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Leisure - 13/09/2020

Vincenzo Incenzo: “Faccio musica per restarvi accanto”

Il ruolo consolatorio e nobile del musicista. L'autore di Renato Zero e Michele Zarrillo pubblica il suo secondo album solista, "Ego". L'intervista.

Vincenzo Incenzo per parlare del secondo disco completamente suo, ha lanciato il pezzo “L’amore ha un nome solo”. Che è un desiderio di univocità e unità in una carriera che da decenni, invece, vede il cantautore romano in più sfaccettature impegnato. Ha lavorato per artisti diversi come Renato Zero, Armando Trovajoli, Lucio Dalla, PFM, Michele Zarrillo, Sergio Endrigo, Ron, Antonello Venditti, Patty Pravo, Ornella Vanoni. Le sue canzoni sono entrate già nella memoria collettiva senza tempo (“Cinque Giorni” di Zarrillo è tra le più riconoscibili) e ora c’è molta attesa per scoprire un disco che è sinonimo di uno stato di libertà creativa.

Vincenzo, perché uscire ora con un album?

I dischi devono uscire non che l’artista debba lavorare solo per se stesso. È il ruolo e il dovere di chi fa questo lavoro, il fatto di stare accanto al suo pubblico. Non ci sono solo i diritti ma anche dei doveri. L’artista, in altre epoche, ha avuto un ruolo consolatorio, affettivo, appoggio al pubblico. Oggi c’è anche più attenzione perché la gente è più in casa, se vogliamo dirla tutta. La comunicazione non si può interrompere bisogna continuarla, non si può parlare solo di cifre e disgrazie.

Il tuo secondo album da cantautore si chiama Ego. Che approccio hai avuto nel realizzarlo?

Di nuovo c’è la produzione, rispetto al precedente prodotto da Renato Zero, che mi aveva lasciato piena libertà col suo team. Questo disco lo produco in prima persona. È arrivato dopo un viaggio in America Latina con musicisti ed esperienze lì, sono tornato e ho riallacciato rapporti col produttore Jurij Ricotti che ha vestito di elettronica questi pezzi. Una maggiore libertà nella scrittura dei testi si sente, perché non devo rispondere a nessun altro se non a me stesso.

La transizione da autore a cantautore come la vivi?

Il ruolo di cantautore mi è caduto un po’ dal cielo e mi sento come se non avessi nulla da perdere, non devo proteggere una posizione, non sono politicamente corretto. C’è il mio pensiero sul mio paese e su quello che viviamo in questo disco. E anche riflessioni sulla sfera più intima e su aspetti sentimentali.

Senti di aver maggior attenzione quando canti in prima persona ciò che scrivi?

Il fatto che scrittura e megafono siano uniti può servire a far arrivare più diretto il messaggio. Il bacino d’utenza cambia, ovviamente, ma dai riscontri che sto avendo credo sia arrivato con queste nuove canzoni il mio atto di sincerità senza filtro. Avevo paura di correre un grande rischio, di fare la figura dell’autore che si vuole togliere il capriccio. Ma io ho iniziato al Folk Studio a Roma cantando il mio repertorio.

Vincenzo Incenzo pubblica il suo secondo album solista “Ego”.

Perché il titolo “Ego”?

Il titolo “Ego” è scelto provocatoriamente, perché spesso è usato negativamente…eccesso di ego, narcisismo. Ma il mio Ego è quello che costruisce, è mediatore tra l’istinto e la parte sociale di noi. Ha un ruolo fondamentale per mediare la nostra natura col mondo che cambia. Voglio recuperare una centralità della persona, siamo sempre in una folla e al sicuro nella moltitudine. Ci si toglie da soli il diritto di parola, si delega ad altri le nostre decisioni ed è un male. Dobbiamo riappropriarci della nostra parte di ego, uscire della folla, è un’assunzione di responsabilità che deve essere fatta adesso.

Pensi che sia un problema di questi tempi o si è solo accentuato?

Sempre di più si incarnano degli atteggiamenti che dei pensieri, parole, punti di vista. Tik Tok è la fotografia attendibile di quello che sta succedendo: per esserci devi assumere sembianze altrui. Si rinuncia a se stessi pur di essere riconoscibili. La differenza che viene esaltata non è accettata, in verità, se ci pensiamo. L’uguaglianza che abbiamo è un’uguaglianza tra uguali e non un’uguaglianza fra diversi, che è la vera uguaglianza. C’è una piccola dittatura anche in questo e le mie canzoni cercano di uscire da questo ambito.

Le tue canzoni hanno fatto breccia perché erano davvero diverse.

Forse perché ho scritto con un approccio da cantautore, mi immaginavo al centro di quelle canzoni. Mi ricordo che avevo un parametro di sincerità: e se la cantassi io?

Perché funzionava tanto il tuo nome con Zarrillo? Oggi “Cinque Giorni” e “L’elefante e la farfalla” sono dei pezzi senza tempo.

C’è alla base un sentimento di amicizia forte che aveva tolto i filtri tra noi. Andavamo fino alla fine del percorso creativo in maniera coraggiosa in modo da levare il pudore fino a raggiungere l’autenticità. Le canzoni più belle le abbiamo scritte quando chiudevamo il pianoforte. In macchina, senza orari, un continuo vomitare cose, parole, note. Uscivamo insieme, in libertà, tornavamo e lavoravamo di notte. Per ‘Cinque Giorni’ eravamo tutti e due sotto un treno, sentimentalmente parlando, e ci siamo dati appuntamento assieme in quel pezzo. Non è detto che succeda sempre ed è bello riconoscerlo.

Che tipo di relazione intraprendi con gli interpreti per cui scrivi?

Con Michele il rapporto era paritario, io entravo con le mani sul pianoforte e lui suggeriva parole, anche se i ruoli ufficiali erano inversi. Anche il rapporto con Renato Zero è profondo, ma la sua personalità è meno plastica. Lui è molto al centro di se stesso nella scrittura, quindi inevitabilmente prevale. Anche se spesso mi ha lasciato carta bianca. Come su Zerovskij, lo spettacolo live mi ha delegato i monologhi, e più di recente mi ha chiesto una canzone sull’apparenza.

Cosa ricordi della tua esperienza con i mega-musical di David Zard?

David Zard, da produttore di musical di successo, mi ha aperto un mondo. Abbiamo fatto due spettacoli. Da lui mi portarono la PFM per Dracula, forse lui mi conosceva per un Sanremo e basta. La cosa straordinaria è che vinta la sua diffidenza, se gli dimostravi valore poi diventava un padre. Mi difendeva con i registi e in generale era uno che proteggeva i suoi autori. Ho sempre apprezzato la sua capacità di diventare da gigante mediatico un bambino entusiasta e contagioso. Quando mi chiamava per dirmi delle finestre del castello appena arrivate per le scene o delle idee che aveva era incontenibile. Si occupava degli aspetti economici ma aveva un candore sull’aspetto artistico che raramente ho rivisto.

Ti sei sentito libero in quei musical?

Dopo il primo successo mi chiamò su Romeo e Giulietta e mi disse: Te lo dovevo. Ma non credevo proprio mi dovesse nulla, però era un’indicazione sulla sua umiltà. Il produttore solitamente mette bocca, e nei lavori successivi l’ho sperimentato sulla mia pelle. Ma sulla parte artistica David non si intrometteva mai.

Cosa ti è piaciuto di più tra le cose che hai creato per il teatro?

Ho lavorato con Serena Autieri, per le produzioni La Sciantosa, Lady Diana, lei è straordinaria. Nel secondo musical si muove su due livelli fisicamente, una prova dura, deve cambiarsi continuamente per un’ora e 40. Rosso Napoletano è invece un musical che è ambientato durante le Quattro Giornate di Napoli con le canzoni di fine Ottocento. Penso sia importante perché restituisce anche alla città una valenza di resistenza.

Sei davvero un talento sfaccettato, Vincenzo. Cosa ti aspetta ora?

Il tentativo di comunicare con ‘Ego’ è la somma di tutti i miei sforzi artistici. Questo disco è un intreccio di idee per la copertina, il live, è un teatrino totale, spero di poterne fare presto una versione dal vivo. Il suono sarà molto elettronico questa volta, e sto pensando a uno spazio di 7 brani in acustico con le canzoni che ho scritto per gli altri. Penso a quelle con Zero, Dalla e Zarrillo.

Hai amici nell’ambiente?

Sono felice di aver solamente amici nell’ambiente, anche se non frequento salotti e non esco spesso a cena. Ci sono delle persone con cui sono rimasto affezionato, ogni canzone nuova la mando a Pippo Baudo, per esempio. Ci sentiamo al telefono. Poi Alberto Fortis, Ron, Renato Zero, ho tanti amici dislocati in tutta Italia. Credo che non avrei avuto questa forza di incontro senza la musica. Ho un carattere molto timido ma li rivedo tutti volentieri, oltre a piacermi il fatto di lasciare una buona impressione in tutti.



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