare avanti lui dentro di me. Il primo luglio 2020 a Milano ho chiamato Manu Invisibile, artista sardo che è un urban artist molto conosciuto e talentuoso, a fare un murales con la faccia di Samir. Eravamo tutti assieme riuniti, i suoi amici. Ogni tanto invece vengo da solo, in raccoglimento, a parlargli. Mi ha riempito il cuore vedere la famiglia partecipare a questo nostro tributo.

Il murales a NoLo Milano dedicato a Rollando Bloom, Mariolino per gli amici, realizzato da Manu Invisibile. Il rapper scomparso 2 anni fa era molto amico di Samir che gli ha dedicato con i suoi colleghi questo tributo.

Che ricordi hai dei tuoi inizi?

Da ragazzino parti in quarta con tanti progetti e tanti amici che giurano di voler progredire con te ma poi non ne arrivano molti alle sfide. E inevitabilmente ci si trova in strade diverse. In “Mille pezzi di me” parlo di un me che c’era un tempo e come sono cambiato, ma anche della consapevolezza di cosa deve cambiare per impegnarti, il rap di oggi sembra figo ma non ha molto da dire. E quelli che hanno da dire qualcosa ai ragazzini è meglio che non la dicano.

Tu cosa dici al tuo pubblico?

Se ci sono cose brutte, dico fai in modo di non farle accadere. Sono pezzi rivolti alla fascia d’età da me in su, a volte mi rendo conto che potrebbero essere poco appetibili per chi non ha l’esperienza giusta per comprenderli. Però non voglio adeguarmi al mercato cantando cose che non sento. Non voglio infarcire i miei testi di “Drill” e “Milf” solo perché fa figo. Per me oggi fa figo essere responsabile e non voglio ringiovanire il mio messaggio per adattarlo ai tempi. Riesco a farlo con le sonorità, rendendole vicine a ciò che è contemporaneo, ma nei testi voglio rimanere me stesso.

Fotoservizio Samir di Stefano Iuso www.instagram.com/iuso_photo/

Samir Instagram Account: www.instagram.com/samir_onlykush/



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