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Leisure

Leisure - 16/04/2021

Skúmaskot, la sfida di una giovane cantautrice in “ricostruzione”

Martina, un pianoforte, una fascinazione per la cultura popolare scandinava. Il nome islandese che racchiude un mondo. E tanta elettronica intimista.

Skúmaskot è un progetto musicale nato ad aprile dell’anno scorso, all’inizio della pandemia. Dietro questo nome si cela Martina, artista milanese con tanta esperienza nell’ambito indie, collaborazioni con artisti mainstream e anche partecipazioni prestigiose in festival di emergenti. Poi lo stop, il cambiamento e la rinascita che ha portato la giovane artista ai confini dell’elettronica e del pop darkeggiante. “Venivo da un periodo di due anni in cui fondamentalmente non avevo più scritto quasi nulla, e non avevo neanche più di tanto suonato live – ci racconta della genesi di Skùmaskot – , per totale mancanza di motivazione. Durante il lockdown, i miei amici della Sottotetto Records hanno creato un challenge, in cui ognuno doveva scrivere un brano a partire da frammenti di testo o melodia assegnati; così è nato il primo singolo, Over the Continent, e ho scoperto che avevo molta voglia di tornare a scrivere. Ho pensato, quindi, di darmi un obiettivo concreto, sebbene poco realizzabile”.

Che obiettivi ti sei data?

Volevo scrivere e produrre un album intero, di almeno 11 tracce, in 30 giorni, durante il mese di aprile; è iniziato così un periodo piuttosto delirante fatto di nottate a scrivere e produrre insieme a Stefano Iuso, con il solo scopo di fare qualcosa che mi piacesse e in cui potessi rispecchiarmi. Non ho pensato a logiche di mercato o a scrivere qualcosa che pensavo potesse piacere ad altri. In questo senso credo che il cambiamento verso l’inglese sia definitivo, ma non è detto che il mondo acustico sia perso per sempre.

Che universo hai esplorato per il nuovo progetto?

Sin da subito sono state evidenti le influenze un po’ dark-indie-electro pop-nordiche, combinate con il pianoforte, onnipresente in tutte le mie produzioni, visto che sono pianista diplomata al conservatorio di Milano. Nella scelta del nome avevo un doppio obiettivo: volevo “omaggiare” una delle mie più grandi influenze e “amori musicali”, ossia i Sigur Rós, l’unica band per cui mi sono trasformata in fangirl piangente, scegliendo quindi un nome islandese. Tra le mie più grandi influenze però ci sono le colonne sonore e i libri fantasy come Il Signore degli Anelli di JRR Tolkien, che mi hanno spinta verso la creazione di mondi e testi fantastici ed onirici. Credo molto nel “dipingere mondi” con la fantasia, e amo i testi capaci di raccontare storie che sembrano così reali da poterle quasi vedere davanti a te e toccare con mano. Spero, nel mio piccolo, di essere riuscita a realizzare qualcosa di simile attraverso i miei testi.

Musicalmente Martina, nome dell’artista che si cela dietro Skúmaskot, prende spunto da ambientazioni che rimandano ai Sigur Rós, ma a loro si combinano toni elettronici, intensi e profondi, con vocalità eteree ed ariose, un ibrido tra Billie Eilish e Daughter, “integrando poi sezioni ritmiche epiche reminiscenti degli Imagine Dragons”, ci racconta.

Che tempi viviamo secondo te? E come si riflettono in quello che vuoi comunicare oggi?

Ogni giorno scegliamo di condividere verso l’esterno qualcosa, ma tutti noi nascondiamo “angoli sospettosamente bui”, e credo che ci si senta inadeguati in una società che ci bombarda costantemente di immagini di vite meravigliose, viaggi meravigliosi, case da sogno. Il mio nome, come anche il mio prossimo singolo (“We’re All Messed Up”), vuole però essere un ammonimento per dire che non possiamo mai permetterci di giudicare un’altra persona perché non sappiamo veramente cosa stia passando, a prescindere da quanto possa sembrare perfetta la sua vita dall’esterno.

Spiegaci il nome che è molto originale.

Ho pensato all’islandese, volevo un nome non comune, che fosse facilmente ricercabile e riconoscibile e che non restituisse milioni di risultati nel corso di una ricerca online. La scelta è caduta quindi su Skúmaskot, parola islandese che significa “Angoli sospettosamente bui”, perché credo che rappresenti molto me e la mia musica, ma anche in realtà un po’ tutti noi ed il tempo in cui viviamo.

Ti sei appassionata anche alla lingua islandese?

Gli islandesi hanno delle parole meravigliose; Gluggaveður, per esempio (“tempo da finestra”, quelle condizioni meteorologiche tipo temporale che sono meravigliose da osservare con fare decadente dall’interno di una stanza calda e accogliente, ma che sono terribili se ci sei dentro), oppure Ratiljóst (“Sufficiente luce per trovare la propria via”).

In questa release i testi sono tutti in inglese. Di cosa parli?

3Le domande che emergono nei miei testi sono quelle che mi tormentano tutti i giorni; non ho avuto la fortuna di “farcela” come artista da giovanissima, e così faccio altro lavorativamente, alternando come posso lavoro e musica…e quindi il tema del tempo che passa, e il terrore di sprecarlo facendo “altro” sono interrogativi onnipresenti nella mia musica e nel mio percorso artistico. Mi piace pensare che assomiglio in piccolissima parte a Paolo Conte. Faccio l’avvocato, una professione difficile da conciliare con qualsiasi altra attività.

Come tono cosa è prevalente in queste canzoni?

Sicuramente in tutti i brani è presente un malinconico fil rouge, ed egoisticamente ho focalizzato l’attenzione su una generazione di millennial che si sente persa e ansiosa, incapace di trovare un vero posto nel mondo mentre il tempo sta velocemente scivolando via. Una raccolta distopica e post-apocalittica di racconti di un mondo che non è ancora del tutto riuscito a salvarsi, ma che forse qualche speranza di riemergere ce l’ha ancora. In fondo penso di aver raccontato dei sentimenti universali.

Cosa affronta il nuovo singolo, “We’re All Messed Up” “siamo tutti incasinati”?

Vuole raccontare il modo in cui siamo totalmente incasinati, siamo costretti a crescere, passando da un mondo in cui i mostri esistono solo sotto al letto in un altro in cui i mostri convivono con te. Sono nella tua testa e nel tuo mondo, li tieni per mano, ti guardano e ti fanno “ciao ciao”, e ti accompagnano, silenziosamente, per tutta la vita. Spero che ascoltando la mia musica le persone possano ritrovarsi nelle parole che ho scritto.

Il primo estratto, “Over the Continent” è l’unico brano più “up” della collection.

Perché è nata in collaborazione con una delle persone più “Up” che conosco, Marco Ferazzi, e menomale che esiste, perché tutti abbiamo bisogno di una persona così. Nell’ambito del challenge Sottotetto Records, Marco aveva fornito questo frammento di testo che poi è diventato buona parte della prima strofa di questa canzone. Me ne sono innamorata e gli ho chiesto se potessi tradurla e utilizzarla…e così è nato il brano, nel giro di una mezz’oretta. Parla del ritorno al viaggio e più di preciso, è una canzone che spinge a riflettere su ciò che conta davvero, sulla ridefinizione delle priorità e sul’importanza di scegliere ciò che si porta con sé nella vita, con la consapevolezza che le cose materiali non sono la risposta che cerchiamo.

“La produzione dell’album è stata in realtà molto circoscritta; la fase propriamente creativa è durata un mese, per cui l’album è sicuramente un po’ “Concept album” da questo punto di vista, e anche un po’ figlio dei tempi, ossia del primo lockdown del 2020.

Hai voluto coordinare testi e immagini nel tuo nuovo corso. Chi ti ha aiutato?

I brani nascono più dalla mia testa e dalla mia immaginazione letteraria contorta, e anche da quello che musicalmente mi piace…e quindi hanno sicuramente assorbito più influenze “inquietanti ed oscure”, forse più spleen che dark. A completare il tutto, un immaginario fantastico, interamente in bianco e nero grazie alle fotografie di Stefano Iuso. In qualsiasi caso, i brani che non sono totalmente “miei” ma nascono da collaborazioni sono facilmente riconoscibili: “We’re All Messed Up” è partito da un beat regalatomi da due miei amici tempo fa. Fabrizio Palermiti e Luca Merope, un duo di produttori bravissimi, in arte Pitch1Beatz, che da sola non avrei mai e poi mai scritto, c’è persino una citazione di Bach in fondo!

Quando si potrà, vorrai portare dal vivo Skúmaskot?

Mi immagino una doppia veste: vorrei, prima o poi, portare in giro una versione minimalista acustica dell’album, solo pianoforte e voce, per creare una specie di ritorno alle mie origini musicali. Dopo il diploma di pianoforte ho odiato per molto tempo quello che poi è il mio strumento principale. E oggi, sono sincera, oggettivamente è l’unico strumento che so suonare bene.

Questa strada è la tua unica nuova avventura al momento?

Ho un altro progetto che sto portando avanti in maniera collaterale. Da pianista super-nerd sono innamorata di Final Fantasy, saga di videogiochi giapponese, che ha sempre avuto delle colonne sonore pazzesche, sto registrando dei video di alcuni dei brani più celebri al pianoforte.

Instagram: skumaskot_music Facebook: https://www.facebook.com/skumaskotmusic Sito web: www.skumaskot.com Scarica i singoli gratuitamente: https://www.skumaskot.com/music/ Spotify (i brani sono disponibili su tutte le piattaforme): https://open.spotify.com/artist/2A2bCbB9N4kUJs0MI55lsx?si=GW9NGH0iREuX8xzvLaMV7w&nd=1

Foto session di Stefano Iuso



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