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Leisure - 13/02/2021

Tony Lofaro, un coreografo di sentimenti e movimenti

Incontro con il ballerino e professionista del teatro che ha curato un docu-film sulla Shoah di molto impatto. "La danza è comunicazione".

Un filmato che sta facendo riflettere per delicatezza e profonda comunicativa. Si intitola “Anna”, a concepirlo è il ballerino e coreografo Tony Lofaro, piemontese e apprezzato professionista che ha lavorato per tanti anni nel teatro leggero. Si cresce e si matura, e la danza con il suo potere evocativo dimostra anche di essere all’altezza di lanciare messaggi di riflessione e profonda commozione, se non finanche identificazione. In “Anna”, il docu-film, proseguimento in video dello spettacolo che lo stesso Lofaro ha diretto l’anno scorso, Daniele Cauduro, attore narrante nella messa in scena che interpreta il padre della celebre ebrea tedesca divenuta simbolo della Shoah per i suoi diari, offre un’intensa prova che sta commuovendo gli studenti delle scuole che hanno aderito al progetto di proiezioni divulgative.

Merito della sensibilità ed esperienza di Lofaro, nato come formazione alla “The Bernstein School of Musical Theater”, e perfezionatosi a Milano, Miami, Londra e New York. Danzatore forte e versatile, dal 2004 tiene lezioni di modern e stages in tutta Italia e dal 2010 dedica la sua carriera alla coreografia ed alla direzione artistica.

Tony, come ci si sente a essere apprezzato per un lavoro che travalica i confini della danza?

È facile sentirsi lusingati quando le persone del mio ambiente mostrano interesse. Ma al di fuori del nostro ambito è molto bello potersi raccontare, normalmente non c’è molta possibilità di comunicare le emozioni della nostra professione. Quello per Anna Frank è stato un progetto rischioso.

Come mai?

Anna, prodotto da Colisseum Dimensione Movimento, è stato un viaggio incredibile perché mi sono tanto documentato tanto e ho cercato di coniugare rispetto e istinto. Ho raccolto molta delicatezza per quel lavoro, sapevo di affrontare un argomento non facile. Mi sono affidato a una squadra creativa di livello, nella scelta delle musiche, costumi, il taglio delle luci, insieme al mapping scenografico hanno dato allo spettacolo un taglio molto cinematografico che è il mio modo di lavorare.

Cosa ha lasciato negli spettatori questo spettacolo?

Sono arrivate tante cose belle, ci sono centinaia di spettacoli sulla Shoah, ma ho fatto la scelta di raccontare la storia dalla parte del padre Otto. Mi ha sempre colpito questo padre così centrale nella vita di Anna. Anche per me è stato così, mio papà  è il mio eroe, è stata una via perfetta da percorrere.

Quando hai iniziato a lavorare in teatro?

Da 24 anni faccio questo lavoro. Ho iniziato al Teatro Nuovo di Torino e il mio debutto è stato al Teatro Comunale di Bologna, per la grande opera La Vedova Allegra per la regia di Mauro Bolognini, l’ultima volta in scena con Raina Kabaivanska. Un eventone, per me che ero un ragazzetto nel 1998.

Tony Lofaro ha collaborato con il regista Maurizio Colombi come coreografo per gli spettacoli “La Divina Commedia”, “I Promessi Sposi”, “Vorrei la Pelle Nera”. E’ stato il Direttore Artistico e Coreografo del “Teatro Garden Club Toscana”, del “Teatro del Mare Tanka Village” per Samarcanda Intrattenimenti e per Art Swiss Entertainment.

Che tipo di infanzia hai avuto?

Arrivo da una famiglia normalissima, mio padre ha fatto una vita impegnativa lavorativamente, 38 anni di fonderia, non ci ha fatto mancare nulla e l’ho conosciuto realmente da grande. Ho pochi ricordi, solo domeniche e vacanze, lui lavorava tanto per noi. E da grande l’ho conosciuto da uomo a uomo. Io da grande voglio essere come lui, dico scherzosamente. Oggi è contento e orgoglioso di me.

C’è bisogno di approvazione per il tuo lavoro?

I miei si sono preoccupati molto, mi sono avvicinato alla danza tardi, a 18 anni. Poi nel 2004 ho avuto l’onore di essere nel corpo di ballo di Tosca Amore Disperato di Lucio Dalla con le coreografie di Daniel Ezralow. E i casi della vita hanno voluto che la prima data fosse proprio a Torino, la mia città, prima di arrivare a Milano. Sono venuti a vedermi e ricordo quando si accesero le luci i miei in quarta fila schierati con mio fratello e c’era Lucio seduto sui gradini affianco alla poltrona di mia madre. E quell’immagine mi ha fatto capire che quello era il momento della svolta. Credo che in quella occasione i miei pensarono che avessi fatto la scelta giusta.

Tony Lofaro ha realizzato e rappresentato l’inedito “Piccolo Principe” in prosa e danza con la regia di Daniele Cauduro. Con la regia di Giovanni De Feudis e con Giorgio Pasotti protagonista, è coreografo dello spettacolo “Don Quisciotte, storia di un sogno interrotto”.

Prima della pandemia hai lavorato a un’importante rivisitazione. Ce ne parli?

Sì, Otello – L’Ultimo Bacio un’opera di William Shakespeare in versione pop-rock dove ho curato le coreografie con il regista Wayne Fowkes, già regista dei riallestimenti di “Notre Dame De Paris” e regista di “Jesus Christ Superstar”. La trasposizione moderna ha dato un’altra patina a quello spettacolo.

Che attitudine ci vuole per fare una transizione di successo come questa?

Sicuramente i personaggi assumono un’identità più attuale in queste operazioni. E molto lo fa la musica, è bellissimo e stimolante vedere il mix dei suoni che ricordano la storicità e le sonorità moderne. Credo che la danza con la musica possa diventare veicolo di modernità. E nelle musiche di Fabrizio Voghera, creatore del progetto Otello, c’è tutto questo,

La danza è percepita come elitaria ancora oggi, secondo te?

Sicuramente è un controsenso, perché siamo il paese della cultura e del bel canto e mettiamo gli steccati tra i generi. Spesso ignoriamo cosa abbiamo e c’è anche un po’ di snobismo. Io penso che le persone si appassionino alle cose sincere, e lo vivo sulla mia pelle. Mi capita di invitare persone agli spettacoli e ne escono cambiate. Mi dicono: mi ha lasciato qualcosa. Se si potesse ingrandire questa sensazione sarebbe bello, il teatro con la danza dovrebbero diventare sempre più parte della nostra vita, ci fanno bene, sono terapeutici.

Era facile negli ultimi tempi vedere degli spettacoli che mischiavano musical e opera. Il trend della contaminazione fa bene al teatro?

La qualità si inquina a volte. Abbiamo vissuto un gran boom, tante cose e generi diversi, produzioni stabili milanesi, Milano è diventata molto centrale in questo. Una volta Roma aveva il monopolio del teatro musicale, con il Sistina, il Brancaccio che erano colossi. E Milano faceva moda e televisione. Le produzioni del Teatro Nuovo e di Stage Entertaiment hanno cambiato negli ultimi 15 anni lo scenario. C’era un tempo il teatro dei signori e il teatro leggero. Ora gli spettacoli sono confusi, quando c’è una grande richiesta e si vuole cavalcare un momento, il pubblico che speri di educare a cose belle e piacevoli può essere disorientato. Questo è il solo rischio.

La tua creatività come nasce?

Sono una persona istintiva dal punto di vista creativo. Ascolto tanto e guardo tanto, musicalmente ascolto a ripetizione le musiche e mi lascio suggestionare. A volte vedo un’immagine, una scena e riesco ad avere un input. Oggi sono un uomo consapevole, risolto, coi piedi per terra, mi godo di più questi momenti. Mi appunto delle suggestioni su un bloc notes e le metto in pratica fidandomi dei miei collaboratori.

Che tipo di passione ci vuole per arrivare a fare il coreografo di grandi produzioni?

Io sono un curioso da sempre. Non arrivavo mai alla convocazione in teatro alle 19, ma due ore prima, c’ero per vedere i tecnici lavorare, osservare tutto quello che succedeva dietro le quinte. E questa osservazione mi ha avvantaggiato tanto. La mia è una vocazione, ho sempre pensato di poter comunicare qualcosa di mio. La creatività va alimentata, ascoltata, sperimentata. Non esiste uno studio, la tua creatività è il tuo messaggio e se hai le porte aperte sei fortunato a comunicare. Ma non è semplice.



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